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Un Partito per la Democrazia (II parte)

Girolamo Cotroneo, Giuseppe Ossorio e Ernesto Paolozzi

III argomento: Quindi per la tradizione repubblicana e liberale italiana si prevedono ancora tempi magri?
 
Cotroneo interviene dicendo che: “Un filosofo italiano del Novecento, Felice Battaglia, ha detto una volta, che l’Italia potrebbe un giorno diventare un paese democratico, ma non diventerà mai un paese liberale. Forse si tratta di un’affermazione molto drastica, ma non mi sentirei di rigettarla. Il liberalismo è ancora il patrimonio culturale e ideale di una minoranza. Anche se non lo sanno, sono molti, persino tra intellettuali e politici di rango, quelli che lo confondono sic et simpliciter con la “tolleranza”, che, va da sé, è tutt’altra cosa,. Proprio per questo non saprei dire – pur convinto, con Croce, che la libertà non ha per sé l’avvenire, ma l’eterno – se avrà nei tempi medi (sui tempi lunghi, diceva Keynes, saremo tutti morti) un ruolo decisivo in un processo transizione di cui non riesco a vedere l’esito, ma che temo non sarà proprio felice. Perdoni il mio pessimismo (liberale).”
Paolozzi sostiene che: “Sì. Anch’io, da liberale, condivido il pessimismo del professore Cotroneo. Ma, conoscendolo credo di sapere cosa intenda con quel pessimismo liberale. Cioè che sarebbe sciocco, presuntuoso o velleitario pensare che, solo perché quasi tutti si dicono liberali, il liberalismo abbia trionfato nel nostro paese. Il vero problema è se la minoranza liberale, e con ciò intendo, modernamente e per estensione, anche i repubblicani, i radicali autentici e forse anche gli stessi socialisti riformisti, riesca a svolgere un ruolo di ispirazione delle concrete politiche o se si debba ridurre veramente ad esercitare un ruolo di pura testimonianza. Io penso che debba proporsi come l’elemento di novità nel sistema culturale e politico italiano, affrontando con decisione i temi del lavoro, della liberazione dal lavoro, della democrazia vera (non del democraticismo), della costruzione di un’ Europa politica e non economicistica, e così via. In fondo, nell’Italia della maggioranza assoluta democristiana i liberali e i repubblicani contavano di più che non nell’Italia di oggi in cui si presume che siano liberali i maggiori esponenti del governo e i maggiori dirigenti dell’opposizione. Basterebbe mettere a confronti la nettezza della politica estera di quegli anni con la confusione di quella degli ultimi tempi.”
Ossorio ritiene che: “Se dovessi trarre una morale, una conclusione, da quanto abbiamo sinora detto, potrei dire che si avverte oggi la necessità di costruire, tutti assieme, una nuova area politica che si riferisca al repubblicanesimo e al liberalismo democratico. Che abbia certamente come riferimento i partiti storici e i pensatori classici. Ma che trovi, finalmente, quell’energia e quella freschezza che facciano ben comprendere che si tratta di un nuovo raggruppamento, nuovo nella accezione più completa, e non un’associazione di sia pure nobili reduci e combattenti. E’ questa la sfida che dobbiamo raccogliere e l’eredità che dobbiamo lasciare ai giovani. L’ esser piccoli, l’esser minoranza, non deve essere considerata una sfortuna, ma deve diventare un punto di forza, ciò che consente, nell’ambito del realismo politico, di poter scegliere con oculatezza le necessarie alleanza politiche con i gruppi che si ritengono più affini ma, al tempo stesso, di conservare la propria identità. A patto che, come da qualche tempo con Paolozzi ed altri amici cerchiamo di dire, non si confonda l’identità con i ritratti di Cavour e Mazzini, di Croce ed Omodeo, che pure devono rimanere nella nostra memoria e nei nostri cuori. Il punto è individuare quei temi, alcuni già accennati, e aggiungerei almeno quelli della libertà della ricerca scientifica, della creazione di una reale democrazia economica e della cittadinanza attiva, attorno ai quali, sia pure faticosamente, sia possibile ricreare un reale consenso che renda indispensabile la presenza dei repubblicani e dei liberali autentici. In politica o si ha un consenso di massa, o si rappresentano interessi precisi, oppure si deve avere una funzione. Il nostro compito è quello di rappresentare una funzione chiara e precisa.”
 
Le interviste sono state curate dalla Professoressa Lea Reverberi