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Editoriale di Alberto Lucarelli*

Editoriale del 15 ottobre 2005
 
Intanto, va detto che si tratta di una disciplina di carattere privatistico interna allo schieramento di centrosinistra, come in Puglia, a differenza della Regione Toscana (pubblicistica) per i candidati al consiglio regionale ed alla presidenza (ovviamente facoltativa)
I testi regolamentari di riferimento sono tre: il regolamento quadro approvato lo scorso 11 luglio; il regolamento di autodisciplina della campagna elettorale ed il regolamento per lo svolgimento della campagna elettorale, entrambi approvati il 31 agosto.
Le firme per presentare una candidatura variano da un minimo di dieci mila e un massimo di venti mila e devono essere rese da parte di elettori (o meglio da parte di elettori che al 13 maggio 2005, data della scadenza naturale dell’attuale legislatura, presenteranno i requisiti per votare le elezioni di camera e senato) che si impegnano a sottoscrivere il programma dell’ Unione.
Gli elettori devono essere residenti in almeno dieci regioni, in numero di almeno mille per ognuna di esse; la metà per Valle d’Aosta, Umbria, Molise e Basilicata, per garantire la diffusione del sostegno al candidato nella maggior parte del territorio nazionale.
Non è necessaria l’autentificazione delle firme, se le firme sono raccolte in presenza di esponenti di partiti facenti parte dell’unione che siano titolari di cariche elettive (anche assessori e consiglieri circoscrizionali).
Si tratta di una fase partecipativa diretta o quanto meno coordinata direttamente dalle forze politiche che compongono la maggioranza.
Ciascun candidato è tenuto a sottoscrivere la dichiarazione di adesione al progetto dell’unione, a presentare un documento con le sue priorità programmatiche, comunque fedele ai principi contenuti nel progetto stesso e ad impegnarsi a riconoscere e sostenere lealmente il vincitore della primarie 2005.
Possono votare gli elettori potenziali: gli immigrati se regolarmente residenti da almeno tre anni, gli studenti ed i lavoratori fuori sede.
Occorre presentare un documento di identità e la tessera elettorale e versare un euro; non c’è obbligo per gli elettori a sottoscrivere il progetto dell’unione (a differenza delle primarie in Puglia).
Ogni elettore deve fornire il proprio assenso affinché il suo nominativo possa essere inserito in un apposito elenco di partecipanti alla elezione, che poi sarà di pubblica consultazione per chiunque abbia interesse a prendere visione.
 
Gli obiettivi dichiarati delle primarie sono dunque: partecipazione e legittimazione, quale investitura del singolo, laddove dalle singole disposizione sembrerebbe crearsi una relazione tra corpo elettorale e leader,piuttosto che tra corpo elettorale e progetto.
Sulla base di tali regole proviamo a fare alcune considerazioni e scusatemi se assumeranno carattere eccessivamente apodittico.
Il processo democratico e partecipativo, dalla lettura dei regolamenti che costituiscono la fonte delle primarie, sembra nella sostanza e sul piano della effettività, spogliato da reali istanze partecipative.
La prima istanza partecipativa è rappresentata dalla raccolta delle firme di elettori che si impegnano a sottoscrivere il programma dell’ Unione. Ho l’impressione tuttavia che si tratti di una fase determinata e gestita totalmente dai partiti (salvo eccezione), dove l’istanza partecipativa si limiterebbe alla ratifica ex post di un programma. Non mi sembra che vi sia partecipazione alla determinazione del programma e quindi alla formazione dell’ indirizzo politico dell’ Unione.
In questo senso, le primarie appaiono più come primarie di partito, nel senso che la selezione dei leader è affidata ai partiti e non direttamente agli elettori.
La seconda istanza partecipativa , ovvero la scelta del leader da parte degli elettori, non pone una relazione tra investitura e programma. La partecipazione si ridurrebbe così ad una scelta plebiscitaria, tipica delle democrazie di investitura, piuttosto che di indirizzo. Una scelta tra leadership alternative, dunque una selezione di capi, piuttosto che di programmi.
È dunque, per dirla alla Luhman, un caso di partecipazione ex post, teso a configurare un modello economico di democrazia, che si concentra sui processi di legittimazione, ed in particolare su processi tesi a forme di investitura personale.
Dalle due istanze partecipative, entrambi tuttavia deboli, emergerebbe un modello che formalmente si propone di contrapporsi alla teoria dei sistemi, ovvero alla separazione politica-società, che ascrive la formazione politica dell’opinione e della volontà alla competizione dominata dai partiti, cioè al sistema politico, ma che in realtà proprio da questo trova la sua prima spinta legittimante.
Formalmente, le primarie trovano la loro giustificazione proprio nella crisi della teoria dei sistemi, che ha sempre più nel tempo inteso politica, società, diritto come sistemi differenti e chiusi., limitandosi ad analizzare il processo politico dal punto di vista dell’autocontrollo del potere amministrativo.
Si reagisce dunque alla crisi di tale modello, con un modello misto, non fondato realmente sulla valorizzazione delle istanze partecipative, ma che si fonda su: autoreferenzialità del sistema partitico; forme di investitura individuale; forme di partecipazione ex post, rispetto al progetto politico e quindi alla formazione dell’indirizzo politico.
 
Nella prima fase delle primarie riemergono partiti e coalizioni, nella selezione dei candidati, ma senza un reale rinnovamento di gruppi dirigenti, di idee, di cultura, di valori, senza partecipazione e senza società.
Inoltre, vi è il rischio che le competizioni fra gli aspiranti alla nomination possano inasprire la conflittualità interna alla coalizione, accentuando il ruolo di cricche e fazioni legate alla ambizione di singoli leader, producendo ferite difficili da rimarginare durante le elezioni vere e proprie alle quali il partito dovrebbe presentarsi unito.
Ora, tuttavia, non credo che la democratizzazione della teoria dei sistemi, tesa a “rompere” il monopolio auto-referenziale dei partiti ed a collegare politica e società, attraverso una reale partecipazione, passi attraverso l’adozione di modelli economici di democrazia, fondati principalmente su forme di investitura individuale.
Ho il timore che l’influenza dei candidati finisca per poggiare più sulla risonanza e sull’approvazione ex post, piuttosto che attraverso un sano percorso partecipativo, che sappia trasformare l’homo credens in homo politicus.
Ho l’impressione che la ricerca di modelli di democrazia fondati su reali ed effettive istanze partecipative ex ante debba passare attraverso un processo di democratizzazione interna di coalizioni e partiti, orientato a risolvere: 1. il problema oligarchico; 2. il problema della rappresentanza, 3. il problema della responsabilità; 4. il problema del rapporto tra interessi generali ed interessi particolari.

*Ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico - Università degli studi di Napoli "Federico II"