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L'eutanasia del centrodestra

Le ripetute sconfitte elettorali subite dal centrodestra negli ultimi quattro anni, e culminate nella disfatta delle recenti regionali, sono il segno di una crisi strutturale dell’attuale maggioranza di governo. Non solo. La crisi è forse ancora più profonda perché non si tratta soltanto di un giudizio negativo nei confronti di una amministrazione, di un governo. Ma si tratta di un distacco della maggioranza del paese da un ideale politico, della scomposizione di un blocco sociale ed economico formatosi nell’ultimo decennio.
Tutti i cavalli di battaglia del centrodestra sono in crisi: il federalismo, il liberismo economico, il leaderismo personalistico. Le tre componenti che tenevano insieme, nel nome di Silvio Berlusconi, forze politiche altrimenti destinate ad entrare in conflitto ed a scontrarsi duramente.
Di fronte a questa crisi, oggettiva, tanto più grave se si pensa all’immenso potere accumulato da Berlusconi in questi anni, ci si aspettava un guizzo, un tentativo serio e rigoroso di riprendere l’iniziativa politica. Invece gli italiani si trovano quasi a dover subire un governo, il Berlusconi bis, così debole, così confuso, da far pensare ad una forma di eutanasia, se non di suicidio praticato da chi ha ormai rinunciato a giocare la partita finale.
Come si può mandare via Sirchia, un ministro della Sanità che ha certamente fatto discutere ma la cui capacità tecnica ed onestà intellettuale era indiscussa, sostituendolo con l’ex governatore del Lazio, capace di perdere le elezioni in una delle Regioni che sembravano essere una roccaforte del centrodestra? Come si può, soprattutto sul piano politico, richiamare al governo Tremonti, ritenuto, solo pochi mesi fa, da Alleanza Nazionale e dall’UDC, da Fini e Follini in prima persona, il responsabile massimo del disastro economico del paese e dell’invenzione di quell’asse del Nord che era, peraltro, unicamente l’asse della Lombardia e di alcune zone del Veneto, regioni veramente privilegiate da questa coalizione?
Una sorta di schiaffo in faccia, diciamolo senza mezzi termini, a Fini e a Follini. Schiaffo che quest’ultimo, con sagacia e prudenza, è riuscito a schivare all’ultimo minuto salvando così, forse, la forza politica che rappresenta e lo stesso futuro di questa.
L’evidenza stessa della crisi e della incapacità di affrontarla che si è manifestata plasticamente nel volto sconfortato di Berlusconi, in quello tirato di Fini e nella presa di distanza di Follini, che non ha voluto partecipare al nuovo governo, lascia sospettare che i leader di questa coalizione siano rassegnati ad avviarsi alla sconfitta e che cerchino soltanto di salvare il salvabile mentre la nave affonda. 
Detto ciò, poiché la politica può sempre preservare sorprese, ci sembra quasi superfluo ricordare, come ha fatto Rutelli in un articolo pubblicato da Repubblica, che le elezioni non sono state ancora vinte dal centrosinistra e che è necessario, in questi pochi mesi che ancora ci separano dal voto, presentarsi con le idee chiare, con un programma preciso e credibile di stampo francamente ed intelligentemente riformista, evitando toni e accenti che possano indispettire quegli elettori che, delusi dal centrodestra, cercano nei partiti del centrosinistra una credibile alternativa. 
Sono solo pochi mesi quelli che debbono ancora passare. Ma bisogna vigilare perché i colpi di coda che un governo disperato potrebbe riservare non siano letali per l’economia italiana già duramente provata e per la coesione stessa del paese, che l’ opinione pubblica vuole, invece, rivedere unito attorno ai valori fondamentali della sua Costituzione, delle sue tradizioni culturali, civili e politiche.