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La democrazia tra liberismo e socialismo (I)

Tratto da La democrazia tra liberismo e socialismo
Edito da Acropoli, distribuito da Il Saggiotore

di Giuseppe Galasso

La cultura democratica nell’Italia che cambia è stato il tema approfondito negli ultimi mesi sul nostro sito da parte di numerosi studiosi. Gli ultimi due articoli di Giuseppe Ossorio ne evidenziano alcuni contenuti.
Pubblichiamo oggi il primo paragrafo di un saggio di Giuseppe Galasso sulla peculiarità della cultura democratica, alla quale si ispirano i Repubblicani democratici.
 
Le lotte sociali e i contrasti ideologici intorno a cui si travaglia il mondo della fine del secolo XX hanno la loro origine nella seconda metà del secolo XVIII. Fu allora che le idee del liberalismo e della democrazia si affermarono e si impressero profondamente nella tradizione europea. E fu anche allora che prese l'avvio quella «rivoluzione industriale», i cui sviluppi economici e sociali hanno caratterizzato nel periodo successivo l'intera storia morale e materiale dell'umanità. Alle idee del liberalismo e della democrazia si sono poi opposte quelle del socialismo e del comunismo, mentre nel corso del tempo una riflessione di ordine non soltanto politico ha messo progressivamente in questione i fondamenti e il destino della società industriale.
Nel quadro di questi sviluppi liberalismo e democrazia hanno conservato una struttura ideologica più differenziata, meno univocamente determinata, esprimendo un'assai ricca serie di vocazioni e di indirizzi culturali. Socialismo e comunismo si sono polarizzati, invece, già alla metà del secolo XIX intorno alle dottrine di Marx, facendo passare in secondo piano o addirittura eclissando altre istanze socialiste e comuniste.
Si deve anche notare che nello stesso periodo degli ultimi due secoli e mezzo nessun'altra idea politico-sociale ha avuto un'importanza superiore o eguale, benché tanto il liberalismo e la democrazia quanto il socialismo e il comunismo abbiano dovuto fare i conti con l'idea nazionale, il cui sviluppo ha coperto il medesimo arco di tempo. Allo stesso modo nessuna forma economica alternativa alla società e all'economia industriale si è delineata all'orizzonte del mondo contemporaneo. Le sopravvivenze e le ricorrenti reviviscenze o riformulazioni dei principi monarchici, autoritari, tradizionalisti, gerarchici connessi o non connessi con Vancien regime anteriore alla rivoluzione francese sono sempre andate incontro ad un fatale declino e sono diventate via via più trascurabili. La sfida lanciata nella prima metà del secolo XX dallo spirito e dalle idee del fascismo ha fatto registrare, conla seconda guerra mondiale, un fallimento storico praticamente completo. La presenza politica e ideale riguadagnata già nel corso del secolo XIX dal mondo cristiano, dalla cultura e dai movimenti che ne esprimono i valori è stata caratterizzata da una accettazione sostanziale dei principi liberali e democratici, e anche di principii socialisti, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti istituzionali di forìdo della vita sia politica che economica. Il che può essere detto non solo per il mondo cristiano in generale, bensì anche per le sue organizzazioni ecclesiastiche, e in particolare per la Chiesa cattolica, indubbiamente la più strutturata e la più protagonista, in quanto organizzazione, fra le altre della Cristianità. A loro volta, le religioni diverse da quella cristiana (che è rimasta indubbiamente la più reattiva e la più feconda e contribuente nel rapporto culturale col proprio tempo) non hanno proposto niente che vi sia degno di attenzione fuori del rispettivo ambito confessionale, come si è visto chiaramente nel caso dell'Isiam (a sua volta la più dinamica e attiva delle religioni non cristiane nel mondo contemporaneo).
La polemica fra liberalismo e democrazia, da un lato, e socialismo e comunismo, dall'altro, ha riguardato l'intero universo dei problemi delle questioni sociali e politiche ed ha implicato la totalità dei valori umani anche dal punto di vista filosofico e morale. Né l'uno, né l'altro insieme di dottrine possono affermare che le politiche dedotte dall'uno e dall'altro in materie come la pace o la nazionalità siano state sempre di assoluta garanzia dei principii in questione. L'antagonismo fra i due insiemi ha finito, così, con l'essere concentrato soprattutto intorno ai problemi della libertà politica, dei diritti civili, del regime della proprietà, dell'organizzazione della produzione e del mercato. Libertà di parola e di associazione, principii del regime rappresentativo parlamentare, significato e garanzia di libere elezioni, proprietà privata, libertà dell'iniziativa economica, ruolo del libero mercato nella formazione della domanda e nella determinazione dei prezzi, libertà degli individui di spostarsi all'interno e all'esterno del proprio paese, neutralità dello Stato in materia filosofica e confessionale e altre simili questioni hanno formato, di conseguenza, gli argomenti della grande lotta ideologica del XX secolo.
Non si è trattato, peraltro, di una pura controversia dottrinaria. I campi contrapposti ideologicamente si sono materializzati, nel corso del secolo XX, in campi diplomatici, politici, sociali, economici diversi nelle loro strutture materiali e negli elementi e nelle forme della loro vita pratica e quotidiana.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale si è parlato, per indicarli nella loro caratterizzazione più generale, di Est ed Ovest, Oriente ed Occidente. Questa denominazione ha un valore innanzitutto geografico, e perciò non è, su questo piano, discutibile, perché corrisponde totalmente alla diversa collocazione spaziale dei due opposti campi. Il suo significato non è, tuttavia, limitato solo all'ambito geografico. Essa presenta anche, e innegabilmente, un più sostanziale valore politico e ideologico. E legata, infatti, all'antica tradizione che fa dell'Oriente il campo storico del dispotismo e della servitù politica e sociale e dell'Occidente il campo storico dei regimi di libertà civica e personale. La differenza fra il re di Francia e il sultano dei Turchi — scriveva Machiavelli nel secolo XVI — sta nel fatto che il primo vive nella legge ed è signore di uomini liberi, il secondo vive nell'arbitrio ed è signore di servi. Spogliata dall'anacronismo fatale in tutti i casi di comparazione storica diacronica, la denominazione antitetica di Oriente e Occidente non sembra, perciò, pretestuosa, dal momento che, dopo la seconda guerra mondiale, l'Europa Occidentale e il mondo anglosassone hanno costituito il campo della democrazia liberale a regime parlamentare e l'Europa centro-orientale ha costituito il campo di affermazione di regimi totalitari a partito unico o a direzione politica obbligata.
Alla base delle dottrine liberali e democratiche è stata, in origine, soprattutto l'idea del diritto naturale, il sistema del giusnaturalismo. Nella sua fase più matura l'illuminismo europeo del secolo XVIII fu dominato da una vigorosa esaltazione del contratto sociale e della ragione civile come fondamenti inattaccabili di un nuovo regime politico i cui valori sarebbero stati riassunti nel trittico rivoluzionario di libertà, eguaglianza, fraternità. Ma dopo la rivoluzione francese liberalismo e democrazia sono stati potentemente stimolati dalle correnti del pensiero romantico e storicistico, che esaltavano il processo storico come ascensione verso un livello superiore di moralità e di integrazione umana e sociale. Si determinò così un matrimonio assai stretto fra indipendenza dei popoli e libertà degli individui, fra la causa delle nazioni e la causa della democrazia. Da allora il diritto naturale non è più stato la sola base dell'idea liberale e democratica. Natura e storia sono state associate nel fornire una tale base. Nel periodo positivistico, ossia nella seconda metà del secolo XIX, questo legame divenne anche più forte. Tuttavia, l'ispirazione di fondo della cultura positivistica trasformò gli elementi storici e la considerazione storicizzante tipici della cultura romantica in un processo evoluzionistico, strettamente connesso con le dottrine della selezione naturale e dell'adattamento ambientale; e questo certamente non giovò alla robustezza morale dei fondamenti del liberalismo e della democrazia, che erano stati fortissimi sia nel romanticismo che nell'illuminismo.
Nell'Europa degli inizi del secolo XX tutto ciò si concretò nel trionfo di regimi liberali o, almeno, costituzionali. L'avvenire sembrava riservato ad una affermazione universale di questo tipo di regime; e la certezza di un futuro liberale e democratico superava pure le diverse articolazioni del liberalismo, il contrasto fra liberalismo e democrazia, le lentezze e le contraddizioni o le soltanto parziali realizzazioni che si dovevano registrare sia dei principii liberali che di quelli democratici, le preoccupazioni destate dalla tensione fra l'idea di nazione e quella di libertà o di democrazia oppure, anche, fra l'idea di libertà e quella di giustizia.
Due grandi forze storiche hanno abbandonato la previsione generale di un destino universale di libertà e di democrazia della nostra epoca: nazionalismo e socialismo. Il nazionalismo prese la forma del fascismo e si caratterizzò per una rottura totale e profonda con la tradizione liberale e democratica. Il caso del socialismo è stato più complesso. Divenuto marxista, il socialismo europeo si era già prima del 1914 diviso in due tendenze. L'una accettava il metodo liberale e democratico; faceva prevalere l'idea di riforma su quella della rivoluzione, concedeva nei fatti, se non nei principii, che il passaggio o transizione del capitalismo preconizzato da Marx non avrebbe mai potuto sconvolgere radicalmente gli interessi e gli equilibri sociali protetti dal sistema parlamentare. L'altra tendenza inclinava alla rivoluzione e ad una sovversione totale dell'ordine costituito, sostenendo che il sentimento nazionale, il sentimento religioso, l'affermazione dei diritti dell'uomo, le elezioni, i parlamenti, i movimenti democratici riformisti erano soltanto strumenti di dominio al servizio della classe borghese e del capitalismo. E, così come accadde per il fascismo, la prima guerra mondiale aprì una via che diede alle tendenze estremistiche del socialismo e del marxismo, fino ad allora incerte nelle loro prospettive e per più versi ancora indefinite, la coagulazione per cui esse sono diventate poi il comunismo e, nel solco del comunismo, il «socialismo reale».
È opportuno, inoltre, notare che tanto il nazionalismo quanto il socialismo avevano nelle condizioni concrete dell'Europa, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, una loro profonda ragione d'essere. Si pensi soltanto alla condizione di popoli e nazioni oppresse nell'ambito dell'Impero asburgico o di quello ottomano. Si pensi alle terribili condizioni del lavoro e dei lavoratori in tutta la prima fase della rivoluzione industriale. Sarà facile capire che né il nazionalismo, né il socialismo sono stati capricci della storia.
Il che non attenua, peraltro, minimamente — come è facile intendere — la gravità della divaricazione nazionalista e socialista rispetto ai principii del liberalismo e della democrazia. La degenerazione del nazionalismo in fascismo e del socialismo in comunismo lo prova largamente. Negli anni '30 del secolo XX il comunismo sovietico e varie forme di fascismo finirono col comporre, il vasto insieme, che potè essere designato come totalitarismo. Il totalitarismo stesso apparve allora come il destino politico del mondo intero. La sua sfida alla democrazia e al liberalismo era globale e mai le sorti della libertà sono apparse così minacciate e pregiudicate come nel 1939-1940, quando l'intesa germano-sovietica, il patto dell'Asse Roma-Berlino, la estensione di esso al Giappone col patto Tripartito, la caduta della Francia e altri avvenimenti dello stesso periodo sembrarono decidere ineluttabilmente la questione.
L'esito della seconda guerra mondiale stava terminando sotto i nostri occhi e, per quanto riguarda il fascismo, le cose andarono assai diversamente da quel che si era temuto. Sorse, invece, quella nuova
sfida fra Est e Ovest, che assunse la forma di una lotta __ come
si è detto — fra due blocchi antagonisticamente definiti, anche sul piano della politica internazionale.
Questa lotta ha costituito la materia di una nuova e propria terza guerra mondiale, le cui sorti più volte (alla fine degli anni '50, negli anni 70) apparvero come estremamente incerte per l'Occidente e per la causa del liberalismo e della democrazia. Poi la storia si è incaricata essa di chiarire, ancora una volta, la questione. L'intero mondo comunista europeo è agitato oggi da una crisi, alla quale è difficile trovare paralleli o precedenti storici; e questo non sotto l'urto di una forza esterna, bensì per un cedimento verticale dei regimi del «socialismo reale» dinanzi ad esigenze elementari di ordine politico, sociale, economico, culturale, morale, di ordine — insomma — assolutamente generale. Il senso di queste esigenze può essere riassunto nella richiesta di adozione delle istituzioni politiche ed economiche del mondo occidentale: pluralismo dei partiti politici e delle forze sociali, regime parlamentare a base di libere elezioni, libertà di parola e di associazione, prassi del libero mercato e dell'iniziativa economica, e così via. Che sono, poi, tutti quei punti istituzionali e di principio, che il comunismo aveva dichiarato e qualificato come puri camuffamenti della dittatura e dell'oppressione borghese. Nello stesso tempo si è determinata nell'Europa Orientale una serie di agitazioni nazionali, che forse contrastano ancora di più con la stabilità delle frontiere nell'Europa Occidentale: da trecento anni (fra Spagna col Portogallo e con la Francia), quasi duecento anni (Francia e Germania, malgrado l'Alsazia-Lorena), più di cento anni (Francia e Italia, la Germania con la Danimarca e con l'Austria).
E la crisi del comunismo in generale o è soltanto la crisi del primo tentativo di realizzarlo? Nell'ottica liberale, democratica e (come subito si dirà) socialista non vi è alcun dubbio: la crisi in atto è quella dell'idea stessa di comunismo, e sarà assai difficile proporne una resurrezione, mentre, se avranno effettivamente luogo le trasformazioni ora richieste, l'avvento di un impianto liberal-democratico nell'Europa Orientale darà tutt'altro senso a questa parte costitutiva dell'Europa e della sua civiltà e così importante per tutto il mondo.

[continua...]