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La democrazia tra liberismo e socialismo (IV)

 

 

 

Tratto da La democrazia tra liberismo e socialismo
Edito da Acropoli, distribuito da Il Saggiotore

di Giuseppe Galasso
 
Ho già osservato come la discriminante essenziale della divisione tra socialismo e comunismo fosse rappresentata da un problema di libertà politiche e civili e di garanzie istituzionali e sociali. Bisogna, tuttavia, notare che, pur nella profonda e decisiva diversità dei metodi, è rimasta a lungo comune a socialisti e a comunisti l'ipotesi della costruzione di una società comunista. Questa ipotesi riposava, innanzitutto e soprattutto, sulla tesi che la socializzazione della proprietà, la socializzazione dei mezzi di produzione, la gestione pubblica dell'economia (a cominciare dai servizi civili fondamentali), il livellamento delle condizioni di status e di reddito, la pianificazione della produzione e degli scambi secondo logiche largamente astraenti da quella del mercato, il governo politico dei prezzi e tutto quanto si connette — insomma — ad una visione di rifiuto e di sfiducia non solo rispetto al pensiero liberista, alla sua affermazione che l'iniziativa individuale è l'unico motore nazionale e che gli equilibri spontanei del mercato sono la più armoniosa soluzione possibile dei problemi sia economici che sociali, bensì anche rispetto al pensiero democratico che la libertà individuale afferma con vigore anche nell'economia, ma che delinea un amplissimo quadro di intervento pubblico al fine di una correzione e di una guida sociale del moto spontaneo della stessa economia. Nel loro nucleo originario i punti forti di tali dottrine socialiste risalgono addirittura già alla vigilia della rivoluzione francese e configurano in laniera già chiara tutto il socialismo pre-marxista, quello che da Marx era visto e definito come socialismo «non scientifico». È stato, però, nel marxismo che, indubbiamente, il socialismo economico nei tratti fondamentali e caratterizzanti sopra accennati si è manifestato, è stato soprattutto nella realizzazione storica concreta avuta dal marxismo, in quanto «socialismo reale», che quei tratti hanno trovato la massima evidenza teorica e pratica. E il nucleo marxistico ha continuato e continua a far parte del socialismo europeo, anche quello più caratterizzato in senso democratico, assai più di quanto non sia apparso e non appaia per altri segni, da noi stessi richiamati in queste pagine. In nessun'altra parte della problematica politico-sociale lo si può, forse, notare come per quanto riguarda il Welfare Slate, lo Stato sociale, nella versione socialista che esso ha avuto nel mondo scandinavo o nell'Inghilterra laburista, nonché nell'Italia a conduzione democristiana, in cui le spinte di governo socialiste e quelle comuniste di opposizione si sono sposate con la tradizione cattolica del solidarismo assistenziale e del particolarismo sociale. Ciò ha portato alla fine più di un leader del socialismo europeo — citiamo, per tutti, Craxi nel suo viaggio in Cecoslovacchia del dicembre 1989 — a riconoscere che di elementi superati e obsoleti non si debba parlare soltanto per il comunismo, bensì anche per il socialismo e per le socialdemocrazie europee della fine del secolo XX. Un tale riconoscimento era accompagnato, nella fattispecie, dall'accenno alla necessità e possibilità di indirizzarsi ad un socialismo radicalmente diverso non solo dal comunismo, ma dalla stessa tradizione socialdemocratica. Sono stati però, manifestamente inani i tentativi di riprendere qua e là, in vari partiti socialisti europei, il pensiero socialista pre-marxista. La resurrezione dei vari Proudhon, Saint-Simon etc si è rivelata un'impresa non meno disperata di quella di infondere nuova vita e significato alla tradizione marxistica uscita a pezzi dall'esperienza del «socialismo reale». Quale socialismo si può, dunque, avere in mente, quando se ne postula uno diverso anche dalle tradizioni e realizzazioni europee del secolo XX? A questo interrogativo nessuna risposta emerge dal pur intenso e per nulla banale dibattito programmatico e politico che il socialismo europeo conduce su se stesso in confronto sia col corso del comunismo che con quello delle società a prevalente ispirazione liberal-democratica. Quale senso può avere il termine «socialismo» nel futuro del pensiero della società europea? Ha ancora un senso parlare della «costruzione di una società socialista», come facevano insieme, sia pure in ottiche assai diverse, socialisti e comunisti fino assai oltre la metà del secolo XX? Se l'impalcatura di una economia socialista quale è stata teorizzata e tentata nel corso dei secoli XIX e XX è stata vanificata nei suoi fondamenti di principio e nella qualità delle sue realizzazioni dallo sviluppo impetuoso delle esperienze che già ora vengono definite post-industriali, in che cosa potrà risiedere il carattere distintivo teorico e pratico, programmatico e politico di una proposta definibile come «socialista» non solo per amore del termine, per affetto ad una tradizione certo illustre, per pigrizia etico-politica o per timore di un ribattezzamento ancor più significativo di quanto già di per sé non siano i fatti? In che cosa una notazione specificamente e inconfondibilmente qualificabile come «socialista» potrà distinguere una tale proposta rispetto alle derivazioni e identificazioni che il socialismo europeo ha dovuto accettare dalle tradizioni e dal pensiero liberale e democratico nel loro corso storico tra il XVIII e il XX secolo e rispetto a ciò che nella seconda metà del secolo XX è emerso come patrimonio ideale e programmatico dei «movimenti», dei «verdi» e di altre neo-formazioni legate ad una fenomenologia sociale estremamente diversa da quella prevista dalla tradizione del pensiero socialista e comunista, ma non repellente alle tradizioni del «dissenso», del «radicalismo», del «non-conformismo» etc. familiari alla tradizione liberale e democratica?
L'eclisse della «falce e martello» quale simbolo di vari partiti socialisti europei è già una risposta, di per sé, a tali interrogativi. È lecito, tuttavia, chiedersi se essi non abbiano bisogno di risposte più consapevoli ed esplicite e se la risposta autentica non stia nel riconoscere che la vanificazione del comunismo, quale progetto politico e mito della «società futura», è stata una vanificazione anche del socialismo quale ipotesi politico-sociale globale alternativa a quelle liberali e democratiche nelle sue radici sia marxistiche che non marxistiche. Non stia, cioè, nel riconoscere che può il nome socialista restare immutato, ma la cosa non è più quella e che non solo altro simbolo, ma ben altro nome toccherebbe ad essa; che quel nome può ancora designare efficacemente grandi presenze e positive realtà della vita politica e sociale, ma non può pretendere di valere altrettanto legittimamente nel suo fondamento di principio, se non in maniera così generica da conservare assai poco della sua originaria pregnanza ideale e ideologica.