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Liberalizziamo anche l'Università e la Ricerca

Editoriale del 17 luglio 2006

Di Ernesto Paolozzi
Professore presso l'Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli
 
L’Italia ha bisogno di respirare. Per questo motivo il cosiddetto decreto Bersani non può che essere accolto con particolare soddisfazione. Viene incontro, dopo anni di vuota declamazione, alle esigenze di una moderna democrazia liberale la quale non può fondarsi su un’idea del mercato che sia assieme concorrenziale e corporativa.
Siamo i primi, naturalmente, a pensare che le categorie toccate dal decreto, farmacisti, notai, avvocati, tassisti, panettieri, abbiano il diritto di protestare, dopo anni di immobilismo, per cui sarà forse utile e prudente accompagnare la liberalizzazione di quei settori con provvedimenti di tutela.
Non si può, di punto in bianco, rivoluzionare situazioni da troppi anni radicatesi e incancrenitesi. Ma è pur vero che, se non si inizia in qualche modo a liberare seriamente e concretamente le risorse e la concorrenza, l’ Italia non potrà arrestare il suo declino.
Il provvedimento del governo Prodi ci soddisfa, inoltre, perché rappresenta un riconoscimento, finalmente concreto, alla cultura liberaldemocratica, di fatto sempre emarginata nella politica italiana, a sinistra come a destra. Ciò mostra che il liberalismo, come sosteneva Croce, non è né di destra né di sinistra, perché non è un insieme dottrinario di astratte teorie, ma un metodo per interpretare e modificare la storia.
Detto questo, è necessario che il metodo utilizzato si estenda a tutta la società italiana. Se ciò non dovesse accadere, le liberalizzazioni capovolgeranno il senso della loro portata tramutandosi da intervento teso ad assicurare una maggiore equità sociale a misure che possono apparire meramente punitive per alcune categorie.
Ci sembra pertanto fondamentale intervenire nell’ambito della ricerca scientifica e culturale, anch’essa ingessata da troppi anni. Perché ciò accadaè inutile modificare programmi universitari o proporre riforme più o meno bizzarre, come quelle conosciute in questi anni. Bisogna colpire i privilegi, ormai odiosi, e rimettere in moto una intelligente e autentica concorrenza che favorisca il ricambio dei docenti, la cui qualità ha raggiunto nell’ultima fase i minimi storici.
Ci sembra di poter far nostre, sia pure in qualche maniera mitigate, le proposte che pubblichiamo qui di seguito, di un gruppo di studiosi, Roberto Perotti, Andrea Ichino, Giovanni Peri e Stefano Gagliarducci (il saggio è leggibile sul sito: www.Lavoce.info)

  1. Liberalizzare le retribuzioni del personale accademico.
  2. Liberalizzare le assunzioni: ogni università assume chi vuole e come vuole; di conseguenza, è abolito l'attuale sistema concorsuale.
  3. Liberalizzare i percorsi di carriera: ogni università promuove chi e come vuole.
  4. Liberalizzare completamente la didattica: ogni università è libera di organizzare i corsi come vuole e di offrire i titoli che preferisce.
  5. Liberalizzare le tasse universitarie: ogni università si appropria delle tasse pagate da i propri studenti.
  6. In alternativa alla proposta precedente, mantenere il controllo pubblico sulle tasse universitarie aumentandole però considerevolmente.
  7. Utilizzare i risparmi statali così ottenuti per istituire un sistema di vouchers, borse di studio e prestiti con restituzione graduata in base al reddito ottenuto dopo la laurea.
  8. Allocare ogni eventuale altro finanziamento statale alle università in modo fortemente selettivo sulla base di indicatori di produttività scientifica condivisi dalla comunità internazionale.
  9. Consentire l'accesso a finanziamenti privati senza limitazioni.
  10. Abolire il valore legale del titolo di studio