Contenuto principale

Centri di ricerca senza idea-guida

Finanziati da una legge Regionale

da “la Repubblica” di domenica 5 dicembre 2010 di Giuseppe Ossorio


Il “sistema Campania” può permettersi i Centri di Ricerca che si ritrova? È legittimo e, forse, anche opportuno chiederselo. Pure in considerazione degli effetti che la riforma universitaria potrebbe avere sulla ricerca scientifica, se mai dovesse andare in porto, dato che appena approvata alla Camera e stata già sospesa al Senato. La nostra Regione è dotata dal 2002 della legge sulla “Promozione della ricerca scientifica in Campania”.
In questi nove anni ha stanziato 27.500.000 euro. Non sono pochi, anche se, purtroppo, decrescono dai 5.000.000 del 2002 al 1.700.000 del 2010. È la misura di un netto depotenziamento della legge regionale. Non sappiamo, tuttavia, se i centri di ricerca finanziati dalla Regione abbiano meritato e se, nel frattempo, abbiano prodotto nuove conoscenze. Si obietterà che nella ricerca non vale solo il risultato ma anche il sostegno ad un settore avanzato.
Ma un qualche controllo deve pure esercitarsi.
Il desiderabile quasi mai si concilia con il possibile, anzi a volte i due aggettivi viaggiano in senso opposto e questo è uno di quei momenti. Il Bilancio regionale non è certo rigoglioso e il grave disavanzo condiziona le aspirazioni anche le più giuste, figuriamoci se non impone un taglio a quelle aspirazioni seppure nobili, ma che non sono compatibili con le urgenze del momento. Perciò è legittima ed opportuna la domanda che si è avanzata all’inizio. Ovviamente, non avremmo posto la questione se i centri di ricerca fossero tutti a capitale privato. La domanda ha un senso perché essi sono nella grande maggioranza direttamente o indirettamente a capitale pubblico, perciò hanno una relazione anche con il “sistema Campania”.
Abbiamo assistito, finora, al germogliare di tanti centri, manca, però, una idea-guida espressa dalla Regione in tema di ricerca. Non vogliamo aprire il capitolo programmazione che tante storture ha provocato nella esperienza nazionale. Ma bisogna pur sapere quali settori della ricerca sia utile finanziare in sintonia con le attività produttive e quale percentuale minima della spesa pubblica sia necessario assicurare alla ricerca scientifica. Ma il punto che rimane ineludibile è l’integrazione fra le risorse pubbliche e quelle private, con particolare attenzione per la ricerca umanistica che difficilmente potrà avvalesi con una certa continuità di un sostegno privato. Purtroppo, ci troviamo al cospetto di troppe iniziative estemporanee complice la politica locale secondo un canovaccio ben consolidato. Si pensi, per fare solo un esempio, cosa è accaduto con il proliferare di oltre cento sedi Universitarie in nome della difesa e della valorizzazione del territorio, che ha contribuito, tra l’altro, al tracollo del sistema Universitario.
Un centro di ricerca ad esclusivo capitale pubblico è, troppo spesso, abbarbicato ad un insieme di regole che lo proteggono e rifiuta, generalmente controlli di qualunque tipo. Il risultato della ricerca è quasi opzionale e il personale chiamato a conseguirlo può far parte di quel sistema che, come ricorda Massimo Marrelli, Rettore della Federico II, viene definito “creek”, cioè gruppi “trasversali, portatori di interessi legittimi, ma assolutamente privati, non comuni”. Invece, un centro di ricerca privato ha l’obbligo della consistenza del programma e del risultato. Deve proiettarsi all’esterno, non può vivere burocraticamente solo per la gestione seppure oculata del personale che deve reclutare solo in virtù delle competenze, della qualità dell’impegno profuso e del successo già conseguito.
È opportuno, quindi, che la Regione Campania, che destina un finanziamento sinceramente troppo esiguo al sistema della ricerca scientifica, si metta all’opera per elaborare un’idea-guida e conoscere che cosa producono i centri di ricerca finanziati, al di là delle loro eclatanti iniziative propagandate e delle improbabili nuove frontiere che la qualità della loro ricerca vorrebbe sollecitare. Insomma distinguere per evitare che nella confusione siano penalizzati i migliori.

Questione urbana in cinque punti

Da “la Repubblica” di domenica 7 novembre 2010

di Giuseppe Ossorio


Vedrete che con il passare delle settimane le cronache napoletane saranno sommerse da uno stucchevole e sterile confronto fra le candidature a Sindaco, tutto interno ai partiti del centro sinistra e del centro destra. C’è da scommettere che ai napoletani non importerà alcunché. Anzi, di questo passo, si allontaneranno ancora di pi๠dalle urne elettorali. Non sottovalutiamo l’azione dirompente del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che vuole rottamare il gruppo dirigente del suo partito.
Al cittadino comune, quello che ogni giorno affronta i suoi problemi senza protezione e paracadute, interessa esclusivamente se la nostra città avrà un futuro europeo o sarà condannata ad essere una città mediorientale. Eppure, basterebbe che gli aspiranti sindaci delle opposte coalizioni dessero risposte comprensibili e convincenti sui quattro grandi capitoli per un normale vivere civile municipale? È presto detto: innanzitutto, l’igiene pubblica urbana, quella dell’immondizia e quella del sottosuolo, perché le condizioni delle fogne sono peggio di cinquanta anni fa; il traffico, che a Beirut, in Libano, o a Bombay, in India, forse è più ordinato; la manutenzione delle strade; e la sicurezza pubblica, ben sapendo che a quest’ultima può contribuirvi anche il corpo della polizia municipale.Tuttavia, sarebbe utile sapere, in poche parole, dai prossimi candidati a Sindaco di Napoli che cosa vorranno fare per velocizzare il quinto capitolo per il vivere civile, rappresentato dalla “Questione urbana di Napoli”. Esso si trascina dal 2004, da ormai oltre sei anni, da quando è stata approvata la variante generale al PRG della città di Napoli.
È bene ricordare che il lavoro di formazione del piano aveva interessato l’intero arco degli anni 90. Un tempo lunghissimo!Tentiamo di ricapitolare - in breve - i paragrafi di questo quinto capitolo: la tutela dell’integrità fisica e dell’identità culturale del territorio; il restauro del centro storico; la valorizzazione del sistema delle aree verdi; la riconversione delle aree dismesse in nuovi insediamenti di grandi parchi urbani; la riqualificazione delle periferie, dei nuclei storici e delle espansioni edilizie pi๠recenti. Tutto giusto, ma è un inverosimile e improbabile libro dei sogni, che col trascorrere del tempo si trasforma nell’ennesima aspirazione, lontana da una concreta attuazione. Cioè, saranno puri enunciati teorici.
Diciamolo senza infingimenti, la “Questione urbanistica” a Napoli da troppo tempo è schiacciata da due opposte spinte derivanti dalla medesima struttura del Piano Regolatore: da un lato l’eccessivo ricorso alla pianificazione esecutiva per i progetti di rinnovo e riqualificazione delle nuove componenti urbane e dall’altro l’esasperato dettaglio normativo che interessa la disciplina, per esempio, del centro storico.Ha inciso ed incide, in modo ugualmente negativo la incapacità di dialogo delle Istituzioni coinvolte nella formalizzazione delle decisioni. Finora, la Regione, la Provincia e le Soprintendenze, appaiono afflitte da cronica autoreferenzialità.
Ed è ora che finisca lo sterile potere di veto, capace solo di impedire ogni azione concreta. Esso condiziona il rinnovamento della città. Il confronto infinito sui progetti rimane ostaggio di logiche antagoniste che, paradossalmente, trovano concordia solo nella negazione aprioristica di ogni nuova proposta.Alla eterna contrapposizione delle Istituzioni si aggiungono i due principali fattori che condizionano, dall’esterno, la praticabilità del Piano Regolatore e, quindi, delle trasformazioni urbanistiche della città , che diventa sempre pi๠vecchia: in primo luogo, la scarsità delle risorse finanziarie della mano pubblica locale; in secondo luogo, una imprenditoria locale che non mette in gioco il suo capitale di rischio senza sapere i tempi e le modalità di ogni decisione.Questi, a nostro avviso, sono i nodi della “Questione urbana”. Candidati a Sindaco di Napoli parlate con chiarezza, scandite i tempi di realizzazione di questi cinque capitoli, perché tutto il resto è frusaglia che al cittadino comune non interessa.