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Rai. Un Consiglio d’Amministrazione delegittimato. Una battaglia per la libertà d’espressione in Italia

Di Ernesto Paolozzi
Professore presso l'Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli

Il tasso di democrazia e di libertà in un paese è misurabile anche dalla capacità, da parte dell’opinione pubblica, di sapersi indignare, che è come dire di difendere la propria dignità.
Ora, il Presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, ha pubblicamente detto di non ritenere più legittimo, sul piano etico politico (non su quello strettamente giuridico), il Consiglio di amministrazione della RAI.
Come dire, l’organo di garanzia della televisione pubblica italiana, per l’esistenza della quale tutti, indistintamente, siamo chiamati a pagare un canone e che dovrebbe garantire un’informazione se non oggettiva (che è impossibile), pluralista ed articolata.
Oggi questa funzione è ancor più essenziale perché l’assetto delle televisioni private non è tale da garantire la pluralità e la libertà in quanto esse sono quasi tutte di proprietà del Presidente del Consiglio.
Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha più volte richiamato l’attenzione su questo delicato tema, invitando addirittura i giornalisti a tenere la schiena dritta, ossia a mantenere la loro autonomia ed indipendenza.
Di questa schiena non paiono certo dotati i Consiglieri della RAI, alcuni presunti intellettuali, qualcuno molto presunto liberale, e qualcun altro inspiegabilmente silente e connivente.
È grave, è veramente grave, che attorno a questo problema non si mobiliti una forte opinione pubblica, perché senza reali e concrete garanzie di libertà dell’informazione, alla lunga non vi è neppure libertà politica ed economica.
Fortunatamente qualcosa sfugge al controllo, ed INTERNET è uno dei pochi strumenti ancora in grado di diffondere, almeno fra gli strati colti della popolazione che già ne fanno uso, elementi di pluralismo e di reale democrazia.
Ci appelliamo, non solo ai Repubblicani democratici e ai Liberaldemocratici, storicamente sensibili a questi temi, ma a tutti i cittadini consapevoli, affinché questa situazione venga messa a conoscenza, e “a coscienza” del maggior numero possibile di persone.

La fine dell’istruzione pubblica in Italia: un memorial day per ricordarla

Di Ugo Piscopo
 
Quello che sta accadendo in Italia nella scuola, sotto il governo Berlusconi, è ispirato a un’allegra irresponsabilità nei confronti del presente e dell’avvenire.
La filosofia posta a fondamento dei provvedimenti e delle leggi definiti e che si stanno definendo, messa a nudo, è questa: una fuoriuscita dello Stato dagli impegni ideali e materiali (finanziari, innanzitutto) del mantenimento e del potenziamento della scuola pubblica a favore di processi d’istruzione essenziali all’interno di un contesto di globalizzazione delle prospettive e di massificazione della società.
Salvatasi la (falsa) coscienza con l’assolvimento dei doveri di facciata, i gruppi al potere nei fatti pensano che la scuola sia affare privato degli individui e delle famiglie, cioè che sia bene che ognuno se la faccia come crede e come può, e che, intanto, vadano incentivati gli interessi di privatizzazione della scuola: non per nulla, sul modello formigoniano, in Italia si stanno dando e promettendo contributi tolti dalle tasche dei cittadini italiani in barba al dettato costituzionale, ai gestori delle scuole private.
La prima e fondamentale pietra di questo indirizzo di deregulation selvaggia, che comporta anche un taglio notevole di spese statali agli istituti italiani di cultura all’estero e un drastico ridimensionamento del numero di corsi di lingua e cultura italiane presso quegli istituti e presso altre agenzie culturali, è stata posta il giorno della ricorrenza della presentazione al capo dello Stato dello staff dell’esecutivo di governo da parte del presidente designato Silvio Berlusconi (11 giugno 2001).
Quel giorno veniva abolita con un colpo di spugna la parola “pubblica” che si era sempre accompagnata nella storia dell’Italia repubblicana, nata dai disastri della guerra e della dittatura fascista, con la parola “istruzione”.
Da quel giorno l’istruzione è diventata neutra e asessuata, disponibile a ogni e a qualunque declinazione e coniugazione.
Per denunziare, dunque, l’irresponsabile operazione di affondamento della scuola pubblica in Italia, proponiamo che si istituisca un memorial day e che esso si celebri con la ricorrenza del nefasto giorno in cui il dicastero della pubblica istruzione fu riconvertito in un generico, rimbombante Miur, adatto a contenere tutti e i più disparati contenuti, a opera del nostro fantasioso e spiritoso presidente del Consiglio.