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La democrazia tra liberismo e socialismo (VI)

 

 

 

Di Giuseppe Galasso

Tratto da La democrazia tra liberismo e socialismo
Edito da Acropoli, distribuito da Il Saggiotore

Il pensiero democratico ha sempre rifiutato in sede di azione e di decisione il principio classista, anche quando lo ha accettato come anone di interpretazione storica e politica, così come ha sempre rifiu tato tutte le versioni del socialismo e del comunismo che, anche senza giungere alle enormità dello stalinismo, deflettevano dal criterio di mantenere a proprio fondamento gli strumenti e i modi di manifestarsi delle «libertà borghesi»: pluralismo, libertà di associazione e di parola, alternanza di forze al potere, liberi parlamenti etc. Allo stesso modo la democrazia ha sempre rifiutato la petizione liberale di un processo politico fondato sulle opzioni, le azioni e le reazioni delle èlites della vita sociale, anziché sull'esercizio del suffragio universale inteso come processo concreto di partecipazione popolare al potere; e ha rifiutato il canone del juste milieu, propugnato dal liberalismo non solo e non tanto sul piano teorico quanto nella pratica dei regimi in cui le forze liberali hanno avuto parte determinante e in cui la regola è stata una costante e totale identificazione degli interessi delle classi medie o di gruppi di esse con gli interessi generali.
Sul punto degli interessi generali la divergenza tra liberali e democratici non è, anzi, affatto una divergenza di principii. Rifiutando gli uni e gli altri la teoria classista, questo punto è stato comune ad essi come affermazione del criterio di un fondo che deve sorreggere il governo in un regime di libertà. Lo provano le grandi polemiche anti-monopolistiche, Uberistiche, antiprotezionistiche, antitrust combattute in ogni paese libero assai spesso da liberali e democratici uniti. È diverso il punto di riferimento. Basterebbe a dimostrarlo la storia del suffragio universale, che è stato a lungo la petizione democratica più caratterizzante nei confronti dei governi liberali, attestati sul concetto che elettorato e proprietà, elettorato e censo dovessero avere e avessero fra loro un'identità indiscutibile. Ma ben di più lo dimostra la politica economica e sociale dei partiti e delle forze liberali là dove hanno governato in opposizione a partiti e forze democratiche.
Concettualmente, questa opposizione si è spesso espressa nella polemica o nel contrasto sul vero referente ideale, sulla causa finale essenziale del pensiero democratico: il concetto cioè di popolo, di nazione, di patria e simili, che per i democratici, dalla rivoluzione americana e dalla rivoluzione francese in poi, è stato quel che per i marxisti è stato il concetto di proletariato. E se «nazione» e «patria» sono termini che appartengono di pieno diritto, sia pure con ben diversa inflessione, anche al lessico politico liberale, quello di «popolo» ha sempre costituito tra liberali e democratici una discriminante decisiva. Bisogna dire pure che su questo punto la polemica liberale ha potuto essere spesso fondata e vincente per il frequente ondeggiare e venir meno del confine tra democrazia e demogogia. Ma, alla fine, è pur sempre su questo punto che il pensiero e — molto di più — l'animo e l'azione dei democratici hanno avuto modo non solo di caratterizzarsi, bensì anche di acquisire una densità di concretezza sociale e — se si vuole — sociologica, che ha superato e riscattato il dottrinarismo non a torto, ricorrentemente imputato e ne ha costituito ad essi, e non a ragione di vitalità e di persistenza nelle sue istanze
ella sua tradizione. E su questo punto che per il pensiero democratico l'esercizio del regime di libertà non si è semplicemente identificato con l'accettazione di principio della «ragione dei più», non si è ridotto solo alla prassi di un libero calcolo delle volontà, a prassi elettorale e ha, invece, assunto il carattere di una petizione ideale espressa dall'originario trittico rivoluzionario di libertà, egalité, fraternità e fedele all'inseparabile unità concettuale di tali (tutt'altro che casuali) termini etico-politici. È nel riflettere su questo punto che, nella tradizione italiana, un Mazzini poteva affermare che lo stesso termine di «democrazia» gli sembrava imperfetto e insoddisfacente per esprimere quella unità e pensava che fosse più adatto e conseguente il termine di «governo sociale».
Da ciò deriva una considerazione storico-politica di grande importanza; e cioè che l'interscambio della democrazia con il liberalismo da un lato, e con il socialismo, dall'altro, va visto innanzitutto e soprattutto nella formazione di ampie piattaforme programmatiche comuni. Va visto nelle esigenze politiche e sociali emerse come comuni convinzioni nel corso concreto della vita e delle lotte politiche e sociali. Va visto nella costanza e nel ricorrere di simili convergenze programmatiche, specifiche e concrete nei successivi periodi della storia politica e sociale e nella prassi e nella tradizione dei regimi di libertà.
Nell'ottica democratica, quando si parla di liberal-democrazia e di socialismo democratico o di democrazia liberale e di democrazia socialista, è proprio a questa convergenza programmatica, operativa storico-politica e storico-sociale che bisogna pensare. Non è in gioco, invece, l'autonomia concettuale e la specifica storica ed etico-politica della democrazia, dell'idea democratica. La presunzione liberale che l'idea democratica sia una idea dottrinaria di profilo teorico inferiore, più legata agli impulsi di un moto degli animi e delle passioni che al vigore di una forte petizione storica e concettuale, è una petizione irricevibile. Alla fine sono stati i liberali a dover fare i conti con la democrazia assai più che il contrario. I grandi liberali — da Tocqueville a Croce — hanno riconosciuto che «le istituzioni sociali della liberto non sono qualcosa di immutabile, ma cangiano di continuo»: Tocqueville dubiterà perfino che il diritto di proprietà sia indiscutibile e Croce polemizzerà a fondo con Einaudi rivendicando la purezza e liberalismo politico rispetto a quello economico. E questi liberali Sconosceranno egualmente la democrazia come «regime storico della libertà (perfino Croce: si scordi la sua finale accettazione ed esaltazione del suffragio universale, malgrado la sua convinzione dell'inferiorita concettuale e di principio dell'idea democratica rispetto a quella di libertà.
Non meno irricevibile è la parallela petizione socialista e comunista, e, più specificamente, comunista, secondo cui l'idea democratica, da un lato, è una ideologia concretamente e sostanzialmente «borghese» e, dall'altro lato, si fonda su un'analisi insufficiente o addirittura inconsistente delle «leggi» economiche dello svolgimento storico e, in particolare, della società capitalistica, ossia un'analisi legata indissolubilmente a moduli e riferimenti socio-economici condannati dalla storia (piccola proprietà contadina, artigianato, libera professione etc). Per l'imputazione di una natura sostanzialmente e concretamente borghese l'esperienza del secolo XX ha dato una risposta insuscettibile di equivoci. Le celebrazioni del bicentenario della rivoluzione francese si sono svolte nella prima metà del 1989 all'insegna, fra l'altro, di un rifiuto e di una condanna del programma «giacobino» e degli esiti di quella rivoluzione, magari salvando i «girondini» e il loro liberalismo e contrapponendo perfino la rivoluzione americana (per non parlare degli svolgimenti liberali in Inghilterra) a quella francese: come se l'essenza del regime moderno di libertà non fosse stata nella Francia rivoluzionaria un'istanza comune di giacobini e girondini e come se negli Stati Uniti e in Inghilterra la libertà fosse costata meno lacrime e sangue che in Francia e in altri paesi europei. Una fiera ironia della storia ha poi voluto che la seconda metà dell'anno bicentenario fosse occupata in tutto l'universo del «socialismo reale» da una rivendicazione incontenibile e rivelatrice, precisamente, di quella libertà e di quelle libertà «borghesi» a cui socialismo e comunismo si erano a lungo irrisi. A sua volta, nei confronti dell'imputazione di insufficiente vigore o di inconsistenza avanzata nei riguardi del pensiero economico legato all'idea democratica la disdetta della storia è stata ancor più clamorosa. Essa ha consentito ai democratici (così come, invero, ai liberali) di far notare che il superamento effettivo della società capitalistica, combattuta da socialisti e comunisti, non ha preso la via dello Stato proletario e della «costruzione del socialismo», di cui ha fatto registrare un fallimento epocale; ha preso la via di una società ora definita post-industriale, fatta di vecchi e nuovi e gravi problemi, ma tutt'altra dall'ipotizzata e auspicata società socialista.
Ciò che sta accadendo nel comunismo europeo è, infatti, una riprova ulteriore di tutto ciò. Si tratta di svolgimenti di tanta importanza storica da rendere gli spiriti pensosi e scrupolosi più inclini a riflettere per cercare di capire e a riverire la maestà della grande storia in atto che vogliosi di commenti e giudizi più o meno saccenti. Ciò non significa che qualcosa non possa e non debba essere detto anche subito, sul piano, ad esempio, delle idee. Fanno sorridere (ma anche sdegnare) i molti predicatori della fine delle ideologie e dell'avvento di una politica, ormai, tutta di «questioni concrete».
L'idea democratica aveva già fortemente influenzato sia il liberalismo che il socialismo e ne era stata a sua volta influenzata.
Ma le idee conservano in ogni caso la specificità che le rende più o meno protagoniste. Derisa a lungo da liberali e socialisti per i suoi dottrinarismi, moralismi, semplicismi, «alcinesche seduzioni» e untuosa devozione ai «sacri principi dell'89», l'idea democratica appare oggi come quella che esce più forte nel suo organico legame col liberalismo e con la libertà, dal fallimento del dio comunista, sia per le necessità irresistibili sia per le possibilità concrete che la evocano.
Anche se — è appena il caso di dirlo — il «paradiso dai verdi prati» che è nel sogno dei grandi democratici da due secoli non sarà mai un miraggio a portata di mano. E anche se — va aggiunto — a soddisfare le prospettive dell'idea democratica saranno, come già accaduto in passato soprattutto col liberalismo, altre parti politiche, con altri nomi.
La controprova è offerta dalle nuove sfide e dai nuovi problemi di fronte ai quali, contemporaneamente, si sono venuti a trovare i regimi di libertà. La dialettica delle classi è andata ben lontana dalla polarizzazione borghesia capitalistica (esigua minoranza) — proletariato (enorme maggioranza), preconizzata dal marxismo. La struttura di classe si è disarticolata e riarticolata secondo moduli che ne fanno una realtà estremamente duttile e di difficile governo. Lo sviluppo economico ha dimostrato compatibili fra loro i più grandi e i più piccoli livelli dell'iniziativa economica, accrescendo la necessità di regolare democraticamente la vita economica, da un punto di vista non già di pura socializzazione, bensì di garanzia degli interessi generali, che impongono fra pubblico e privato equilibri inediti, tutti da ideare e da sperimentare nel caldo dell'esperienza storica. Il problema dello Stato — problema centrale del pensiero sia liberale che democratico del secolo XX — si pone e ripropone in forme anch'esse nuove: gruppi di pressione, gruppi di potere, forze e tradizioni regionali, diffusione dei «movimenti» come agenti politico-sociali a preferenza dei partiti o di altre forme tradizionali, funzionalità delle rappresentanze e degli esecutivi, nuove concezioni delle forme e della vita istituzionale, nuove esigenze di concorso della parte pubblica nella vita sociale. Tutto ciò rende il problema dello Stato, ad un secolo dalle grandi teorizzazioni dell'Europa liberale, ancor più acuto di allora; e non si può dire che la riflessione democratica (così come, del resto, quella liberale) ne abbiano dato analisi e risposte sufficientemente soddisfacenti. Stato di diritto e Stato sociale, Stato delle autonomie e Stato della partecipazione sono solo alcune delle formule tra le quali si agita una ricerca di identità e di specificazione, che non è solo teorica. Al contrario: essa nasce, innanzitutto, da una trasformazione sociale fin troppo vistosa nella sua affermazione e nella sua richiesta di «nuovi diritti sia degli individui che delle comunità. Anche i «nuovi diritti» non sono sempre di facile definizione. Si pensi solo ai cosiddetti «diritti diffusi», di cui un esempio tipico è il diritto all'ambiente, e all'enorme giustificata rilevanza assunta dal problema ecologico. Ma si pensi anche ai diritti, tuttora difficilmente definibili in termini tradizionali rivendicati da comunità e individui allogeni stabilitisi nei paesi di più alto sviluppo economico e sociale: diritti che giungono alla facoltà del voto almeno amministrativo per non-cittadini, secondo un modulo inconcepibile per lo Stato storico europeo anche dell'originaria tradizione liberale e democratica.