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È ora che nel calcio i "dilettanti" divengano professionisti

 

 

 

Di Francesco Fimmanò
Professore di Diritto Commerciale presso la Facoltà di Economia 
dell'Università degli studi del Molise

Editoriale dell'8 agosto 2005

Le clamorose vicende di dissesto di società calcistiche di questi ultimi anni rientrano, in realtà, nell’alveo più ampio della profonda crisi che attraversa il mondo del football e che riguarda ormai tanti importanti clubs, fortemente ridimensionati o addirittura assoggettati a procedure concorsuali.
E ciò impone, sul piano generale, una complessiva riflessione sull’opportunità di adottare efficaci misure per ripristinare trasparenza e regolarità al settore dello sport professionistico. Sullo sfondo assistiamo infatti ad una crisi d’identità di un sistema che ha voluto passare dal diritto speciale al diritto comune e che oggi manifesta complessivamente aspirazioni opportunistiche e velleitarie di un parziale ritorno al passato in virtù di provvedimenti normativi a toppe e dell’ultim’ora, cui sono stati attribuiti non a caso nomignoli del tiposalvacalcio, spalmadebiti, stoppa-Tar e così via.
La tendenza generale a creare sempre più frequentemente categorie di soggetti i cui rapporti sono regolati da uno ius singolare va certamente combattuta, in quanto nel migliore dei casi, finisce per originare privilegi e discriminazioni. In taluni casi, poi, non è tanto la ponderata volontà di sottrarre alla disciplina comune determinati soggetti a spingere il legislatore sulla strada di riforme, bensì l’incapacità a resistere alla pressione di gruppi organizzati, che spesso emotivamente e prepotente-mente, chiedono e invocano questa o quella riforma. In tal modo, il potere legislativo, sollecitato da spinte corporative, si muove male e si trasforma, come sul dirsi in una machine a faire lois.
Le vicende del passato e quelle prevedibili del prossimo futuro esigono interventi normativi meditati che introducano forme preventive ed efficienti di organizzazione, regolamentazione e controllo atte ad impedire caos e dissesti con effetti sistemici, che oggi coinvolgono anche società quotate con pregiudizio dei risparmiatori e degli investitori. Il metodo di regolamentare ex post, alla luce di specifiche esperienze o di interessi di retrobottega, non è più tollerabile: si pensi al c.d. Lodo Petrucci (art. 52 comma 6 NOIF) concepito, male, dopo il caso Fiorentina; oppure al comma 7, dello stesso articolo 52, elaborato dopo il c.d. caso Napoli, o si pensi agli approssimativi regolamenti sui c.d. ripescaggi, di cui tanto si parla in questo periodo, che cambiano pelle, in corso d’opera, a secondo delle esigenze di favorire una soluzione piuttosto che l’altra. Si tratte di “toppe” che volta per volta mostrano inevitabilmente la tipica debolezza e iniquità della norma del caso concreto.
Piuttosto che agitare all’infinito la ormai datata sentenza Bosman come causa irrisolvibile di tutti i mali e come alibi ad una gestione dilettantistica di un settore così importante della vita, anche economica, oltre che sociale del Paese, tale sentenza avrebbe dovuto rappresentare uno stimolo alla trasformazione dell’ordinamento sportivo in un contesto di regole organizzative serie.
Alla fine dell’era del dilettantismo calcistico avrebbe dovuto seguire rapidamente quello delle relative forme di autogoverno.
Le modifiche alla legge n. 91 del 1981, come emendata con il noto D.l. n. 485, del 1996, hanno determinato una gestione del settore priva di controlli efficaci. L’art. 10 novellato nel 1996, ha di fatto introdotto il fine di lucro e la conseguente possibilità delle società anche di quotarsi in mercati regolamentati. Svincolare le società dall’obbligo del reinvestimento degli utili nell’attività sportiva ha esaltato il carattere imprenditoriale delle stesse, con rilevanti conseguenze per l’intero sistema. Le società sono state indotte a indebitarsi oltre misura allo scopo di avere nel breve-medio tempo un ritorno economico tale da risollevare la propria capacità finanziaria e raggiungere un saldo attivo. E’ venuta meno per l’effetto anche la ragione di ogni tolleranza a loro a favore di atteggiamenti di favor normativo e fiscale, trattandosi di normali società lucrative che come tali vanno trattate.
Bisogna rendere le Federazioni vere e proprie Autorità indipendenti di regolamentazione del settore e onerarle di obblighi e poteri di indagine penetranti. Allo stato, ad esempio, l’attività federale è limitata alla sola possibilità di richiedere, ex art. 2409 c.c., l’intervento dell’autorità giudiziaria, mentre occorrerebbe contemplare un sistema di vigilanza informativa ed ispettiva, continua e non limitata al controllo di simulacri contabili in sede di iscrizione ai campionati.
Qualsiasi soluzione interpretativa non risolve dunque nell’assetto attuale i problemi di fondo, ma serve solo ad immaginare sbocchi occasionali delle crisi funzionali alla migliore salvaguardia possibile dei valori aziendali, partendo dall’affermazione del primato di norme imperative dettate dal codice civile e dalla legge fallimentare a tutela dei diritti soggettivi su esigenze ed interessi particolari di sub-ordinamenti convenzionali funzionali ai propri tesserati.