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Le libertà tradite

Di Giuseppe Ossorio
Consigliere regionale dei Repubblicani democratici

Editoriale del 17 novembre 2005
 
Bisogna ammettere che, quando Silvio Berlusconi decise di impegnarsi in prima persona nella politica, si accreditò l’idea che, per la prima volta nella storia italiana, stesse per formarsi un grande partito liberale di massa. Si volle far credere che frastagliata galassia dei partiti di ispirazione democratico-liberale, il Partito liberale, il partito repubblicano e il partito radicale, potessero trovare, finalmente, un leader ed una struttura organizzativa in grado di renderli forza politica maggioritaria nel paese.
Non sembrò così, in verità, agli esponenti più autorevoli di quei partiti che immediatamente compresero che si trattava di tutt'altra cosa. Voglio citare soltanto, a titolo simbolico, Giovanni Spadolini e Valerio Zanone. Ma la stampa e le televisioni italiane si riempirono di commenti politologici che inneggiavano a questo nuovo liberalismo finalmente capace di parlare a milioni e milioni di persone. E, purtroppo, si unirono al coro o addirittura quel coro cercarono di dirigere, liberali, qualche repubblicano e tanti radicali ai quali non apparve vero di raggiungere una facile popolarità . Quegli stessi oggi tacciono, quasi si nascondono e forse, ci auguriamo, si vergognano per quella incauta fiducia.
All'apparir del vero il partito liberale di massa si present ò subito, e continua a presentarsi ancora oggi, come un partito nell'essenza populista, che non è riuscito ad avviare nessuna riforma di schietto stampo liberale e democratico in nessun settore della vita pubblica.
In campo economico le privatizzazioni si sono bloccate. Gli interventi fiscali sono stati iniqui e mai rispettosi del bilancio dello Stato. La politica del lavoro, incerta e confusa, anziché incamminarsi sulla via della liberalizzazione, si è lanciata sulla via della precarizzazione.
Sul terreno istituzionale, la riforma della giustizia, anziché garantire le libertà dei cittadini ha ritagliato zone di protezione per alcuni cittadini. Quello che sarebbe potuto essere un sano federalismo di stampo anglosassone, si è tramutato in una lacerazione del paese divisa in pochi territori privilegiati e altri dimenticati e abbandonati.
Nel campo della cultura si è persa l'occasione per introdurre nella ormai ripetitiva produzione culturale di quella che Francesco Compagna chiamava sinistra sociologica, elementi di forte ed originale liberalismo, mettendo in campo, viceversa, volgari revisionismi del passato tesi a distruggere la grande eredit à del Risorgimento italiano e la non meno importante eredit à dell'antifascismo.
Per carità di patria è forse meglio tacere delle ambiguit à del presunto nuovo partito liberale in tema di rapporti fra Stato e Chiesa.
Abbiamo citato solo alcuni esempi, quasi alla rinfusa. Perch é si potrebbe continuare in un lungo elenco in cima del quale si dovrebbe mettere il terribile conflitto di interessi che ha quasi paralizzato la libera discussione in Italia in tutti i mezzi di informazione.
Ci vorranno anni di duro impegno per ripristinare nel nostro paese una sia pure minima civiltà liberale alla quale dovranno concorrere in primis quegli esponenti dei partiti storici della democrazia liberale, i repubblicani, i radicali e i liberali che in questi anni non si sono lasciati sedurre dal canto delle sirene.