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Santità della politica e scristianizzazione della società

Di Ernesto Paolozzi
Professore presso l'Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli

Anche a Napoli, sembra, si sta formando un embrione del movimento cosiddetto teo-con. Con questa poco felice espressione si tende a dar sintesi ad una folla di esigenze che si riduce a poche, chiare risposte. Il tentativo di ricostruire una gerarchia di valori legati alla tradizione, dalla difesa della famiglia come valore fondamentale, alla ripulsa di ogni forma di laicismo, all’idea dell’esportazione, anche attraverso la guerra, di questi valori bruscamente accostati alla difesa della democrazia e della libertà.
Si dirà che si tratta di una sintesi confusa ma è appunto tale l’ideologia che è al fondo del movimento e che trova, per ora, un momento unificante soprattutto in un atteggiamento sentimentale, passionale, antropologico.
Sembra che, come punti di riferimento, si scelgano il presidente del Stati Uniti americani, protestante, e il Papa, rappresentante supremo del mondo cattolico. Altra evidente confusione.
Sul piano strettamente politico, e di politica italiana, si utilizza la recente vittoria referendaria sui temi della ricerca sulle staminali e dello statuto dell’embrione come a dimostrare che gli italiani sentirebbero un gran bisogno di valori certi e, appunto, tradizionali.
Il punto è che tutto ciò è semplicemente falso. Ed è importante dire la verità, anche se aspra e urtante, proprio perché a noi tutti sta a cuore la difesa della civiltà cristiana che, come spesso ricorda Ciampi, assieme all’Umanesimo, e talvolta in dialettica contrapposizione all’Umanesimo, rappresenta la base della nostra civiltà senza aggettivi.
E’ falso, perché è evidente che l’Italia, come del resto l’Europa tutta, è fondamentalmente e radicalmente scristianizzata. Non perché il presidente della Camera, cattolico dichiarato, sia divorziato, e così il presidente del Consiglio che della destra dei valori dovrebbe essere il leader e l’interprete. Non perché la excattolicissima Spagna esprime oggi una politica iperlaicista. Perché, invece, solo un cieco non vedrebbe quanto, nei comportamenti quotidiani degli europei almeno da trent’anni, il cristianesimo e il cattolicesimo siano, sostanzialmente, assenti.
Per la verità, qualche teologo e qualche filosofo segnalavano questo fenomeno sin dai primi anni del Novecento, e il pontificato di Giovanni Paolo II (con l’attuale papa come consigliere) lo ha ratificato, nei fatti, con la quotidiana, assidua denuncia del cosiddetto relativismo che avrebbe pervaso (diciamolo pure, che ha pervaso) la società del mondo occidentale.
C’è qualcuno che, seriamente, se la sente di affermare che si assiste un’inversione di rotta? Qualcuno che se sente di affermare che un cittadino comune del mondo occidentale sia disposto a rinunciare al suo relativistico modo di vivere per abbracciare un cristianesimo coerente e consapevole?
Penso che il problema della Chiesa cattolica sia appunto questo. Quello cioè di comprendere quale debba essere il suo ruolo in una fase della storia nella quale, ormai, non è più (e forse non sarà mai più) egemone. Non sono i Papa boys che possono modificare questo andamento della storia, e nemmeno le alleanze occasionali con la sinistra nelle battaglie antiamericane e pacifiste. Sono fenomeni transeunti che, all’apparir del vero, si esauriscono di fronte alle dure smentite della realtà.
La Chiesa, allora, si trova di fronte a un bivio, quello di inseguire la modernità e cercare di governarla, come pensano molti in Sud America e come, generalmente, ritiene la Chiesa diffusa sul territorio, o quello di ridursi a minoranza, forte e coesa, Chiesa fra le chiese, religione fra le religioni, partito fra i partiti. Chiedere ai suoi adepti coerenza massima e purezza assoluta nei principii e nei comportamenti. Con ciò scegliendo di fatto di escludere la maggioranza degli uomini e delle donne.
Un problema serissimo, grandissimo, epocale. Nei confronti del quale un laico si sente smarrito e preoccupato. Ma che, certamente, non potrà essere risolto a colpi di slogan e di strumentalizzazioni politiche che possono solo danneggiare l’opera di ricostruzione e rifondazione intrapresa dalla Chiesa. Certamente non sarà con l’ipocrisia, né dando voce a quel cattolicesimo e a quel cristianesimo ingenerosi, punitivi, che la cristianità ritroverà le sue radici e nuova forza. Come è altrettanto vero che non sarà un cristianesimo pauperistico, e qualche volta snobistico, a potersi proporre come soluzione del profondo problema.