Contenuto principale

L’Agenda per il Sud sul tavolo del Governo

Di Giuseppe Ossorio, “la Repubblica”, mercoledì 4 giugno 2014

Dopo il successo alle elezioni europee, Matteo Renzi ha potuto dire che il partito democratico si pone come il partito della nazione, citando Alfredo Reichlin. A questa affermazione si possono dare vari significati. Il primo è semplicemente fattuale, una presa d’atto della realtà. Un partito che supera il quaranta per cento dei consensi e distribuiti sull’intero territorio nazionale è un partito nazionale ed ha il dovere di essere, ossia di comportarsi come un partito nazionale.
Il secondo significato della dichiarazione del Presidente del Consiglio è più rilevante. Partito nazionale significa che, al di là della quantità di voti raccolti, si vuole costruire un partito che intenda rappresentare le esigenze e i bisogni dell’intero territorio nazionale, sia sul terreno degli interessi diffusi sia su quello delle rappresentanze territoriali. Ritrovare, cioè, quella “coesione” che negli ultimi anni si è erosa fino al punto di mettere in discussione la stessa unità del Paese.
In questa prospettiva ha pienamente ragione Giacinto Grisolia che su questo giornale ha ricordato come Renzi, nel doppio ruolo di Presidente del consiglio e di Segretario del PD, ha la necessità di affrontare il tema della ripresa economica del Sud d’Italia con particolare attenzione ed anche con urgenza, prima che sia troppo tardi.
A maggior ragione, nota Grisolia, è necessario prendere questo impegno se si pensa che il successo pur notevole ottenuto da Matteo Renzi nel Mezzogiorno è, comunque, inferiore a quello ottenuto non solo al Centro ma anche al Nord. Non è questa la sede per compiere un’analisi del voto a Napoli e nel sud d’Italia, dove si intrecciano questioni interne alla struttura del partito democratico con la relativa tenuta del centrodestra. Un diffuso ribellismo confluito nel voto al movimento di Grillo con un disincanto dei meridionali che si sentono, dopo anni di leghismo anche intellettuale, purtroppo, quasi estranei alla Nazione italiana.
Richiamo più semplicemente l’attenzione su alcune linee direttive che bisogna porre all’esame del Renzi Presidente del Consiglio. Nel suo ruolo istituzionale di rappresentante dell’intera nazione, del Sud come del Nord.
Non si tratta di chiedere aiuti. Quel tempo è passato. Sarebbe anche mortificante per una megaregione, come in fondo è l’Italia meridionale, che ha più di venti milioni di abitanti (il doppio della Grecia o dell’Austria), una specificità culturale eccezionale, ancora una certa capacità produttiva nonostante i gravi ritardi e le tante criticità che tutti conoscono.
Nell’ultimo ventennio si è lentamente propagata e rafforzata l’idea che la questione meridionale coincidesse con la questione morale, ossia che il limite fondamentale per colmare il divario economico Nord-Sud (questo divario è la questione meridionale, non altro) fosse costituito dall’illegalità diffusa, da Gomorra. Chi può negare che c’è un’illegalità diffusa oltre ogni limite. Ma la causa di quel divario non può ridursi a Gomorra. Non è così. Devo dire che a sedimentare questo luogo comune oltre al leghismo diffuso anche nei partiti “nazionali” ha contribuito una certa intellettualità meridionale, superficiale o opportunista che è l’altra faccia della medaglia dell’altrettanto superficiale neoborbonismo.
Il Sud ha bisogno di tutto ciò di cui ha bisogno l’Europa e l’Italia. In misura ancora maggiore. Non solo meno burocrazia e meno veti. Soprattutto più infrastrutture materiali, l’Alta velocità che non può fermarsi a Napoli e l’Alta capacità deve superare Bari, un sistema portuale tecnologicamente avanzato ed economicamente competitivo. E, poi, più risorse, come ha sostenuto il neo-Presidente degli industriali di Napoli, Ambrogio Prezioso, per le attività produttive, a cominciare dall’utilizzo dei Fondi europei non spesi. Ricostruire, insomma, un tessuto sociale ed economico libero di esercitare in pieno la sua creatività. Una Agenda per il Sud che deve essere sulla scrivania del Presidente.
Sarà più difficile compiere la svolta renziana nelle nostre regioni. Ma da qui si deve partire e qui si misurerà sia la volontà politica del Governo sia la capacità delle cosiddette classi dirigenti meridionali (imprenditoriali, intellettuali, amministrative, sindacali e politiche) di saper cogliere questa occasione.