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Interessi organizzati e governi sub-statali (III)

 

 

 

Di Alberto Lucarelli
Ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II"

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Negli Stati Uniti, l’assenza del sistema parlamentare e la pressocché inesistenza dei partiti politici ha fatto sì che il fenomeno della rappresentanza degli interessi fosse da subito misurato in relazione ai gruppi di interesse ed ai gruppi di pressione.
Già Bentley, nel 1908, inThe Process of Government: A Study of Social Pressures, con approccio molto pragmatico si prefiggeva di avviare uno studio realistico del processo politico a partire dalla constatazione che i gruppi sono gli attori più rilevanti della dinamica del potere e che ogni scelta ed ogni decisione di governo, sia a livello locale che a livello nazionale, dipende dalle pressioni che essi esercitano sui membri della classe politica.
Negli Stati uniti, dopo la visione pluralista (Sabine, Laski) degli anni ‘20 e ‘30, influenzata da Tocquevile e da Duguit, nella quale si riteneva che la mera presenza di una pluralità di interessi e di gruppi di pressione potesse essere condizione sufficiente per impedire il predominio di una sola forza politica, il neo-pluralismo (Truman, 1950) evidenziava come i gruppi di pressione fossero automaticamente sinonimo di dispersione del potere e di eccessiva negoziazione a tutti i livelli.
Il gruppo di interesse conservava una distanza dalle istituzione rappresentative, ma se ne percepiva il suo carattere invasivo e clientelare, tale da influenzare direttamente i membri del congresso.
In sostanza, non si parlava di pluralismo della rappresentanza di interessi, ma di pluralismo dei gruppi di pressione. Non si poneva dunque un problema di relazione tra rappresentanza degli interessi e rappresentanza politica in termini dicotomici, quanto piuttosto si percepiva che i gruppi di pressione rappresentassero degli interessi, con l’obiettivo specifico di incidere sulle decisioni pubbliche.
Mentre sul piano strutturale i due modelli si ponevano su posizioni distinte, sul piano funzionale si realizzava un esercizio di influenza sulle istituzioni rappresentative.
Dagli anni ‘60, sia il modello pluralista che neo-pluralista entravano in crisi.
In particolare, Schattscheineder (1960) e Olson (1966) contestavano il principio del pluralismo dei gruppi di pressione, evidenziando come tale sistema risultasse squilibrato in favore di una minoranza, quella titolare di uno status socio-economico elevato.
Tale orientamento veniva poi confermato da Lowi (1969) che evidenziava come i gruppi di pressione si muovessero soltanto per la difesa di interessi particolari, includendo membri dotati di certi requisiti ed escludendo coloro che ne fossero privi.
Negli anni Novanta ha inizio la discussione (Jordan, 1990) delle nuove forme aggregative di interessi. Segmenti delle istituzioni rappresentative, esperti e professionisti, vertici della pubblica amministrazione avviano un processo definito di networks, per difendere interessi particolari o settoriali. Si realizzano delle oligarchie decisionali che dominano il processo di definizione ed attuazione delle politiche pubbliche.
Ecco quindi la nascita ed il tendenziale predominio dei triangoli di ferro. Un modello fondato sulla fusione, piuttosto che sulla contrapposizione.
Il nuovo modello inizia ad affermarsi anche in Italia, dove gli attori sono dotati di un potere effettivo e spesso irresponsabile.
Triangoli di ferro che, pur privi di legittimazione democratica, e al di fuori del circuito democratico della responsabilità politica, sono in grado di esprimere un proprio indirizzo, o quanto meno sono in grado di attuare l’indirizzo politico locale.
Questo modello non ha nulla in comune con il pluralismo sociale, poiché esprime invece, un indirizzo politico-economico settario, che in una zona grigia e poco trasparente, realizza una miscela esplosiva tra modello stato-centrico e modello socio-centrico. Il potere espresso da tale modello misto tende a privilegiare determinate categorie, causando perdite sociali di benessere.
Il processo di scelta e selezione degli interessi, come definito dagli economisti, solitamente composto da tre tipi di attori, politici, burocrati ed elettori, va così in “corto circuito”. Infatti, i gruppi di interesse nei sistemi post-democratici (Crouch, 2003), nell’ambito dei processi di scelta, sostituiscono gli elettori e tendono a spostare il luogo della decisione in ambiti non soggetti a responsabilità politica.
In un processo di dimensionamento localista degli interessi, il suddetto modello tende a comprimere contestualmente le istituzioni pubbliche ed i partiti, rompendo il legame che il cittadino ha con il sistema politico.
La rappresentanza degli interessi, che nasceva quale esigenza di partecipazione dei cittadini e quale espressione di pluralismo sociale diffuso, con l’affermarsi di tali modelli, raggiunge gli obiettivi opposti, facendo perdere ai cittadini ogni possibilità di tradurre le loro richieste in azione politica.