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Napoli - Orizzonti nuovi sinistra vecchia

di Ernesto Paolozzi
Professore presso l'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli

Da La Repubblica - 10 gennaio 2006

Il relativo interesse suscitato da un mio breve intervento circa l'opportunità di affrontare i temi dell'urbanistica e dell'architettura senza eccessivi timori reverenziali nei confronti del passato, mi induce a ritornare sull'argomento. Non so, come scrive Pasquale De Angelis in una lettera al giornale, se sia necessario procedere nei confronti dei centri storici delle città così come Giulio Pane ed io stesso avevamo proposto per le cosiddette periferie. “Ossia se intervenire in modo drastico e perentorio. Ma sono certo che è vero che, come egli sostiene, non si può fermare la storia in nome della storia, e credo anche che sia giunto il momento di riflettere su gran parte della cultura della seconda metà del Novecento, la quale si autoproclama ancora contemporanea ma, in realtà, è spesso molto più 'passata' della cultura dei secoli precedenti. Un aspetto direi fondamentale di tale riflessione potrebbe, infine, investire l'atteggiamento che la cultura di sinistra, in un momento che vorrei definire di rifondazione dei propri parametri, potrebbe e dovrebbe assumere per evitare di divenire, sia pure inconsapevolmente, paladina della conservazione, acritica quanto boriosa, di questa sorta di modernariato. “In questi ultimi anni la sinistra ha compiuto un grande sforzo sul piano della cultura politica. Ha cercato e cerca di proporre un nuovo riformismo che si colloca fra il rivoluzionarismo degli anni Sessanta e il conservatorismo degli anni Novanta. Non è, in verità, neanche questa una novità assoluta. Ma è bene ricordare che il socialismo riformista e liberale, che pure ha già una lunga storia, almeno si presenta col volto sobrio e fresco del buon senso (non il banale senso comune) che, se non apre nuovi orizzonti, ci evita oggi di sprofondare nella barbarie.
A questo sforzo di rinnovamento della cultura politica non è corrisposta un'eguale energia nel campo della cultura senza aggettivi. Ed è questo, a mio avviso, in Italia e non solo in Italia, il vero limite della sinistra democratica la quale si trova, oggi, a dover ridefinire gli orizzonti e i confini non solo di una nuova politica, ma di una vera e propria concezione della vita e della società. è forse giunto il momento di riflettere sulla condizione reale della cultura e delle istituzioni alle quali, in qualche misura, la cultura stessa è affidata. Le nostre università sono infarcite da insegnamenti e programmi che si legano ormai a pseudoscienze umane sconfessate in molti casi dagli stessi protagonisti che ne avevano suggellato il successo. I teatri sono ingombri di opere di cosiddetta avanguardia che altro non sono che la rimasticatura, stanca e pedissequa, delle avanguardie del primo Novecento. La stessa arte contemporanea conta rari momenti di autenticità e, talvolta, sembra una sorta di recupero filologico di quell'arte che tanto combatté, sempre agli esordi del Novecento, la filologia e la pedanteria. Il cinema, per aver seguito le orme del teatro, è stato totalmente sopraffatto dai prodotti più commerciali perché, nel caso di questa forma d'arte, il mercato, il pubblico, è giudice molto più attento e severo, né bastano le sovvenzioni pubbliche a tenerla in vita. L'elenco potrebbe continuare per pagine e pagine, ma mi auguro di aver dato un'idea del sentimento diffuso che si prova nei confronti di questa cultura della mediocrità, sostanzialmente conservatrice che, pure, si presenta ancora col borioso volto della geniale, creativa, rivoluzionaria, novità.
“La sinistra, anche su questo terreno, dovrebbe sforzarsi di trovare una terza via. D'altro canto, se ben si riflette, è stato forse anche una certa pigrizia culturale della sinistra a lasciare spazio a forme grette e meschine di vero e proprio conservatorismo culturale (pensiamo ai leghisti, ai teo-con), le quali hanno trovato gioco facile ad occupare un terreno che non era più presidiato da nessuno. Basti pensare alla polemica americana fra darwinismo e creazionismo, nella quale si fronteggiano due dimensioni ideologiche, entrambe estranee all'attuale corso delle scienze. Purtroppo, la cultura ufficiale, e la cultura media, sono culture antiquarie, per dirla con Nietzsche, o, crocianamente, culture prive di contemporaneità, ossia incapaci di vivere il passato in vista di nuovi orizzonti per il costruire il futuro.
“Ma forse abbiamo commesso un grave errore, quello di pensare che la cultura ufficiale, istituzionale e accademica, possa essere diversa da ciò che è, giacché è così per sua stessa natura. E allora, forse, la cultura della sinistra, se vuole continuare ad essere progressista, e non vuol limitarsi a rappresentare una mera etichetta, deve uscire dalla ufficialità e dalla istituzionalità. E non è detto che non si possa essere riformisti in politica e rivoluzionari in estetica, riformisti sul terreno giuridico-istituzionale e rivoluzionari in biologia. Compiere questo ulteriore sforzo di ripensamento, e di rinnovamento, è il compito - arduo, laico nel senso profondo del termine - che attende la sinistra. “Napoli è una città strutturalmente conservatrice, ma episodicamente capace di produrre originalità e creatività come poche altre città al mondo. Chissà che non si accenda qui la scintilla che incendi la miccia.