Contenuto principale

Un dialogo sul futuro della democrazia (I parte)

Editoriale del 27 giugno 2005
 
I Argomento: Dopo la caduta del Muro di Berlino sembrava che per la democrazia liberale e per i valori del repubblicanesimo ci sarebbe stata una sorta di vittoria definitiva. Bisogna ammettere che non è stato proprio così. La democrazia liberale nel mondo è ancora, per taluni aspetti, minoritaria, e non sappiamo se l’Occidente abbia ancora la capacità di esportare il proprio modello politico senza usare necessariamente la forza.
 
Ne abbiamo discusso con Girolamo Cotroneo, ex Presidente della Società Filosofica Italiana e, per anni, assiduo collaboratore della rivista “Nord e Sud” di Francesco Compagna, Ernesto Paolozzi, filosofo di ispirazione liberale, Giuseppe Ossorio, Consigliere regionale della Campania e fondatore dei Repubblicani Democratici, assidui collaboratori del nostro sito.
 
Girolamo Cotroneo, che negli ultimi anni di vita di “Nord e Sud” fu, per tanti aspetti, l’ispiratore ideologico della storica rivista, sostiene che “la caduta del muro di Berlino è stata la genesi pratica del famoso libro di Francis Fukuyama, La fine della storia, apparso nel 1992, ma preceduto, nel 1989, da un articolo con lo stesso titolo. Un libro forse maltrattato più di quanto meritasse, ma che certamente leggeva la storia adoperando in maniera un poco troppo disinvolta la dialettica hegeliana: caduto l’ultimo avversario “storico”, il comunismo, il liberalismo, sosteneva il politologo nippo-americano, non aveva più di fronte a sé (e invece c’erano e come) ideologie forti in grado di fermarne la diffusione al livello mondiale, Se la storia, secondo Hegel, è «il progresso nella coscienza della libertà», questo traguardo sembra ormai definitivamente raggiunta.”
Cotroneo continua: “Che si trattasse soltanto di un’illusione è ovvio; non a caso Samuel Huntington nel suo denso volume Lo scontro tra le civiltà, apparso nel 1996, replicò che la fine del mondo bipolare contrassegnato dalla “guerra fredda” tra liberalismo e comunismo aveva trovato, o creato, un mondo multipolare, di cui l’Occidente era soltanto uno dei poli, che inoltre non aveva più la capacità di attrazione che aveva avuto in passato. La presenza, accanto a quella occidentale, di culture e civiltà “forti”, affatto estranee alla democrazia liberale, e la loro volontà di non lasciarsi fagocitare da quest’ultima, rende molto difficile pensare che possa sostituire visioni del mondo (la democrazia liberale non è soltanto una tecnica di governo, ma, appunto, una vera e propria Weltanschauung) con le quali nulla ha in comune. L’idea poi – che pure qualche favore incontra – di imporla con la forza mi sembra talmente in contraddizione con i principi stessi del liberalismo, da doverla escludere più ancora che a livello di possibilità politica, nei nostri stessi pensieri. Parafrasando Schopenhauer, direi che la democrazia liberale è come la fede o l’amore: non si possono imporre.”
Paolozzi sostiene che: “Indubbiamente, il ragionamento svolto da Cotroneo non fa una piega, né in punto di principio né in punto di fatto. Perché una visione storicistica com’è la nostra non può mai pensare che la storia si fermi, che i contrasti che la animano si appianino per sempre. La libertà non vince e non perde mai definitivamente e, infatti, sconfitti alcuni nemici, ne sono subito apparsi all’orizzonte tanti altri. Ciò però deve indurci a riconsiderare il liberalismo da un punto di vista più generale. Ossia come un metodo di interpretazione della realtà e, assieme, una fonte ispiratrice della prassi politica, dell’impegno individuale. Per questa ragione non possiamo più misurare il tasso di democrazia liberale secondo i parametri dell’Ottocento o anche della prima metà del Novecento, come oggi siamo abituati a fare quando ci attardiamo in polemiche fra liberisti e statalisti, liberali conservatori e libertari.”
Ossorio aggiunge: “Certo, se cerchiamo di tradurre sul terreno politico e sul terreno economico ciò che è stato finora detto, dobbiamo avere il coraggio di dire che il repubblicanesimo e il liberalismo classici devono per noi rappresentare un punto di riferimento generale, come per un cristiano i Vangeli. Ma sul piano della politica attuale vanno individuati obiettivi concreti da raggiungere, altrimenti si rischia qualcosa di simile a ciò che sta accadendo in Europa. Penso infatti che abbia ragione Blair. Per tornare agli ideali del vero europeismo, che sono poi, sostanzialmente, ideali liberali e repubblicani, sia necessario oggi costruire una nuova Europa, perché se si rimane quasi superstiziosamente legati ai principii di Mastricht si va incontro ad un sicuro fallimento. La polemica non deve essere fra europeisti ed antieuropeisti, ma fra vecchi e nuovi europeisti.”
 
 
 
II argomento: Veniamo all’Italia, la quale vive una sorta di crisi nella crisi europea. Da noi, infatti, oltre ai problemi già esposti, non sembra neanche mettersi in moto l’alternanza di governo fra forze di ispirazione socialista e liberale come avviene in altre grandi democrazie occidentali.
 
Cotroneo risponde con nettezza: “E’ così, infatti i due schieramenti italiani – quali che siano le idee e le dichiarazioni dei loro leader – hanno al loro interno sacche (o enclaves) non irrilevanti, affatto ostili al liberalismo. Questo perché sono coalizioni di partiti assai diversi tra loro per storia e cultura, che si uniscono soltanto per ragioni elettorali, evitando chiarimenti politici definitivi. Che cosa hanno in comune i liberali (ce ne sono) di Forza Italia, i cattolici democratici di Follini e Casini con la Lega Nord? E che cosa la Margherita e parte autorevole dei Ds hanno in comune con Pecoraro Scanio, Bertinotti e Diliberto? Se non si riuscirà a creare – non sta a me dire come, ovviamente – un partito davvero, e non soltanto velleitariamente, riformista, credo che il futuro di questo paese non sarà grandioso”.
Ossorio sottolinea: “Ecco, questo è il punto nodale. La incapacità di entrambi gli schieramenti di costruire due partiti, o almeno due raggruppamenti, che abbiano una nitida fisionomia politica, un riconoscibile progetto economico, una comune ispirazione ideale. Diciamolo francamente, i repubblicani e i liberali, pur di grande prestigio, di centro sinistra e di centro destra, come Maccanico e Zanone, Pera e Urbani, non sono riusciti, in questi anni, a condizionare gli schieramenti i quali sono, come ha giustamente detto il professore Cotroneo, degli ibridi, degli ircocervi, per dirla con le parole di un filosofo caro a Cotroneo e a noi, per cui è effettivamente difficile immaginare una transizione tranquilla e, per così dire, fisiologica del nostro paese, tanto è vero che finalmente si parla di tendere ad un maggioritario mite. Temo anzi (ma forse potrebbe essere un bene) che da qui alle elezioni, ma certamente nella prossima legislatura, i colpi di scena possano essere ancora molti, perché troppi partiti sono legati esclusivamente ai leader, altri non hanno radici storiche profonde, altri sono in pieno travaglio ideologico, per cui non è facile intuire dove approderanno.”
Paolozzi aggiunge: “E’ così. E vorrei dire che non mi meraviglierei se, a metà della prossima legislatura, non ci trovassimo a dover affrontare una nuova rivoluzione parlamentare, mentre il paese cosiddetto reale attende invece non tanto o non soltanto risposte concrete a singoli problemi (in fondo questa è la retorica della praticità) ma quanto un’ispirazione politica di fondo, una guida morale, economica e politica che sappia dare speranze, che sappia dimostrare di essere all’altezza del grande confronto fra culture e civiltà diverse che trovano, per ora, un punto di convergenza soltanto nella più pazza e sfrenata concorrenza economica. Che tutto è tranne che la concorrenza liberale.
 
Le interviste sono state curate dalla Professoressa Lea Reverberi