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La scuola evaporata

Editoriale del 9 gennaio 2006

Di Lea Riverberi Paolozzi
 
Le modifiche apportate negli anni al sistema scolastico italiano hanno finito con il comprometterne l’ assetto, minandone le antiche fondamenta col risultato che l’intero edificio, solo apparentemente intatto, scricchiola ora sinistramente.
Sono stati messi in atto quei provvedimenti che hanno, di fatto, a poco a poco, messo ben più che in grado l’istruzione privata di competere con quella pubblica, che annaspa fra problemi ai limiti dell’ordine pubblico (che non sfiorano nemmeno il mondo del privato), i continui ed immancabili tagli alle già scarsissime risorse, il crescere delle incombenze e delle responsabilità che una società spaesata e contraddittoria affida ai docenti, sempre più poveri, sempre più soli.
Tutto ciò, anticipiamo le conclusioni della nostra analisi, con grave pregiudizio per la trasparenza, l’equità e, quel che più conta, per l’efficienza del sistema nel suo complesso, ossia per la reale preparazione degli alunni, ai quali è affidato il futuro del nostro paese.
Per fare solo un esempio, le commissioni d’esame, di quello che una volta si chiamava esame di Stato per sottolineare la validità nazionale, riconosciuta, il valore legale del titolo di studio, oggi sono formate non più da docenti esterni all’istituto, un tempo garanzia dell’oggettività della valutazione e della trasparenza dei procedimenti, bensì da quegli stessi insegnanti che hanno seguito e formato gli alunni durante l’anno.
Questo dato, di per sé, potrebbe rimanere insignificante se non fosse che esso si inquadra in un sistema di valutazione che fornisce agli studenti crediti che, a partire dai risultati raggiunti nell’ultimo triennio, andranno a formare curricula che non sono affatto insignificanti, sia nel proseguo degli studi, sia per eventuali sbocchi lavorativi.
Si comprende bene allora che, proprio un tal sistema richiederebbe il massimo delle garanzie in tema di oggettività nelle valutazioni, mentre esso è stato introdotto proprio nel mentre veniva attuandosi da un lato l’autonomia scolastica nel settore pubblico, dall’altro un regime concorrenziale fra questo settore e quello privato. Vale a dire, da un lato veniva accentuata l’importanza del valore del titolo, dall’altro venivano indeboliti gli strumenti di garanzia, a meno che non si voglia veramente credere che gli strumenti rimasti e quelli introdotti siano realmente efficaci.
Se è vero che due più due fanno quattro, è anche vero che i più furbi, e chi ne ha le capacità materiali e “culturali”, cercheranno di iscrivere i propri rampolli là dove meglio è garantita non tanto la preparazione, né solo, come un tempo, la promozione, bensì la valutazione, ossia votazioni alte nelle pagelle del triennio e all’esame conclusivo. E, non creiamoci troppe illusioni, la concorrenza fra le scuole pubbliche e private si giocherà, via via che lo si comprenderà meglio, sui voti e non su altro. Il che significa una concorrenza, come troppo spesso accade quando il legislatore perde di vista la realtà, al ribasso, nella quale avrà maggiori probabilità di vincere chi sarà in grado di fornire un buon servizio di bebysitteraggio ai tanti genitori pigri, e di confezionare, in termini di materiale cartaceo non certo di qualità, curricula spendibili con successo ed efficacia.
Sarebbe bello potersi sbagliare, ma temiamo che la storia andrà proprio in questo senso. E il docente volenteroso e preparato, che vorrà ancora prendere sul serio il proprio lavoro, non sarà solo più la figura un po’ patetica che in fin dei conti è già oggi perché sarà, in qualche modo, anche uno stupido che non ha ancora capito nulla.
Cosa fare, dunque? Come evitare che quanto abbiamo paventato accada sul serio? Come garantire alle future generazioni una preparazione scolastica seria, che non ipotechi il futuro loro e quello del paese?
Mi sembra che l’unica cosa che rimanga da fare, una volta che si è imboccata la strada che conduce ad un sistema scolastico di tipo anglosassone, è quella, se non si vuole tornare indietro, di percorrerla fino in fondo, abolendo il valore legale del titolo di studio. Ciò sarà in grado di sottrarre l’istruzione a procedure poco trasparenti e poco eque, garantirà la preparazione di quegli studenti ai quali la preparazione sta a cuore, motiverà i docenti ad impegnarsi con serietà, avvierà una competizione al rialzo fra le scuole e le Università. Perchè a nessuno fa piacere assumere curricula eccellenti ai quali non corrisponde nulla di reale. Farà curriculum aver frequentato questo o quell’istituto, essersi laureato in questa o quella Facoltà universitaria, aver studiato con questo o quel docente, aver acquistato questa o quella capacità, questa o quella abilità. E se anche la pratica delle raccomandazioni, forse connaturata al nostro essere italiani, rimane la speranza che essa si agiti ai livelli più bassi, ai quali poco conta essere più o meno bravi, ma lascerà il campo dell’eccellenza, campo che, rimanendo così le cose, sarà invece, con grave pericolo, il più invaso e pervaso.