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Lo Stato laico e le religioni: un confronto fra civiltà (I)

 

 

 

di Francesco Lucrezi
 
Due episodi, al centro del pubblica attenzione e del dibattito civile e politico, in Italia e in Francia, nei mesi passati, sembrano particolarmente adatti, per le implicazioni connesse, a stimolare alcune riflessioni sul controverso tema della laicità nelle moderne civiltà occidentali. Ci riferiamo alla legge, recentemente emanata oltr’Alpe, facente divieto di esibire, nelle scuole pubbliche, simboli religiosi particolarmente evidenti (quali veli islamici, crocifissi di cospicue dimensioni, kippòt ebraiche) e alla pronuncia di un Tribunale italiano, che ha accolto la richiesta di rimozione del crocifisso dall’aula scolastica, avanzata dal padre di due scolare di fede islamica. Prima di commentare entrambi gli eventi, si rende opportuna una breve promessa.
Il tema della laicità della società e dello stato, della neutralità delle leggi (poste a salvaguardia del diritto di ciascuno di praticare la propria fede o di seguire la propria coscienza, al di fuori di qualsiasi forma di prevaricazione e condizionamento) e della libertà di ciascun individuo nei confronti dei propri simili e delle autorità, si pone, certamente, come metro di giudizio fondamentale delle società moderne, che vogliano essere realmente libere e democratiche, accoglienti verso tutte le religioni e, per ciò stesso, aliene da ogni forma, ancorché mascherata, di coercizione e prevaricazione. Ma è un tema, come è ben evidente, quanto mai delicato e controverso, anche in ragione delle diverse concezioni che dell’idea di laicità si vogliono sostenere. A tale concetto, infatti, si può dire che sia toccata una sorte analoga a quella dell’idea di democrazia, a parole difesa da tutti, ma secondo accezioni così fluttuanti e divergenti da rendere le molteplici ‘patenti di democrazia’ estremamente diverse le une dalle altre, quando non decisamente antitetiche. Chi mai, al giorno d’oggi, oserebbe dirsi ‘antidemocratico’? E chi mai, almeno in Occidente, ha il coraggio di dirsi contrario alla laicità dello stato? Ma a tale comunanza di dichiarazioni d’intenti corrisponde effettivamente una vera condivisione di valori?
In Paesi come l’Italia o la Francia, di antiche tradizioni cattoliche, l’affermazione dei valori di laicità si confronta, ovviamente, con la radicata presenza della Chiesa cattolica e, soprattutto negli ultimi anni, con l’accresciuta presenza di una cospicua minoranza islamica, assai rilevante in Francia, e sempre più consistente anche nel nostro Paese. Se i principi di fondo del laicismo (libera Chiesa in libero Stato) dovrebbero essere sempre gli stessi, nei confronti di chiunque, è evidente che i problemi sollevati dalla loro concreta applicazione sono diversi, di differente natura storica, culturale e, direi anche, psicologica.
 
Per quanto concerne il rapporto con il cattolicesimo, l’applicazione dei valori della laicità si scontra, a nostro avviso, con due fattori, connessi ma distinti: a) da una parte, la tenace resistenza, da parte della Chiesa, ad accettare di esercitare il proprio magistero agendo esclusivamente nell’ambito della coscienza, senza alcun aiuto da parte di moderne forme, più o meno esplicite, di ‘braccio secolare’; b) dall’altra, il notevole conformismo dell’opinione pubblica, che, indipendentemente dai livelli di laicità, o anche di agnosticismo, ateismo, anticlericalismo ecc., ai simboli e alle tradizioni cattoliche mostra, nella grande maggioranza, di non volere affatto rinunciare.
Riguardo all’atteggiamento ecclesiastico nei confronti della laicità, occorre prendere atto che tale valore, nelle varie congiunture storiche, è stato sempre contrastato, con tutti i mezzi, dalla Chiesa stessa, la quale non ha mai, storicamente, accettato di rinunciare spontaneamente a forme di coercizione politica, tutte le volte che queste permettessero di perpetuare o estendere la propria influenza. Agostino racconta che, da giovane, aveva sempre rifuggito dall’uso della forza, preferendo gli strumenti del dialogo e della libera persuasione, ma che fu costretto a cambiare idea quando constatò che la forza delle leggi imperiali era riuscita, rapidamente e facilmente, a stroncare la diffusione di quelle eresie contro le quali egli, con la sola parola, riusciva a fare ben poco (Ep. 93.5.16s.). E la ‘comodità’ dell’uso dello strumento coercitivo statuale (con la pretesa che esso si confacesse alle richieste ecclesiastiche) è rimasta una costante nella storia della Chiesa, da Sant’Ambrogio (che rimproverò aspramente l’imperatore Teodosio per aver punito dei monaci cristiani che avevano date alle fiamme una sinagoga [Ep. 40.6ss., 41.27s.]) alle crociate, all’Inquisizione, alle conversioni forzate degli indios, fino all’opposizione all’Italia unita, al suffragio universale, al voto alle donne, al divorzio ecc.
Il giudizio storico ufficiale della Chiesa su tutte le vicende ricordate (ad eccezione, forse, del divorzio), com’è noto, è oggi cambiato, e il precedente Pontefice Giovanni Paolo II, fece pubblica ammenda per alcuni ‘errori’ del passato. Chi mai, al giorno d’oggi, rimpiange lo Stato pontificio e il papa-re? E non è forse un dato acquisito che la privazione del potere temporale abbia enormemente giovato al prestigio e all’autorità morale della Chiesa? E, nei confronti della libertà di coscienza, le attuali posizioni del Vaticano cosa hanno in comune con quelle di Ambrogio, con i papi della Controriforma o del Sillabo?
Un giudizio sereno sulla storia dell’Occidente dovrebbe portare a prendere atto che le battaglie per la laicità, per il contenimento della spiritualità nel solo foro interiore della coscienza, non sono state battaglie contro la fede, ma semmai a favore della stessa, nel momento che hanno contribuito a restituirle quella libertà senza di cui, come insegnano Tertulliano e Lattanzio (non est religionis cogere religionem [Tert., Ad Scap. 2.2]; religio cogi non potest… nihil est tam voluntarium quam religio [Lact., Div. Inst. 5.19.11, 23]), non dovrebbe neanche potersi parlare di religione. Chi ama e rispetta la Chiesa, a mio avviso, non dovrebbe avere alcuna remora a impegnarsi per restringerne, il più possibile, la possibilità di influenza sul piano politico e legislativo, perché ciò significa valorizzarne il ruolo di testimonianza e magistero, la nobile funzione di portatrice di una parola che sta solo alla libera coscienza dell’individuo accettare o respingere. Bisogna essere consapevoli, però, che ben difficilmente l’istituzione ecclesiastica apprezzerà questi sforzi, e accetterà di buon grado tale restrizione, dacché la Chiesa, in quanto ‘cattolica’, ha un’innata e irreversibile tendenza universalistica, espansiva, per la cui attuazione ogni metodo, almeno in passato, è stato considerato ammesso. Anche se la storia non concede più un uso diretto della forza per l’imposizione della fede, resta tuttavia, da parte ecclesiastica, l’impegno prioritario di difendere ed estendere il più possibile una presenza visibile e tangibile, utilizzando tutti i mezzi che le circostanze rendano ancora disponibili.
Quando si parla di religione cattolica in Paesi come Italia e Francia, poi, non si deve dimenticare che la stessa, oltre che una forma di fede e di culto, rappresenta anche un sedimentato patrimonio di usanze e tradizioni, un diffuso e radicato fattore costitutivo della coscienza nazionale. Parrocchie, sagrestie, processioni, matrimoni, funerali, battesimi, arte e iconografia sacra, liturgie, festività ecc. rappresentano un imprescindibile elemento di identità, quel patrimonio comune che fece dire a Benedetto Croce che “non possiamo non dirci cristiani”, che esercita un’influenza profonda, spesso in modo inconsapevole, anche sulle scelte civili e politiche dei cittadini, e anche sulla loro stessa concezione di laicità. E’ alquanto difficile, in Italia e Francia, essere laici fino in fondo, perché c’è sempre qualche condizionamento etico, qualche ricordo o esperienza personale, qualche amicizia, qualche nascosto cordone ombelicale che lo impedisce. E, se è difficile contrastare l’influenza della Chiesa, ancor più difficile è lottare contro sé stessi e le proprie radici.
La questione dell’Islam, naturalmente, è alquanto diversa. Occorre tenere presente, al riguardo, che esso non è soltanto, come per noi il cattolicesimo, una religione o, come abbiamo ricordato, un vasto e articolato bagaglio culturale, intrinsecamente intrecciato e miscelato con altre forme di retaggio e condizionamento, ma rappresenta una forma di appartenenza, molto più esclusiva e assorbente, a una civiltà, a un modo di essere che si presenta alquanto assoluto e totalizzante rispetto alle scelte dell’individuo. Quanto tale sistema sia conciliabile con l’Occidente e con la democrazia è argomento di acceso dibattito, ma, qualsiasi riposta si dia a tali quesiti, è un dato di fatto che l’Islam non ha mai avuto, nel suo interno, alcuna Rivoluzione Francese, non ha mai visto nascere, come fenomeno autoctono, un movimento d’opinione all’insegna della laicità: un concetto, questo, che appare di difficile comprensione da parte islamica., e che, quando compreso, genera comprensibili resistenze, in quanto la battaglia per la laicità può essere facilmente – e, forse, giustamente – confusa con una battaglia contro l’Islam stesso. E’ facilmente comprensibile la forte attrazione esercitata, su larghe masse, dal cosiddetto Islam fondamentalista, nel momento che il cosiddetto Islam moderato non sembra presentarsi come un passo “in avanti”, frutto di una convinta e spontanea acquisizione dei valori della società liberale e della libertà di coscienza, ma piuttosto come la mera adesione a un patrimonio altrui, come il servile inginocchiarsi innanzi all’amato-odiato Occidente, quando non si abbia la forza, o il coraggio, di rifiutarlo o combatterlo.
I tanto decantati valori di dialogo e di tolleranza, in questo contesto, appaiono talvolta di difficile condivisione da parte islamica. Da una parte, così, coloro che si dicono più pronti al dialogo sono coloro con i quali il dialogo stesso appare più facile, ma meno utile, trattandosi di soggetti già fondamentalmente acquisiti alla logica dell’Occidente; dall’altra, il confronto con i ‘duri e puri’, che sarebbe più utile, si rivela, oltre che più difficile, anche ambiguo e rischioso, essendo facilmente interpretata, ogni offerta di dialogo, come una manifestazione di debolezza, o il preannuncio di una futura resa.