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La democrazia tra liberismo e socialismo (V)

 

 

 

Tratto da La democrazia tra liberismo e socialismo
Edito da Acropoli, distribuito da Il Saggiotore

di Giuseppe Galasso
 
Non in tutti i partiti comunisti europei la crisi profonda del loro credo ha avuto le medesime ripercussioni. Nell'Europa orientale, nei regimi delle cosiddette «democrazie popolari» i comunisti sono apparsi in generale, tranne qualche eccezione, travolti dal corso degli eventi. La rinunzia al ruolo di partito-guida del paese, i mutamenti di norme con la frequente riassunzione di quello di socialdemocrazia, l'autocriti­ca devastante del proprio passato, l'esclusione e addirittura i processi di esponenti fra i massimi dell'ordine ora crollato, l'adozione di princi­pio del pluralismo politico e della libertà elettorale hanno costituito una serie quasi rituale di procedure nel mutamento rapidissimo (pochi mesi!) intervenuto in un'area geo-politica così ampia e fino all'ultimo considerata assai solida. Nell'Unione Sovietica le cose vanno diversamente; ed è ben comprensibile, se si pensa alla genesi del regime, allo spessore e alla lunghezza della sua esperienza comunista, alla distruzione continua di ogni ipotesi alternativa, alle tante fin troppo macroscopiche e consistenti particolarità che contraddistinguevano e contraddistinguono il comunismo sovietico da quello delle democrazie popolari. Proprio perciò lo sviluppo degli eventi nell'Unione Sovietica segue altre logiche, altri tempi, altri modi, pur nella sostanziale affinità di un processo che riafferma le esigenze del pluralismo politico e sociale di fronte al monolitismo del partito unico e alla «dittatura del proletariato», in cui l'azione del comunismo sovietico si è tradotta. In Europa Occidentale le due reazioni più significative sono state quelle dei comunisti francesi e dei comunisti italiani. I comunisti francesi sono rimasti sostanzialmente ancorati ad una posizione immobilistica, che si può legittimamente definire di «prigionia del passato». Malgrado le apparenze in contrario e alcuni innegabili sviluppi, il comunismo francese non ha mai superato, e lo dimostra, lo schema politico-culturale stalinista degli anni '30. La reazione dei comunisti italiani è stata molto più vivace e, presumibilmente, vitale; e ciò in ragione di una loro storia politica e culturale assai diversi, che li ha ben più organicamente e positivamente inseriti nel contesto italiano, ne ha anticipato alcune caratterizzazioni e alcune prese di posizione rispetto al centro mondiale del comunismo, li ha fatti parlare tempestivamente di una «via italiana al socialismo». Sulla base di questa loro «diversità» i comunisti italiani hanno poi finito col costruire a posteriori una loro storia, che ne renderebbe del tutto pacifici e conseguenti gli attuali mutamenti, finendo col proiettare in posizione assai marginale il loro rapporto storico con lo sviluppo del movimento comunista internazionale e con il «socialismo reale». Del comunismo (che fu la ragione storica e ideale determinante della loro nascita e del loro sviluppo come forza politica) e del «socialismo reale» (che è stato un loro costante punto di riferimento con riserve e differenziazioni riguardanti la «via al socialismo» e non già la sostanza e i fini dell'idea comunista e del suo «modello reale») il partito comunista italiano è stato, invece, profondamente partecipe. Ben più: è stato ricordato a ragione che la sua storia «è la storia di un partito leninista rivoluzionario, che fin quasi agli anni Settanta è rimasto in attesa di una crisi finale del capitalismo e di un'ulteriore espansione propulsiva del comunismo reale staliniano, kruscioviano, brezneviano». Ciò vuol dire che continuità e linearità, chiarezza e «giustificazionismo» sono criteri di metodo e punti critici che non possono caratterizzare in modo accettabile neppure la storia del comunismo italiano. La perdita del carattere rivoluzionario, nel senso comunista leninista, di que sto partito appare dovuta, infatti, al contesto in cui esso ha operato e che lo ha assimilato a sé in misura incomparabilmente superiore a quella in cui esso ha potuto e saputo incidere nel contesto. Dopo di che non è in questione, chiaramente, la rilevanza del ruolo che come partito italiano e come forza nazionale — nel bene e, natural­mente nel male — i comunisti hanno esercitato nella storia del loro paese. Resta solo poco comprensibile la tiepidezza con la quale si per­cepisce o — meglio — la miopia per cui non sembra essere percepita la macroscopica radicalità del mutamento che una parte (la parte mag­gioritaria, «bolscevica») del partito propone per esso e che l'altra parte (la minorotaria, «menscevica») addirittura rifiuta. Quasi che si trattas­se di uno spostamento marginale o di un mutameno parziale, e non di una vera e propria conversione di principii.
Quasi che il passato rivoluzionario del partito possa essere dimenti­cato. O, peggio ancora, quasi che esso non costituisca un titolo di merito storico, la ragione per cui il partito comunista ha avuto in Italia una specifica giustificazione almeno nella sua ottica.
Così oggi il partito comunista fa assistere in Italia ad un singolare paradosso. Da un lato, esso annaspa in maniera irrecuperabile tra il suo passato per farne una base più adatta al suo futuro, ma, così facendo, non solo si lacerano al loro interno pesantemente, ma tolgono ad ogni disegno per il futuro qualsiasi credibilità: come accade sempre quando passato e futuro sono così intimamente legati da non poter essere scissi e separati secondo logiche artificiose, rinnegatrici, setta­rie. Dall'altro lato, invece, il partito comunista rimane in Italia uno schieramento importante, rimane la vasta aggregazione di forze, di in­teressi, di passioni, di entusiasmi, di operanze, di intelligenze, di cul­tura, di capacità, che tutti sanno.
Oggi questa aggregazione è in fortissima crisi ed è esposta al rischio di una dissoluzione ben maggiore delle perdite che finora ha subito. Non si dà, certamente, l'impressione di saperla e poterla superare atte­standosi sulle posizioni di un «no» alla proposta di una trasformazione di essa in una forza politica caratterizzata diversamente da quella che non ha superato l'esame della storia e deve oggi precipitosamente riti­rarsene. Ma non si dà nemmeno l'impressione di saperla e poterla superare se al rischio che si corre, e che è in realtà una drastica sfida della storia, si da la risposta di un'adulterazione e rinnegamento del proprio passato e l'elusione di scelte ben più consapevolmente profonde.
Non è, infatti, una risposta l'adesione ai movimenti di qualsiasi genere che si prospettano oggi o possano prospettarsi domani nella società. Non è una risposta la proclamazione che, comunque, si vuole stare dalla parte dei «deboli» e dei «poveri» contro i «forti» e i «ricchi». Non è una risposta l'ecologismo, il pacifismo, il «terzomondisgalasso
mo» e simili altri «ismi». Niente di tutto ciò fonda una istanza programmatica adeguata del partito che ebbe a sua base l'ipotesi di Lenin, le dottrine di Marx, il «paradiso dei lavoratori» di Marx, il disegno del socialismo a cui pervenire per una «via italiana», la strategia di Togliatti e di Berlinguer.
È vero che in questa difficoltà di scelta si ritrovano anche i socialisti. Benché essi non ne parlino, i loro capi più responsabili ne sono consapevoli. Craxi — come abbiamo già avuto occasione di notare — dichiarò con la sua rude franchezza a Praga, nel suo viaggio in Cecoslovacchia, che anche nelle stesse socialdemocrazie europee vi sono aspetti programmatici obsoleti e insufficienti rispetto alla realtà della società post-industriale. Eppure le socialdemocrazie hanno fatto un cammino ben più ampio e ben più lungo e ben più tempestivo di quello del PCI. Basti pensare ai socialdemocratici tedeschi nel loro passaggio dall’ originario programma marx-socialista di Gotha nel secolo scorso a quello davvero socialdemocratico di Bad Godesberg (di cui i comunisti italiani risero e sorrisero, a suo tempo, con tanta boriosa presunzione) e a quello del 1976, già fortemente impregnato di esigenze radical-democratiche e «verdi». E se queste sono le difficoltà dei socialisti, si può immaginare quali siano quelle dei comunisti e quanto sia grave la loro lentezza nel fare i conti fino in fondo con le scelte autentiche e profonde della democrazia occidentale nelle sue espressioni più rigorose.
Si può solo osservare che nell'ambito socialista europeo il dibattito e la ricerca per la nuova identità socialista appare già sviluppato da tempo con grande complessità di motivi e non solo in dipendenza dagli eventi via via registratisi, a partire dalla Polonia, nell'Est europeo. I risultati sono ad uno stadio ancora largamente fluido. Il modello di società che il socialismo europeo persegue, non essendo più — da tempo — quello più o meno legato al marxismo — rimane indeterminato, vago. Postula il mercato e i valori tradizionali dell'occidente, ma agita una socialità dai tratti, che appaiono troppo spesso e troppo incerti nel loro senso generale. Le definizioni che ne vengono fuori dall'azione dei socialisti nei paesi in cui sono al governo (Francia, Spagna, Italia etc.) sono non solo empiriche (come è, peraltro, naturale su questo piano), ma anche piuttosto discontinue e incoerenti. Né alcuno potrebbe sostenere che la Francia, ad esempio, del 1990 può essere definita nella sua organizzazione collettiva e strutturale più socialista di quanto fosse prima del 1980, alla vigilia del doppio settennato di Mitterrand. Semmai, bisognerebbe parlare, in generale, di una più ampia democratizzazione della società francese, che, nella misura in cui vi è stata, ripropone il problema del rapporto teorico e storico fra socialismo e democrazia.
In alcuni paesi europei — soprattutto, per certi versi, in Italia e,altri in Germania — nell'ambito politico, culturale, sociale generalmente considerato di «sinistra» il processo di ridefinizione dell'ideailista si è mosso con difficoltà maggiore per la larga diffusione delle nuove spinte connesse all'azione di forze come quelle dei radicali italiani e dei «verdi» e come quelle dei molti «movimenti» (donne, arginati etc). Già di per sé il «movimentismo» esigerebbe un'analisi approfondita e dettagliata per l'importanza che ha assunto come forma ed espressione anche politica di istanze della società cosiddetta post-industriale, oltre che nella prassi e nelle vicende politiche dei paesi in cui esso si è manifestato e si manifesta. In generale si può già dire, tuttavia, che ad esso si riporta ormai una serie di petizioni, con le quali non è solo la tradizione socialista, bensì anche quella della democrazia europea a dover fare i conti. E lo stesso deve dirsi, nel quadro più specificamente italiano, per i radicali, la cui parte e la cui lotta per i «diritti civili» negli anni tra il 1975 e il 1985 sono state particolarmente rilevanti e hanno contribuito in alta misura ad una ridefinizione aggiornata e più estesa di quei diritti.
Vale, peraltro, anche la considerazione che dal «movimentismo» sembra derivare piuttosto la forza di una sollecitazione che l'indicazione di istituti e forme definite e concrete. Sotto questo aspetto si può dire che i «movimentisti» abbiano già subito negli anni della «contestazione» e negli «anni di piombo» un esame storico fondamentale e non positivo, anche a prescindere dalla degenerazione terroristica e dall'ipotesi di rinnovamento millenaristico che ne conseguirono. Il «movimentismo» posteriore è stato al di fuori di quelle degenerazioni, ma non sempre ha evitato il piano inclinato di un utopismo, da un lato, e — se così si può dire — di un fondamentalismo, dall'altro lato, che ne rendono perfino ambigua, sotto certi aspetti, la complessiva funzione storica.
In ultima analisi, restano, dunque, i conti da fare — sia per la democrazia e per il socialismo che, in realtà, per l'intero schieramento politico contemporaneo — con i «movimenti», con il radicalismo e con le altre istanze più o meno affini emerse nell'esperienza. Ma sono conti da fare con un rigore reso più accorto dal carattere indefinito, dagli esiti a volte ambigui e da simili altri aspetti che questa stessa esperienza ha messo in rilievo.