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Oltre “destra” e “sinistra”: la “diversità” dei Repubblicani Democratici

Editoriale del 23 gennaio 2006

Di Tullio D'Aponte
Professore Ordinario di Geopolitica Economica all’Università degli Studi di Napoli Federico II

In una recente fortunata trasmissione televisiva si è posto il problema della “diversità” etica tra “destra” e “sinistra”. Vecchia questione, spesso “patriotticamente” confusa con argomentazioni pasticciate, quando non dettata, addirittura, da mera contingenza; cioè, questione, affrontata e risolta in termini più “pratici” che “concettuali”.
Eugenio Scalfari, vecchio azionista, intellettuale di matrice liberal-democratica, con la consueta lucidità, ne ha fornito un’interpretazione che, in prima approssimazione, appare condivisibile: la diversità della sinistra risiede nella composizione del proprio elettorato il cui corpo è formato, in larga misura, da proletariato urbano e rurale, a cui si unisce larga parte della classe impiegatizia e  vi fa da contorno un limitato mix di imprenditoria e intellettualità “progressiste”.
Per costoro l’idea “etica” collima con quella del giusto e del migliore prodotto sociale e, quindi, fonda su sentimenti condivisi di onestà, responsabilità individuali, comportamenti schietti e laboriosi, tanto nel privato quanto, ancor più, nel pubblico. Il che, beninteso, non vorrebbe affatto dire che, per contrapposizione, la destra pratichi, indiscriminatamente, comportamenti antagonisti e, per tanto, sempre sanzionabili.

Mi sembra di capire, dal ragionamento di Scalfari che le diversità attengano più al grado di omogeneità etica, piuttosto che al contenuto stesso dei valori morali di cui destra e sinistra sarebbero portatrici. In sostanza, si potrebbe dire che la “sinistra” concepisce un’etica intangibile, un sentimento comune condiviso socialmente, diversamente la “destra”, visceralmente protesa al “mercato”, praticherebbe un’etica più “disinvolta” e, per tanto, adattabile alle contingenze che di volta in volta si prospettano, piuttosto che ancorata ad intangibili principi morali.
Bella discussione, intorno alla quale ci si potrebbero passare intere serate, ma che mi sembra lasci poco spazio alla concretezza.
Perché, a giudicare dai fatti, si potrebbe dire che le “tentazioni di mercato” abbiano spesso più che “sfiorato” la sinistra, che il concetto stesso di “classe media” abbia reso quasi impossibili le rigide separazioni su cui sarebbe costruito lo schema “destra/sinistra”, che l’etica “intangibile” non appartenga più alla cultura  contemporanea.
Allora, se l’etica “positiva” è, per così dire “trasversale”, almeno quanto l’etica “negativa”, se ogni frontiera netta si è progressivamente dissolta,  se i sentimenti “condivisi” non possono più schierarsi, né contrapporsi, in funzione di classi sociali, inevitabilmente dilatate in un’ampia, unica, “middle class”, quale lettura del comportamento “etico” può ancora resistere al diluvio dei tempi?
Il sentimento “etico”, al di là della separazioni tra improbabili classi sociali, costituisce un patrimonio che si fonda su principi morali irrinunciabili, portato di lunghe lotte combattute per il sopravvento delle libertà democratiche e il rispetto della dignità individuale. 
Coloro che praticano tali sentimenti, hanno un’idea elevata della politica e del suo primato nell’agone democratico. Non ne abusano per fini personali o consociativi.
Non sono, cioè, portatori d’interessi “particolari”, ma perseguono interessi “generali”, convinti che “giusto” sia ciò che consegue il soddisfacimento contemporaneo di tutte le componenti del sistema sociale.
La destra non è l’impresa, né necessariamente, l’imprenditore; così come la sinistra non è necessariamente l’operaio o l’impiegato, né l’intellettuale illuminato. Per semplificare, sulla traccia di quanto ho cercato di argomentare, concluderei che il “particolare” appartiene alla destra, il “generale” alla sinistra.

Allora, per concludere, desidererei che chi ne avesse curiosità, andasse a rileggere Mazzini e, poi, riflettesse sul senso delle lucide intuizioni di Ugo La Malfa, e, quindi, di conseguenza, ripercorresse i tempi di tante battaglie repubblicane, scorresse gli editoriali che Francesco Compagna dettava per Nord e Sud, analizzasse il significato delle coraggiose posizioni assunte da Spadolini, di fronte alla crisi morale che già negli anni Ottanta stava scuotendo le fondamenta di ogni concezione etica, 
Se emergesse con chiarezza, come io credo emerga, quella “lezione”, se tutti ne comprendessimo il profondo valore “etico”, sono certo che anche la politica, e quindi la gente, comprenderebbe che la concezione etica del repubblicanesimo democratico costituisce, tutt’oggi, un patrimonio che la “sinistra” intera dovrebbe desiderare condividere e che la “destra” dovrebbe imparare a fare proprio.