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Caldoro risana i conti ma la Sanità è scadente. L’idea delle macroregioni ha molti punti deboli (2)

Dobbiamo rilevare, però, che nella classifica delle Regioni per i Livelli essenziali di assistenza (Lea) la Campania è agli ultimi posti per la qualità delle prestazioni; senza parlare delle lunghe liste di attesa ospedaliere ed ambulatoriali e dei viaggi fuori regione per prestazioni sanitarie. Il Piano sanitario regionale non è riuscito a rendere complementari, vorremmo evidenziare al presidente Caldoro, il settore pubblico (ospedali e ambulatori) e quello privato  (cliniche e laboratori). E i tetti di spesa al settore privato risolvono  parzialmente solo  l’aspetto contabile.
A distanza di poche ore dall’annuncio del presidente della giunta regionale sulla revisione dei criteri di ripartizione della spesa sanitaria, in una intervista al quotidiano torinese Caldoro sollecita lo scioglimento delle Regioni, colpevoli di essere andate ben oltre le funzioni di pianificazione e programmazione previste dalla Costituzione. Egli propone la creazione di “macroregioni” “da 6 a 10 milioni di abitanti”. Una proposta giocata sul filo della provocazione intellettuale, che tuttavia nasce dalla profonda conoscenza che un uomo politico di lungo corso ha dei tempi e delle modalità delle riforme costituzionali.
Sul piano istituzionale la riflessione di Stefano Caldoro non fa una grinza: la Costituzione affida l’autonomia amministrativa ai Comuni e allo Stato - questo il ragionamento del presidente - mentre la riforma costituzionale registra solo timidi progressi. Bisognerebbe osare di più, secondo Caldoro. Ma come? Cambiando radicalmente l’articolo 131 della Carta, aggregando, appunto, macroregioni da 6 a 10 milioni di abitanti, e conferendo a queste nuove Istituzioni esclusivamente il ruolo di programmazione e “bilanci leggerissimi”.
Si dovrebbe, così, drenare un costo che annualmente incide sullo Stato per 20 miliardi di euro (senza considerarne altre 110 per la spesa sanitaria). Noi non siamo certi che lo scioglimento delle Regioni e la creazione di macroregioni consentirebbe un  cospicuo risparmio. Intendiamoci, le inefficienze e gli sperperi delle Regioni, dal Nord al Sud, non si contano. Ma si eliminerebbero veramente  creando delle macro istituzioni?
Senza tener conto che bisognerebbe azzerare e rendere omogenee le legislazioni delle Regioni da accorpare, insieme ai loro bilanci e ai servizi erogati. L’aggregazione di aree regionali si scontrerebbe con profonde diversità culturali, storiche ed economiche. Potrebbe la Puglia dialogare con la Calabria? E la Campania con l’Abruzzo? E, poi, come si potrebbe coniugare l’esigenza di un “bilancio leggerissimo” con la gestione di piattaforme logistiche, porti e interporti troppi e spesso in competizione tra loro all’interno di una stessa macroarea? E come evitare prevedibili sovrapposizioni e duplicazioni in settori quali il turismo e la stessa sanità? Senza contare la malavita organizza che in Campania, in Sicilia come in Puglia prende sempre più il sopravvento sullo Stato. “Vasto programma”, appunto.