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Bilancio di passione

Di Gianni Pittella
Relatore generale del Bilancio UE 2006 - Eurodeputato DS\PSE

Editoriale del 21 novembre 2005
 
La questione delle risorse finanziarie a disposizione dell' Unione, per assolvere ai suoi compiti, è dirimente. È arrivato il momento di affrontare con coraggio questo tema che si trascina da anni.
Cos'è un Bilancio, anche per l'Europa? Un freddo esercizio contabile o un preminente documento politico? Le scelte che compiono il Parlamento e le altre istituzioni europee rappresentano davvero una priorità per i nostri cittadini e spetta proprio a loro finanziarle o sarebbe più giusto e funzionale, finanziarle attraverso i bilanci nazionali e regionali? Nel momento in cui si vota, in prima lettura, il documento contabile per il 2006, queste domande rappresentano il punto nodale di un dibattito che deve uscire dalle secche del tecnicismo, perchè è propriamente politico.
Se l' Unione europea deve svolgere talune azioni e non altre, finanziare talune priorità piuttosto che altre, non è tema che può stare sotto traccia, alimentando una stantia e vacua dialettica tra rigoristi e lassisti. È tema centrale dell'agenda politica europea, e sarebbe bene che anche ai massimi vertici dell'UE il tema trovasse presto una piena ospitalità. Come, infatti, si potrebbe scrivere l'agenda sociale dell' Unione senza raccordarla alle scelte di bilancio annuale e pluriennale?
La questione delle risorse finanziarie a disposizione dell' Unione, per assolvere ai suoi compiti, è dirimente. È arrivato il momento di affrontare con coraggio questo tema che si trascina da anni. Il cuore del problema è:
ci sono ambizioni e doveri a cui è chiamata l' Unione Europea? Ci sono responsabilità che chiamano in causa il livello sovranazionale? C'è un valore aggiunto europeo rispetto alla spesa pubblica nazionale? Quali sono queste politiche e questi programmi e qual’è il loro peso nel Bilancio dell' Unione? La politica di coesione è necessaria? Chi deve farla? Tale politica va fatta a livello europeo perché è solo a questo livello che essa può essere efficace sotto il profilo dei costi, della razionalizzazione e dell' uniformità delle procedure, della condivisione delle risorse, della programmazione degli obiettivi, dello scambio delle buone pratiche.
Ancora: la Ricerca è necessaria? Chi deve farla? Deve esserci un impegno diretto a livello europeo? L’ Unione europea forma, in proporzione, più laureati nelle discipline scientifiche e in ingegneria rispetto agli Stati Uniti, ma molti di essi decidono di emigrare o intraprendono carriere di tipo diverso, per le agevolazioni offerte altrove o a causa della carenza di strutture e vere opportunità professionali. Eppure, nel 2001 l'UE ha speso l’1,9% del suo PIL per la ricerca, mentre il Giappone vi ha destinato il 3,1% e gli Stati Uniti il 2,8%. Si può pensare, dunque, di negare a tale strumento le adeguate risorse? L'istruzione, la formazione, la cultura, le politiche giovanili sono settori d'intervento importanti che il bilancio UE ha considerato ancora con maggiore impegno. Ed è, questo, un aspetto da non dimenticare.
In questi anni si è assistito ad una situazione paradossale. Da più parti si è chiesto all' Unione Europea di svolgere in modo più unitario e pronunciato il suo ruolo nel mondo, e poi gli Stati membri hanno preteso che sulla politica estera si mantenesse il potere di veto e un ammontare finanziario del tutto inadeguato. Come potrà mai assolvere l'Europa ai compiti che le vengono richiesti? Questa macroscopica e insopportabile forbice, tra mezzi risicati a disposizione e obiettivi di portata storica prefissati, è semplicemente assurda. L'Europa come un principe senza scettro.
È così difficile comprendere che in gioco non c'è una somma di bizzarre rivendicazioni corporative, ma più semplicemente e drammaticamente il futuro dell'Europa, delle nostre istituzioni, del rapporto fiduciario tra noi e i nostri concittadini, rapporto profondamente usurato ma ancora recuperabile e rilanciabile.
Questo è un bilancio ponte verso la nuova fase di programmazione. Esso interviene in una fase terribile della vita e della storia dell' UE. Non può sfuggire che vi sono sfide che nessuno da solo può combattere. E queste sfide, dalla coesione alla competitività, alle azioni esterne, l' Unione può accettarle solo con mezzi finanziari adeguati. I nuovi scenari del pianeta, ancora non prevedibili quando nel 1999 furono decise le attuali Prospettive finanziarie e gli attuali limiti di spesa, ci propongono interrogativi urgenti ed imperiosi. E non è carino che si faccia la corsa a promettere e ad assicurare risposte copiose, come per l'influenza aviaria, il terremoto del Pakistan, la striscia di Gaza, l'Iraq o gli obiettivi del Millennio, e poi, quando si tratta di mettere mano al portafoglio, i medesimi attori, Ministri e Capi di Governo, vengono colpiti da paralisi totale degli arti superiori.
La stragrande maggioranza degli europei vuole che l'Europa rappresenti i propri interessi nel futuro ordine economico e sociale mondiale, vuole che l'Europa parli al mondo con una voce sola, vuole che si insista nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, alla tratta degli esseri umani, vuole che si abbia una marcia in più per potenziare la crescita, la competitività e la coesione. Ben pochi chiedono meno Europa. Bisogna dare ai cittadini europei un segnale di fiducia.
 
Su questo tema:
    •    Il video e il testo dell'intervento in aula del relatore generale, Gianni Pittella, nel corso della discussione in aula a Strasburgo sul Bilancio UE 2006
    •    Dal sito del Parlamento europeo: Bilancio 2006: priorità a ricerca e istruzione
    •    Tutti i documenti sul Bilancio nel sito web della Commissione Bilanci del Parlamento europeo (COBU)
 
Note stampa:
    •    "Bilancio UE 2006: Le implicazioni per l'Italia"
    •    "Bilancio UE 2006: Sintesi prima lettura"