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Le passioni di Tocqueville

Articolo dell'agosto 1943

Gli ultimi anni del secolo scorso, e i primi del nuovo, non sono stati molto favorevoli alla fortuna di Tocqueville in Europa. Agli occhi dei più, sembrava uno scrittore ormai invecchiato, fuori moda, in un certo senso anacronistico. Lo si nominava con rispetto, magari con ipocrita riconoscenza, ma intanto i suoi libri giacevano polverosi negli scaffali delle biblioteche. A questo proposito, ci viene in mente un personaggio di Dostojevskij, negli Ossessi, il «liberale» Stepàn Trofimovic, che per farsi merito davanti alla sua protet-trice, scendeva in giardino con un libro di Tocqueville sotto il braccio, ma di nascosto leggeva poi i romanzetti licenziosi di Paul de Kock... In tutt'altra epoca, cioè verso il 1910, Pierre Marcel, in un suo saggio politico su Tocqueville, notava desolato che «on est com-plètement deshabitué maintenant de le lire, car il oblige à trop de serieux». Appunto. Tocqueville appariva uno scrittore dimenticato, uno scrittore austero, uno scrittore difficile.
Oggi, invece, almeno tra noi, si nota uno straordinario rinascere d'interesse per l'opera di Tocqueville. Direi perfino che, oramai, le idee politiche di Tocqueville sono entrate profondamente nel patrimonio della nostra cultura. Non possiamo esserne che lieti. In Tocqueville, forse, si ritrova un'angoscia ch'è affine se non eguale alla nostra, un disperato richiamo, una «rivolta ideale», che sveglia le nostre immaginazioni, spinge ai raffronti, induce alla riflessione. Merito soltanto dell'efficacia delle sue idee? Non direi. Tocqueville è di quegli autori privilegiati che si potrebbero amare, se così si può dire, nonostante le loro idee. Ci attrae di lui soprattutto la tensione dell'animo, il sentimento appassionato delle paro le, la natura stessa di un carattere insieme sincero ed enigmatico. Il fatto è che le passioni di Tocqueville, se è possibile, ci attraggono almeno quanto le sue idee. Parlare di passioni, nei riguardi di Tocqueville, non deve sembrare inopportuno. Passione è uno dei termini che lo scrittore più adopera. Le passioni, per lui importano quanto le idee. Mette forse il conto, perciò, di disegnare un ritratto di Tocqueville, dove appunto quelle passioni, così profonde e infiammate, non siano dimenticate dietro lo splendore delle idee. Forse sono quelle passioni che hanno determinato quelle idee, o perlomeno l'impegno e il disinteresse nel difenderle. Orgoglio, ambizione, amore della libertà, ecco le passioni dominanti di Tocqueville. Altre forse ne ebbe, circondate tuttora di un indecifrabile mistero. Dirò subito, però, che non presumo affatto di scioglierlo questo mistero, ammesso che esista. Del resto, trattandosi probabilmente di misteri del cuore, si può chiedere: quando mai è avvenuto che sia stato possibile scioglierne, senza prove, senza documenti, col pericolo, magari, di cadere ad ogni passo nel romanzesco?
Ho cercato in questi ultimi giorni, leggendo le memorie e la corrispondenza di Tocqueville, di raffigurarmi il volto e il portamento dello scrittore. Uno sbiadito ritratto a matita, stampato sulla copertina di un libro che parla di lui, suggerisce un'immagine vaga, ma forse somigliante. Vediamo un po'.
I lineamenti sono quelli di un uomo delicato e pensoso, senza però i segni della forza, della decisione, del talento, che fanno subito dire: ecco un uomo di genio. Gli occhi appaiono grandi e un po' sporgenti, con qualcosa di malinconico e di grave. La bocca, piccola, con le labbra sottili e arcuate, come quelle di una donna, spicca sopra un mento assolutamente privo di carattere. Per il resto, i biografi descrivono Tocqueville basso di statura, poco robusto, ma naturalmente elegante, benché piuttosto trascurato nel vestire. Abbiamo testimonianze della sua timidezza, d'una certa alterigia, e di non so che tra ironico e umiliato. Soleva portare un occhialetto col quale giocava durante le pause della conversazione... Soltanto i grandi occhi malinconici, animandosi ogni tanto di un ardore febbrile, illuminavano un volto che di per sé dice poco o nulla. Quando parlava (è ammissione concorde) la voce aveva un'attrattiva singolare: piena d'inflessioni, dolce, persuasiva. «Piaceva specialmente alle donne». A questo proposito ascoltiamo qualcuno che lo conobbe da vicino, e che, per conto nostro, merita fiducia: Sainte-Beuve.
Un giorno Tocqueville, parlando di Turgot all'Accademia, si lanciò con insolito fervore a esprimere i propri sentimenti e le proprie idee. Sainte-Beuve così ce lo descrive: «II s'animait en parlant de ces choses; il était pénétré; sa main tremblait comme la feuille, sa parole vibrait de toute l'émotion de son àme: tout Tètre moral était engagé. On l'écoutait avec respect, avec admiration [...]. - E altrove: - M. de Tocqueville parlait bien et très-bien, quoi qu'il dise; il lui manquait, pour ètre décidément un orateur, la forces des organes, les moyens d'action et aussi, selon sa juste expression, il écoutait ses idées plus qu'il ne les versait; il avait un geste familier par lequel il s'adressait à lui mème et à son propre front plutòt encore qu'à ses auditeurs; il régardait son idee».
Ascoltava le idee, anzi le guardava. E un'immagine, questa, che colpisce. Descrive istantaneamente un atteggiamento di cui lo scrittore stesso ha coscienza, e che il Sainte-Beuve per conto suo accentua. Se Tocqueville guardava le idee (ma, vedremo, non soltanto le idee...) Sainte-Beuve guardava gli uomini. E li guardava con un'attenzione gelosa, ardente, scrutatrice, che fa di lui un testimone autorevole, anche se spesso mal prevenuto. Nel caso di Tocqueville non si può dire che abbia falsato l'immagine. Il suo sguardo ecco che va subito su quelle mani che tremano, su quel gesto famigliare «par lequel il s'adressait à lui mème et à son propre front». C'è del rispetto, in queste parole, ma anche un non so che d'ironico, di studiatamente maligno.
Senza dubbio Sainte-Beuve non amò Tocqueville. Lo chiama autore «distingue» e la parola appare davvero troppo generica. Nei suoi riguardi, non sa trovare che di questi termini cauti, dove il dubbio e addirittura il malessere si celano sotto l'apparenza dell'imparzialità e dell'ammirazione.
Ma, d'altra parte, era il solo, Sainte-Beuve, a non amarlo? Se leggiamo quel che i contemporanei scrissero di lui, troviamo confermata un'impressione che noi stessi avevamo avuto, a una prima lettura. Tocqueville non fu un uomo amabile. Certa solennità, certo sussiego che traspira da tante pagine, si capisce come a lungo andare dispiaccia. Saremmo molto perplessi se volessimo negare quello che proprio risulta in tutti i modi.
C'è da chiedersi se l'atteggiamento sdegnoso dello scrittore fosse istintivo oppure no. Certo appare chiaro ch'egli ebbe consapevolezza del pallido calore che emanava dalla sua persona oltre che dalla sua opera. Se molti tratti del suo carattere ci sembrano di una grande semplicità e limpidezza, altri invece lasciano incerto il giudizio.
C'è qualcosa d'inesplicabile nell'atteggiamento e nella vita di Tocqueville. Sebbene sia di quegli scrittori che analizzano perdutamente il loro animo, non è detto che in queste analisi si trovi la spiegazione di tanti enigmi. In realtà, bisogna pur dire che son proprio coloro che sembrano voler mettere ogni momento il loro cuore in vetrina, quelli che, alla resa dei conti, risultano più difficili da capire. Si direbbe che attraverso tante analisi, espansioni, dubbi, pentimenti, cerchino piuttosto di farci perdere le tracce, che non di metterci sulla buona strada. Qualche volta, poi, si ha l'impressione di una vanità mal celata che si ammanta di sincerità. Che volessero per caso ingannarci? Nel nostro caso, non è certo una prima impressione che basta. Per capire Tocqueville bisogna avvicinarsi a lui a poco a poco, senza sospetti, e cercare di amarlo anche se non fa nulla per essere amabile. Dopo, potremo anche ammettere che il suo fare, spesso, lascia una vaga irritazione. Non consiglieremmo, pertanto, di affrontare Tocqueville cominciando proprio dalla Democrazia in America. C'è il caso di restarne delusi. Il tono dello stile, quando non è acre, o amareggiato, vuoi essere di solito sublime, sentenzioso e perciò senza chiaroscuro, teso come la corda di un violino, lontano da quella varietà di accenti che fa di uno scrittore un amico che si ascolta con confidenza. Sembra che voglia mettere tra sé e il lettore una certa distanza, e magari una ringhiera di ferro. Siede in cattedra. Vuole insomma ammaestrare, ammonire, prevenire, piuttosto che convincere. Anche quando le sue idee ci attraggono per la verità e la sicurezza del ragionamento, spesso dobbiamo vincere il fastidio di quel fare superbo, di quella fredda volontaria eloquenza. Tutto questo è ben vero, ma non c'è niente altro che questo?
Come non accorgersene? Da ogni pagina spicca il carattere di uno scrittore appassionato, anche se a prima vista abile soltanto nel ragionare, impassibile, solenne, meticoloso. È che dobbiamo cogliere, dietro quelle pagine marmoree, le qualità più intime dell'uomo, quelle passioni, insomma, ch'egli nasconde per pudore, ma che, per il fatto d'esser nascoste, non si intravedono meno a chi ben guardi tra riga e riga. Soltanto allora potremo renderci conto a volta a volta della sua forza e della sua timidezza, del perché le idee appaiano gelide quando i sentimenti sono ardenti, e infine come mai l'ammirazione porti dietro di sé l'ombra della diffidenza.
I contemporanei questa diffidenza l'ebbero, sul suo conto, in assai maggior misura. Non si spiegherebbe come parlino di lui, di solito, senza calore. Rispetto: ecco il sentimento che suscita, ma niente di più. In nessun modo riuscì mai a diventar popolare. Anche gli elettori che lo scelsero a rappresentarli alla Camera erano guidati dalla deferenza, non dall'entusiasmo. La pallida fortuna politica del Tocqueville è dovuta all'incapacità di scuotere gli animi, di eccitare la fantasia, di spingere all'azione. Si comporta né più né meno come uno spettatore che assista a una corsa di cavalli. Avrà, sì, questo spettatore i suoi corridori preferiti, ma non lo darà troppo a vedere, interessato piuttosto che la corsa si svolga secondo le regole, senza imbrogli e confusione. Questo almeno è l'atteggiamento esteriore. Il buon giocatore, si sa, non mostra mai i propri sentimenti. Tocqueville ha l'orgoglio appunto del buon giocatore. Alla vita politica partecipò con contenuta passione, con orgogliosa riluttanza. Sorvegliava i propri atteggiamenti formando di se stesso un'immagine che spiaceva agli altri. E infatti colpivano di lui le maniere altere e sprezzanti, i silenzi, la riservatezza, l'eloquenza priva di fuoco, lo snobismo, infine, di piccolo patrizio provinciale. In quell'epoca agitata, accesa, espansiva, non soltanto le folle, ma perfino gli ambienti spregiudicati dei letterati e dei politici dovevano guardare con sospetto questo aristocratico che non sapeva dimenticare le proprie origini e le antiche prerogative della propria classe.
Orgoglio, ambizione, amore della libertà. L'abbiamo già detto, sono queste le passioni di Tocqueville. Della passione della libertà parleremo più avanti. Ci preme ora accennare alle prime due passioni, che in Tocqueville non hanno affatto quel non so che di angusto e di gretto, che di solito si riscontra nelle nature appunto orgogliose e ambiziose. L'orgoglio, per esempio, è in Tocqueville un sentimento infuocato della propria dignità e responsabilità, è un riconoscersi uomo tra gli uomini, con le proprie virtù, i propri doveri, i propri diritti. Una società d'uomini liberi non può non difendere ed esaltare la piena autonomia degli individui, col loro carattere e i loro ideali. Possiamo anche ammettere che l'orgoglio di Tocqueville derivi in gran parte dalla coscienza della nobiltà del suo sangue. Ma non si può negare che il fatto d'appartenere a un antico casato, gli dà quasi il senso di maggiori doveri e di più gravosi obblighi. L'orgoglio del sangue non è in lui segno di pochezza di spirito o di pigrizia. Ha della nobiltà una concezione austera, mirando alle immagini di un grande passato, quando i nobili contavano qualcosa nella politica della Francia, ed esser nobili non voleva dire soltanto godere di certi privilegi. L'orgoglio nobiliare, poi, si congiunge con un sentimento assai più meritorio, cioè a dire con l'orgoglio dell'intelligenza. Tocqueville è certo consapevole di aver una delle menti più acute, più esperte, più sottili di tutta l'epoca. Soffre perciò che queste sue qualità non trovino sostegno in altre qualità, altrettanto necessarie per il successo nella vita pubblica, qualità di risolutezza, di adattabilità, e, perché no, di energia fisica: «J'ai un orgueil in-quiet, non envieux, mais mélanconique et noir; - confessa - il-me montre à chaque instant toutes les qualités qui me manquent et me desespère à l'idèe de leur absence».
Orgoglio e ambizione, di solito, sono passioni strenuamente legate. E infatti, in Tocqueville, l'ambizione si accompagna, e quasi si confonde, con l'orgoglio. Egli dichiara coraggiosamente d'essere «gros du désir de primer». Purtroppo l'andamento miserabile della politica quotidiana non suscitava quelle splendide occasioni dove le qualità di un uomo di colpo rifulgono. Egli, d'altra parte, non cerca tanto consensi e vantaggi, quanto il mezzo di affermarsi e di esprimersi secondo l'immagine solenne che s'è fatto di se stesso. Il contatto con uomini piccoli lo estenua. Preferisce pertanto la vita solitaria che alimenta il suo gusto a fantasticare, nelle lunghe ore di riflessione e di studio, quella fortuna che non può raggiungere. La sua solitudine, in fondo, è un'attesa. Il giorno in cui fu chiamato da Napoleone al ministero degli esteri, forse s'illuse che l'occasione tanto aspettata fosse venuta. Comunque fu un'illusione che durò poco.
Gran parte della sua vita la trascorse in provincia, nel vecchio castello dei Tocqueville, insieme a sua moglie che i biografi ci descrivono brutta, silenziosa, con i denti gialli, e oltretutto priva di gentilezza.
È difficile immaginare la convivenza di questi due caratteri alteri. Benché in tutta la sua corrispondenza risulti, da parte di Tocqueville, un affetto che par rasentare l'amore, sembra che i loro rapporti fossero segnati da lunghi silenzi, e da un'inquieta ostilità che scoppiava di tanto in tanto in improvvise bufere. La signora Tocqueville, per esempio, soleva trattenersi a lungo alla tavola da pranzo. Mangiava lentamente, golosamente, e i pasti diventavano interminabili. Una volta Tocqueville, sfinito dall'attesa, fu preso da un furore improvviso. Ruppe qualche piatto, gridò. La moglie, senza parlare, aspettò che la collera cessasse, poi dette ordine alla servitù di riportare una pietanza, e riprese a mangiare lentamente, come se nulla fosse accaduto... E un episodio, questo, che forse basta a dare il senso di quella solitària vita coniugale.
Tranne il commercio con pochi amici (tra i quali quel Beaumont che accompagnò Tocqueville in America, e che, morto Tocqueville, curò le sue opere), le relazioni erano scarse e discontinue. Mai Tocqueville si sforzò di contrarre nuove amicizie, né di fare scolari. Tutta la sua vita privata è senza interesse per un biografo. Vien fatto di pensare ad altri scrittori, altrettanto inclinati alla solitudine, a Flaubert, per esempio, al nostro Oriani, per qualche aspetto. Come loro, Tocqueville ha scelto volontariamente il proprio esilio, ma pur lontano dalla vita, sembra teso nel desiderio e nel rimpianto di essa. Perché non si deve credere che la solitudine di Tocqueville fosse dovuta a indolenza, o a quella specie di languidezza di chi è dedito soltanto al culto della propria anima. Le memorie e le lettere dimostrano invece un furore straordinario per le cose del mondo, un interesse continuo e direi puntiglioso per gli uomini e gli avvenimenti contemporanei.
Una ragione del volontario esilio si potrà trovare, sì, nell'orgoglio esulcerato, nelle ambizioni deluse. Ma non basta. L'orgoglio va spesso d'accordo con una grande padronanza di sé, con un senso immoderato della propria persona. Disinganni e umiliazioni non riescono ad intaccare questi sentimenti, ma anzi incoraggiano a combattere meglio. Benché orgoglioso e ambizioso (egli stesso non ha timore di confessarlo candidamente), Tocqueville poco o nulla fece per imporsi agli altri, e conquistarli con la intrepidezza delle idee e degli atteggiamenti. È che, se l'opera rivela una certa fermezza d'opinioni, la vita intima dello scrittore testimonia invece una singolare irrequietudine e un continuo dubitare che lo fanno incapace di pronte risoluzioni. Lettere e memorie adducono innumerevoli documenti a questo proposito. Perfino si tormenta al pensiero di dover parlare in pubblico, mentre sappiamo che in fin dei conti parlava molto bene! Quando un animo è naturalmente portato a confrontarsi con gli altri, è facile che pieghi tanto nella mortificazione quanto nella superbia, o in tutti e due i sentimenti insieme. Tocqueville studiava smaniosamente gli uomini, per indagarne senza indulgenza i motivi segreti; ma in questa analisi ogni energia si corrompeva. Osservatore implacabile, attento ai particolari, ai gesti, a un batter di ciglio, all'intonazione di una voce, si perdeva nel ricercare le ragioni del successo e a trarne una specie di codice che poi repugnava al suo temperamento. Gli esempi di tanti uomini politici, acclamati senza merito, lo esasperavano; né lasciava occasione per coglierne in atto gli intrighi, le ipocrisie, la corruzione.
È ben strano. Ma quest'uomo che pur ama i contrasti della vita pubblica, che ha paura della mollezza, che predica l'energia, questo uomo che scrive «on ne reussit à rien... si on n'a pas un peu de diable au corps»; quest'uomo infine che afferma: «la grande maladie de l'àme c'est le froid», appare ai nostri occhi un carattere stranamente esangue, una mente più fantastica che attiva, uno spirito perplesso, sfibrato dall'analisi, torturato da tutti i dubbi. Dove trovò, sui trent'anni, tanta energia e volontà da intraprendere un viaggio fino nella lontanissima America? Eppure, l'opera che ne cavò non sembra scritta da un giovane. È certamente un temperamento precocemente invecchiato che si manifesta in queste pagine, dove tutto è misura, ordine, severità.
Ma c'è di più. Di solito, uomini come Tocqueville, angustiati dal senso della loro incapacità pratica, rivolgono ad altri interessi e ad altri ideali il loro animo ambizioso. Lontani dai conflitti politici, si innalzano alla pura speculazione filosofica, oppure si umiliano nella religione, o anche si liberano languidamente nell'arte. In quell'epoca di acceso romanticismo, non erano pochi gli enfants du siede a patire della stessa malattia, l'incapacità ad agire, il divario tra immaginazioni e realtà... ma lo sfogo della confessione, l'enfasi delle querimonie, li compensava di tante rinunzie.
Tocqueville, invece, non è uomo che rinuncia. Sta, è vero, a una certa distanza, e guarda con occhi cupi; ma nonostante guarda, e non sa distrarre la mente, e sempre si affatica intorno agli stessi temi, che sono poi quelli della vita sociale e niente altro che quelli. Altri si sarebbe stancato. Tocqueville no. Allontanatosi dalla vita pubblica, con il colpo di stato di Napoleone, non per questo rinuncia alla politica. Già vecchio e malato, si da a ricerche minute e diremmo dispettose, su un argomento che gli occupa la mente da più di trent'anni.
E probabile che Tocqueville si rendesse conto assai presto della sua inadeguatezza a primeggiare nella vita pubblica. Il suo volgere lo sguardo così presto (scrisse la Democrazia a trent'anni) alla politica come scienza, come pura teoria, ha l'aria d'essere un ripiego, se non addirittura una rivalsa. Comunque sia, si avverte subito un impegno che non è soltanto dello studioso. Quella specie di furore deduttivo che riscontreremo nelle opere maggiori, rivela un non so che di volontario, di programmatico che non inganna. Non c'è dubbio. Tocqueville si è travestito, indossando abiti severi e dottorali. Sfiduciato, indeciso, impacciato per natura, assume un fare impassibile che gli da speranza di apparire, se non di essere, un uomo risoluto. In realtà, tra tante incertezze, ha trovato dentro di se una fede che da vigore e imponenza alle sue concezioni morali. È una fede che sorge dai suoi istinti più appassionati e sinceri. È una fede che ha tutti gli aspetti della passione: la passione della libertà, la più pura e più nobile che un uomo possa provare, ma che non contraddice, anzi trova impulso nelle altre passioni. A un certo punto, l'amore della libertà coincide con l'orgoglio e l'ambizione della libertà. Un animo orgoglioso odia l'oppressione che è un'offesa al senso profondo della propria dignità. Un animo ambizioso trova nella mancanza della libertà un ostacolo alla propria naturale ansia di espandersi. Tocqueville ama la libertà con sempre maggior trasporto, quanto più la sente sul punto di spegnersi. Che questa passione trovi sfogo in un vero e proprio sistema, non fa meraviglia. Perso ogni carattere personale e istintivo, l'amore della libertà diventa un principio di condotta, una legge divina.
Nel sistema politico di Tocqueville c'è un'idea fondamentale, una «pensée mère», com'egli dice, che l'affascina, e insiefrie gli toglie il respiro. Quest'idea la ritroviamo nella Democrazia in America, néll'Antico Regime, nelle memorie, nei discorsi politici, nella corrispondenza. Gli uomini, egli proclama, si avviano irresistibilmente verso la democrazia e nello stesso tempo verso l'eguaglianza delle condizioni. Occorre che la democrazia non uccida la libertà, se si vuole che gli uomini non cadano nelle spire di un despotismo organizzato e snervante. Su quest'idea si direbbe che Tocqueville fondi la missione della propria vita.
Prendiamo ad esempio la Democrazia in America. Fin dal principio l'idea fondamentale, che la passione dell'uguaglianza si avvii a soffocare la passione della libertà, è esaltata come base di tutta l'opera. Per più di mille pagine Tocqueville trarrà tutte le conseguenze da quell'unico assioma con un furore dimostrativo che ha dell'ossessionante.
C'è da supporre che abbia varcato l'Atlantico con lo schema del libro nella valigia. Il viaggio vuole essere una conferma di cose già pensate. Lungo tutto il corso del suo rendiconto, abbacinato dal prestigio della propria idea, ecco che c'insegna a riguardarla con lo stesso religioso stupore che mette lui nel dispiegarla. Sembra addirittura un apostolo che ammaestri i fedeli sui misteri di una nuova religione. Di lì quel tono solenne, quel fare profetico, oratorio, che dà, sì, suggestione alla pagina, ma qualche volta dispiace, perché sproporzionato all'argomento.
L'impressione più vivace che si ricava, è che l'America sia soltanto un pretesto. Un'opera di tanta mole, dove rare sono le osservazioni sul vero, le testimonianze su fatti e cose concrete, rarissimi i nomi
dei personaggi politici, vuol essere qualcosa di assolutamente diverso da un ragguaglio su gli aspetti di un paese. L'America interessa Tocqueville soltanto come pietra di paragone: è il più grande laboratorio dove si sperimenta il nuovo ritrovato, la democrazia. Come diverso questo libro dai tanti che già correvano per l'Europa, nei quali si raccontavano casi singolari, straordinari incontri, avventure insolite in lontane contrade e poi le meraviglie dell'arte, del paesaggio, del costume!
Tocqueville pare che non abbia occhi. Stupisce, perfino, qualche breve descrizione dell'America, sulle prime pagine, che contrasta come cosa non sua. Eccone un esempio: «Ca et là se montraient de petites ìles parfumées, qui semblaient flotter comme des corbeilles de fleurs sur la surface tranquille de l'Océan [...]. - E altrove: - Un Océan turbolent et brumeux enveloppait ses rivages des rochers granitiques ou des grèves de sable lui servaient de ceinture: les bois qui couvraient ses rives étalaient un feuillage sombre et mélanconi-que: on n'y voyait guère croitre que le pin, le mélèze, le chène vert, Polivier et le laurier...». Ci vuoi poco ad accorgersi che questo non è il tono di Tocqueville. È quello magari di Chateaubriand, o di Saint-Pierre o di Rousseau. Ma Tocqueville non è qui che bisogna cercarlo. Egli non scrive per rappresentare, ma per insegnare. E, a dire il vero, è raro che si abbandoni a guardare la natura, scrittore come pochi inadatto a coglierne gli aspetti, volto soltanto a indagare il cuore dell'uomo. Se qui si abbandona, è soltanto per vagheggiare un'America selvaggia e incorrotta, dove la natura prevale ancora sull'opera dell'uomo. Mostra, al modo di Rousseau, ma con poca sincerità, di prediligere quest'America primitiva, dove «on ne ren-contrait point... ces notions douteuses et incohérentes du bien et du mal, cette corruption profonde qui se mèle d'ordinaire à l'ignorance et à la ridesse des moeurs, chez les nations policées qui sont redeve -nues barbares». Per un istante si attarda a immaginare lo stato felice degli abitanti di quelle terre selvagge, ma la sua attenzione si volge presto a quell'altra America, l'America puritana dei «pellegrini», fiorita al tempo in cui la civiltà europea cominciò a incidere nel vergine suolo americano i segni più profondi; e poi, su su, eccoci all'America del 1830, dominata dalla passione della eguaglianza, democraticamente «pura», perché senza tradizioni, volgare, indipendente, espansiva.
Tommaso Moro non immaginò le istituzioni di Utopia, né Campanella gli ordinamenti comunisti della Città del Sole, con l'astratto rigore con cui Tocqueville raffigura la struttura dell'America contemporanea. Stabiliti alcuni principi, le osservazioni particolari sono implicite, sebbene dimostrate minutamente e saldamente legate. Si direbbe che Tocqueville abbia voluto scrivere piuttosto un compendio di geometria, non un libro di politica. Mancano soltanto le figure di circoli, di rettangoli, di parallelogrammi! Lo scrittore ama la dimostrazione per se stessa, non soltanto per il gusto di scoprire cose nuove, ma con l'ambizione di mostrare con quale scioltezza e risoluzione le scoperte si snodino, per così dire, le une dalle altre, in virtù soltanto di un'argomentazione chiara, distinta, irrecusabile. È insomma una «passione» che anche qui si manifesta: una passione che potremmo chiamare «deduttiva», se questa parola non invitasse a scambiare un sentimento veemente con una tranquilla capacità di riflessione formale.
L’Ancien Regime et la révolution benché scritto quasi trent'anni dopo, testimonia un medesimo ardore per il ragionamento sottile e deduttivo. Un rapido guardare per linee generali, un ricercare nella varietà delle cose l'unico filo che dia conto di quella varietà e di quell'unità. Come pure, pochi e brevi accenni a uomini e avvenimenti, sebbene l'argomento sia di quelli che eccitano l'immaginazione dello storico e sollecitano una rappresentazione figurata e mossa. Ma Tocqueville non fa opera di pura storia: piuttosto di filosofia della storia, di antropologia, di morale. Nel breve giro di trecento pagine si contrae e si concentra una materia prima d'ora informe, sconosciuta quasi del tutto a occhio di storico, ma di una tale novità ed urgenza da sovvertire tutti i concetti forniti dalla pigrizia e dall'abitudine. Chi legga l'introduzione ha subito davanti alla mente il principio, la «pensée mère» che anche qui, come nella Democrazia, informa tutta l'opera: la Francia contemporanea non è sorta dalla Rivoluzione Francese, spezzando tutti i legami col passato, ma anzi affonda nel passato le sue radici, e quegli istituti, quelle tendenze che paiono nuovi sono invece il prodotto di una lenta evoluzione, che da il senso della continuità tra l'antico e il nuovo. Tocqueville nemmeno si cura di quella società fastosa che apparentemente rappresenta l'antico regime. Sì e no qualche parola per necessità del discorso. Qui non si parla di Maria Antonietta, né della Dubarry, né di corte né di cortigiani! Lo scrittore rintraccia il corso di una misteriosa vena sotterranea che silenziosamente scorre sotto un terreno tanto rigoglioso e splendido. Con l'atteggiamento modesto di un agronomo ne segna il cammino sulla carta. E in un certo senso, la storia di trenta intendenti di provincia, il cui nome non è passato davvero alla storia... Eppure sono questi uomini ignoti che hanno retto le sorti della Francia, fino sulle soglie della Rivoluzione.
Confrontiamo il tono, lo stile, la struttura dell’Antico Regime con la Democrazia in America. Il metodo d'indagine, lo scorgiamo subito, è il medesimo. Ma il genio del libro, se possibile, è ancora più duro, scarno, senza misericordia. Qua e là ci si scopre perfino qualcosa di livido. È il testamento spirituale di Tocqueville, l'opera in cui le passioni gridano. Avverte: «Parecchi mi accuseranno forse di palesare un amore intempestivo per la libertà, di cui, mi si assicura, nessuno in Francia si cura più». Infatti. La "Democrazia fu scritta quando la libertà era ancora viva, seppur minacciata. L’antico Regime, invece, è di tutt'altra epoca: di quando, oramai, il despotismo di Napoleone aveva soggiogato e avvinto tutti coloro che alla libertà preferivano la carriera, all'indipendenza morale l'immagine di una potenza e di un ordine che purtroppo non abbagliavano soltanto gli sciocchi.
In realtà, tanto la prima quanto l'ultima opera del Tocqueville vorrebbero essere un modo d'azione politica, come può praticarla chi si trovi inadatto a parteciparvi direttamente. Viene fatto di pensare a Machiavelli. Entrambi si mascherano da puri politici, e profilano i risultati delle loro amare considerazioni come scienza politica. A guardar bene, però, l'apparenza scientifica nasconde a fatica una passione straordinaria. Il giudizio infatti è sempre quello del moralista, penetrante, austero, scontento delle cose presenti e ansioso delle future.
Non potendo o non sapendo Tocqueville mescolarsi alle lotte politiche con animo spavaldo e con la fiducia di sottoporre uomini e avvenimenti alla propria misura, ecco che l'attrazione, o meglio la smania che pur gliene resta, si adagia in distaccata analisi dei fenomeni sociali. Sul fondo di un'esperienza piena di disinganni imbastisce regole uniformi che vorrebbero racchiudere le ragioni profonde della condotta umana. E quanto più il suo interesse è particolare, minuto, insistente, tanto più le idee assumono un carattere generale, pietrificate in sagome gelide e monumentali. Sono davanti a lui, quelle idee madri, come bianchi edifici di marmo, ed egli le contempla con turbamento, orgoglio, meraviglia.
Quale divario tra il Tocqueville della Democrazia e dell'Antico Regime e il Tocqueville dei Souvenirs! Si ha l'impressione di ascoltare un altro uomo. Il fatto è che la fantasia di Tocqueville, di solito mortificata e come nascosta dietro le sontuose costruzioni ideologi-che, ora ha il modo di espandersi liberamente. Nella memoria i ricordi si accendono in prestigiose rappresentazioni. Sotto la rigidezza dell'ideologo appare un temperamento d'artista, finora ignorato. Come si spiega? Si spiega, forse, proprio con quello che s'è detto; lo schematismo delle sue opere maggiori non è che una maschera, un travestimento. Ma la vera natura di Tocqueville, alla fin dei conti, è proprio nelle pagine inquiete, indignate, sarcastiche dei Souvenirs che si manifesta. Sullo schermo di queste memorie sorprendenti, si animano personaggi che hanno un volto e un nome. E le loro passioni, ecco che Tocqueville le riconosce istantaneamente, lui che così bene ha analizzato le proprie. E non sono le astratte passioni, elencabili, per così dire, in un trattato di morale, ma le passioni naturali che si riscontrano nel cuore di questo o di quello, è "si chiamano a volta a volta invidia, codardia, crudeltà, intemperanza, con termini perfino troppo netti, per descrivere sentimenti confusi, che spesso combattono tutti insieme nello stesso individuo.
Sainte-Beuve si sarebbe stupito. Ecco che qui lo scrittore dimentica di guardare soltanto le idee. Finalmente, non più pagine costruite come disegni di un palazzo neoclassico, non più quella prosa maestosa, secca, paludata, che sa un po' di gesso e di museo. Qui lo stile segue i moti dell'animo, è vario, pungente, accidentato. Non tanto l'«uomo» vien fuori, quanto i singoli personaggi, Thiers, La-martine, Luigi xvm, Napoleone. In mezzo a loro, Tocqueville scivola curioso, con un sorriso lieve che vuole apparire tollerante ed è senza pietà. Fermiamoci un momento. Lo scrittore sta scendendo dalla soglia di marmo e cammina nel folto della strada, voltandosi a guardare di qua e di là. I suoi occhi miopi e malinconici vedono assai lontano, con quella penetrazione che è appunto dei malinconici e dei miopi. Se l'animo non sa non essere grave e superbo come prima, qualche volta almeno il viso si accende, incontro a qualche natura amica, e il paesaggio non è sempre coperto di nuvole.
Certo, quel ch'egli dice in queste memorie, come anche nella corrispondenza, non contrasta in nulla con le idee altra volta segnate. Non è tanto che si sveli un carattere diverso, quanto una diversa applicazione dell'animo.
L'umor nero delle massime generali, delle sentenze epigrafiche, un lettore appena un po' perspicace lo ritrova sia nelle confidenze, sia nelle opere sistematiche. Soltanto, ecco, ora lo scrittore parla più a se stesso che alla storia, alle generazioni future, all'umanità. I suoi sfoghi danno il giusto accento dell'amore, mettono in luce gli stimoli effettivi, rivelano più chiaramente ed esplicitamente le idiosincrasie, le ansietà, le dubbiezze, le ambizioni. Alla resa dei conti appare anche qui una natura di moralista, ma non al modo tradizionale. Il vento romantico ha piegato e sconvolto perfino questa natura di calvinista ritardato, gettando nel fondo dell'anima qualche inquietudine e qualche ambiguità. Se l'abito morale resta dei più austeri, la mente è certo più aperta, fantastica, irrequieta. Ora siamo certi che sul tavolino di Tocqueville, accanto alle opere di Pascal e di Bossuet, di Montesquieu e di Royer Collard, figurano i romanzi di Balzac e di George Sand, i poemi di Byron e di Victor Hugo. Non possiamo dimenticare che la Democrazia è contemporanea del Pére Goriot e non di Horace o delle Oraisons funèbres.
Per di più, nel caso di Tocqueville c'è questo da osservare. Che i dubbi crescono con l'età, invece di diminuire. Le passioni lo turbano meno nei primi anni, quando pur sembra che Ja natura stessa spinga ai facili abbandoni, alle vaghe esaltazioni. «A mesure que je m'éloigne de la jeunesse, je me trouve plus d'égards, je dirai presque du respect pour les passions... Je ne suis mème pas bien sur de les detester quand elles sont mauvaises... C'est de la force, et la force partout où elle se rencontre, paraìt à son avantage». Ecco una pericolosa confessione! Com'è lontano, qui, da quel diritto di natura che i filosofi della ragione e dei lumi contemplavano come fondamento della convivenza sociale. Dappertutto, infatti, nell'opera di Tocqueville, si nota una moralistica diffidenza per le costruzioni giuridiche, per le istituzioni e gli ordinamenti che non scaturiscono dal costume e dalla morale pubblica. Odia gli uomini di legge, lui ch'è stato una volta magistrato. La concezione del diritto, in Tocqueville, è senz'altro storicista. La storia procede come un immane conflitto di forze. Gli uomini sono guidati da passioni inconciliabili; ma da quelle passioni e dalla loro inconciliabilità trae origine il vivere civile. Diritto e forza sono una cosa sola.
Ma se anche le «passions mauvaises» trovano nello scrittore giustificazione, perché segni di forza, dove se ne va il criterio di giudizio, la fede e la misura morale? L'ammettere com'egli ammette che «le mond appartient à l'energie» è una constatazione che non può avere senz'altro approvazione. Il mondo delle idee non ha nulla a che fare con il mondo della forza. Evidentemente c'è un dissidio. E che cosa è questo dissidio se non la «maladie du siècle», la misteriosa infermità intellettuale che l'ottocento cercò di soffocare inutilmente nel suo corpo vigoroso? In Francia, più che altrove, il conflitto apparve drammatico, perché innaturale allo spirito francese, innamorato della clarté e diffidente delle passioni. La musa di Descar-tes vigila solenne e ammonitrice, famigliare e insieme sublime. Ma altre muse scaldano i petti degli uomini, muse inquietanti, muse che hanno voce di sirena. In Tocqueville c'è un vigore morale che sopraffa ogni impulso irrazionale. Il suo marmoreo classicismo è frutto di uno sforzo assiduo, di una specie di orgoglio di razza, dell'illusione forse di poter vivere con l'immaginazione in un'epoca che ha per lui tutti gli incanti della forza e della gravita. Ma quanti intorno a lui si abbandonavano ai deliri, ai sudori, alle angosce della straordinaria malattia che piuttosto affascinava che non atterrisse!
Tocqueville non si esalta. Denuncia soltanto certa scontentezza di un costume e di una tradizione, l'insofferenza per quel tanto di illuministico che ancora si estenua nella cultura dell'epoca e, dopotutto, anche nel fondo del suo spirito. Una mente razionalista, ma un animo romantico. Ecco, per intenderci, Tocqueville, se queste distinzioni vogliono dire qualcosa. Naturalmente, il suo romanticismo non è quello dolciastro, languido, strabocchevole, che si annuncia in una generazione troppo facile agli entusiasmi. In quella natura schiva, il romanticismo è una fiamma che non da luce, ma che sembra anzi bruciare sommessamente la propria stessa sostanza. Il freno agli slanci del cuore lo trova senz'altro nel proprio orgoglio. È di quegli uomini che hanno per così dire consumate nell'immaginazione le volontà smodate, le torbide chimere della mente, gl'impulsi violenti del sangue.
Siccome però sa bene come quelle passioni dolgano, quando sono soffocate, è il primo a riconoscere come esse contino nella vita civile. È per via razionale che ce le descrive tanto più violente quanto meno ragionevoli. L'epoca sembra incoraggiarle, per non dire addirittura venerarle. Non più ironia, non più quel fare altezzoso e superiore di chi crede che la conoscenza sottometta a se stessa l'oggetto della conoscenza. Gli uomini possono conoscere razionalmente le loro passioni, ma continuare nello stesso tempo a esserne vittime. Oramai chi legge più l'Enciclopedia? La cultura della Restaurazione (e, più tardi, del Secondo Impero), è contro i lumi, non solo, ma tinta perfino di un vago misticismo che viene da oltre Reno. Gli intellettuali leggono Hegel; il popolo Fourier e Proudhon. Se il Terzo Stato aveva conquistato il potere armato di logica e di astrazioni, il Quarto Stato, le classi proletarie, si affacciavano sul palcoscenico con ben altre armi nelle mani, e non parlavano di principi, ma di proprietà, non di libere istituzioni, ma di miseria, di lavoro, di salari.
I filosofi che una volta studiavano le «passioni», presumendo di dominarle, ora cedono il posto a coloro che, senza protervia, le ritengono irresistibili, e mettono ogni impegno nel cercar di frenarle, ossia equilibrarle contemperandole. Tocqueville, di tutti, appare il più angustiato. Esclama: «Il me paraìt désormais un fait qu'un gouvernement peut avoir la prétension de régler, mais d'arrèter non. Ce n'est pas sans peine... que je me suis rendu à cette idèe». E, in un famoso discorso alla Camera, quasi alla vigilia della rivoluzione di febbraio, si abbandona a un'acre eloquenza: «Non intendete [...] che la divisione dei beni del mondo fatta finora è ingiusta, che la proprietà riposa su basi che non sono eque? [...] Io credo che noi ci addormentiamo nell'ora presente su un vulcano [...] Non sentite voi che il suolo trema di nuovo in Europa? Non sentite nell'aria un vento di rivoluzione? Questo vento non si sa dove nasca, dove venga, né, credetelo pure, chi porterà via...».
Oltre all'angoscia, si scopre in queste righe la rassegnazione. L'atteggiamento di Tocqueville è di religioso terrore, di sgomento e di pena impotente, incontro a un destino che sopraggiunge implacabile e insieme misterioso. Avverte molto bene a che mirano le nuove dottrine, o meglio le nuove passioni. Riconosce che la divisione dei beni del mondo è ingiusta, ma non ha l'intrepidezza di difendere coloro che la vogliono più giusta, né la caparbietà di sostenere che tale ingiustizia in qualche modo sia necessaria. L'animo è sospeso: per tradizione, per educazione, per cultura non può accettare quel che pure la mente propone come giusto. Si capisce che molti lo considerino un reazionario. Mentre in realtà non lo è affatto. Questo tutt'al più si può osservare: che vedendo il pericolo qualcosa di meglio meritava fare, che non gemere e torturarsi. I gemiti, si sa, a nulla servono nella lotta politica. Sono un po' come quei consigli dei vecchi che, diceva Vauvenargues, «éclairent sans échauffer, comme le soleil d'hiver». Ma Tocqueville non è tanto un uomo politico, l'abbiamo visto, quanto un moralista; e i moralisti, come gli uomini di religione, fermi a indagare le ragioni eterne del cuore, sono inclinati a considerare immobile la realtà, a guardarla un po' troppo dall'alto. Delle società studiano i sentimenti, piuttosto che gli interessi. La religione e la morale cristiana, per esempio, accettano le disuguaglianze sociali; se gli uomini non sono eguali tra loro sulla terra, lo saranno dinanzi a Dio. È Dio, se così si può dire, che ristabilisce l'equilibrio, ripaga le offese, ricompensa delle sofferenze, della miseria, della schiavitù. Chi ascolta questi insegnamenti non può avere animo di rivoluzionario. Tocqueville sembra che l'abbia ascoltato.
Della morale cattolica accoglie essenzialmente la pratica. Lo attrae la difesa che il cattolicesimo ostenta della personalità umana, della dignità, della indipendenza, della responsabilità. «Dieu nous a fait indépendents et par là mème responsables». Niente più ripugna a Tocqueville quanto la cieca obbedienza, la sottomissione a un potere che offenda il senso intimo della libertà. La libertà è un sentimento che ha del religioso, «est une obligation à laquelle nous ne pouvons nous soustraire». Quasi un contratto tra uomo e Dio.
La fede di Pascal l'ha certamente toccato. Pascal è per lui una guida, l'autore prediletto. E infatti l'atteggiamento del moralista, nel Tocqueville, ha un'intonazione che si può dire ed è stata detta giansenista. Ma, a differenza di Pascal, nella religione non cerca una risposta a dubbi ultramondani. I misteri dell'ai di là lo lasciano irresoluto. Della religione ha una concezione un po' vaga. Poco inclinato agli studi filosofici, non indaga le corrispondenze e le ahtinomie tra fede e ragione. Sopra ogni cosa, s'interessa dell'aspetto sociale del Cristianesimo e vuoi immaginare la Chiesa capace di accogliere le dottrine liberali.
«L'un des mes rèves, le principal, en entrant dans la vie politi-que, était de travailler à concilier l'esprit liberai et l'esprit de réli-gion, la société nouvelle et PEglise». Come si vede, siamo su un terreno strettamente politico. Nella Democrazia in America considera la religione utile, non solo, ma necessaria alla società. Sulle vere e profonde questioni della religione non ha che dubbio e disperazione. In una lettera esclama quasi con sgomento: «La vue du problè-me de l'existence humaine me préoccupe sans cesse et m'accable san cesse. Je ne puis ni pénétrer dans ce mystère, ni en détacher mon oeil. Il m'excite et m'abat tour à tour». Dove c'è ancora speranza, se non fiducia. Ma in un altra lettera, malinconicamente confessa: «J'ai fini par me convaincre que la recherche de la verité absolue et dé-monstrable... était un effort vers l'impossible». Si noti: cercava una verità dimostrabile. Altrove dichiara addirittura: «Je suis mécreant». La morte, ch'egli aspettò con animo tranquillo, testimonia invece che quella verità, anche se non dimostrabile, l'aveva finalmente trovata, proprio in seno alla religione cattolica.
Ma la cercò egli mai veramente questa verità, con slancio mistico, con dedizione completa? Non crediamo! Siamo portati piuttosto a pensare che era una verità «utile», e non disinteressata, quella che cercava. Uno spirito veramente religioso, la verità la trova nel momento stesso in cui la cerca. Tocqueville sente che i veri beni sono quelli di questo mondo. Vuole verità che si attaglino alle esigenze terrene degli uomini. Anzi, è perché troppo ama i beni terreni, ed è come bruciato da tutti i desideri e da tutte le passioni terrene, che si angustia di non saperli, quei beni, né acquistare né meritare. Ha una'voglia smodata di primeggiare, e invece vive come in esilio, amareggiato, insieme a una moglie silenziosa dai denti gialli... Si dispera insomma per la mancanza di quelle qualità che occorrono per misurarsi nella vita pratica. Di lì a confessare che sono i disinganni della propria natura a dargli una visione tanto nera delle cose, non c'è che un passo. «Mes efforts journaliers tendent à me garantir de l'invasion d'un mépris universel pour mes semblables». Dovremo noi farlo, dunque, questo passo? Non si tratta proprio d'altro, nel suo caso, se non di ambizioni deluse, di vanità ferite, d'insufficienze pratiche?
Non possiamo crederlo. Per grandi che siano le ambizioni, Toc-queville ha un sentimento del dovere e della misura che basta per non diventarne la vittima. Tocqueville non è La Rochefoucauld. «Il y a qui regardent le mond comme une salle de bai, et moi je suis sans cesse tenté d'y voir un champ de bataille, où chacun se presente à son tour pour combattre, recevoir des blessures et mourir. Et je crois, je le crois en verité, que cela me donne pour aimer une energie que nont pas les autres hommes».
Tocqueville, lo si vede, è di quelle nature che vogliono amare, che anzi amano. E perché ama che atteggia il volto a un'espressione così delusa. Dell'uomo, Tocqueville onora certe qualità, certe virtù che gl'impediscono il «mépris universel», quantunque siano così poco diffuse. Non diamogli troppo retta quando appare scoraggiato. Le confidenze dei politici sono sempre tinte di nero. Quelle di Machiavelli per esempio erano terribili: non vedeva che male nel presente. Ma i politici costruiscono i loro edifici non per il presente, sebbene per il futuro. Nel fondo di ogni uomo politico, anche tollerante, si nasconde un despota che vorrebbe obbligare gli uomini ad essere così e così per farli migliori.
Il despotismo di Tocqueville, se fosse mai stato possibile, si sarebbe limitato ad obbligare gli uomini ad essere liberi. Voleva una libertà «regolare e moderata». Una libertà che non snervasse gli uomini, ma anzi li spingesse a dirozzarsi, a educarsi, a combattere. Purtroppo, quella libertà ch'egli sospira come qualcosa di religioso, di sacrosanto, di universale, è come non mai in pericolo, minacciata da tutte le parti, irrisa, umiliata. Restaurarla, negli animi, ecco quel che bisogna. Ascoltiamo lo scrittore. Il senso di tutta l'opera è racchiuso in queste poche parole: «Indiquer aux hommes ce qu'il faut faire pour échapper à la tyrannie et à l'abàtardissement en de-meurant démocratique, telle est l'idèe generale dans laquelle peut se resumer mon livre [la Démocratie] et qu'apparaitra à toutes les pa-ges de celui que j'écris en ce moment [YAncien Regime]. Travailler dans ce sens c'est à mes yeux une occupation sainte, et pour laquelle il ne faut épargner ni son argent, ni son temps, ni sa vie».
Che la passione per la libertà si scontri in ogni tempo, ma specialmente nel mondo moderno, con la passione dell'eguaglianza, ecco l'origine d'ogni male, il fatto che determina l'inevitabile sovvertimento della società. Tocqueville non cessa di studiare e di esporre i mezzi che, a suo vedere, abbisognano per contemperare uguaglianza e libertà. Si dichiara democratico, e studia nondimeno con asprezza i profitti e gli svantaggi della democrazia, fingendo un'impassibilità da giudice istruttore. Lo sviluppo della democrazia in Francia non si può evitare. Dunque lo si accetti, con i rischi e le avventure che comporta. Ma si badi bene, proclama senza tregua, la democrazia diffondendosi porta con sé nuove abitudini, nuovi costumi, nuovi vizi. Essa corrode inesorabilmente i vecchi ordinamenti, schiaccia ogni sorta di autonomia, unifica e disperde istituti storici. Equiparando le condizioni economiche, toglie ogni forza ai singoli e ai gruppi associati. In una società dove gl'individui tendono a diventare sempre più eguali, il potere dello Stato va sempre più accentrandosi, a scapito dei poteri secondari, quelli della provincia, del comune, che erano un po' le roccaforti della libertà. Potentissi-mo appare uno stato cosiffatto: un mostro dal cranio enorme su un corpo smilzo e infiacchito. L'eguaglianza prepara il despotismo, perché consegna gli uomini deboli e disarmati nelle mani di un solo. Il despotismo è inevitabile. Esso solo da garanzia di quell'ordine uniforme che ricercano i caratteri molli. Esso, inoltre, cercando di conservare certe condizioni di fatto, sembra permettere una lenta, comoda evoluzione che sgombra l'animo dai terrori delle scosse subitanee, dei sommovimenti violenti.
Le terribili giornate di febbraio, la guerra civile nelle strade di Parigi, la folla che invade il Parlamento fin sotto i banchi dei rappresentanti della Nazione, tutto questo mette come un'accelerazione in tutti i sentimenti e in tutte le idee di Tocqueville. Quei disordini egli li aveva previsti e proclamati imminenti. Ma nessuno gli aveva dato retta. La sua voce rimase senza eco. Del resto, si può immaginare una Cassandra in Parlamento, che geme alla tribuna, tra deputati in redingote e cravatta bianca, distratti, indifferenti, vanitosi, loquaci? I grandi affari del momento sono quelli di tutti i giorni, la politica estera di Guizot, la riforma elettorale, il liberalismo di Pio ix, le virtù domestiche della regina. A Tocqueville non resta che osservare malinconicamente come gli avvenimenti si svolgano secondo le sue immaginazioni. Ha l'atteggiamento di un astronomo che si abbandoni a certi suoi calcoli sul movimento di un astro, il quale, egli prevede, finirà per cozzare contro un altro astro, fra qualche migliaio di anni. Una conflagrazione di astri come può commuovere gli animi? Così, l'annuncio di prossime devastazioni e rivolte appare irrilevante come una conflagrazione di astri; non commuove né con-• vince i tranquilli borghesi, che immaginano il regime di Luigi Filippo e di Guizot poggiato su un piedestallo di granito. Eppure, una mente riflessiva avrebbe dovuto avvertire i segni dell'imminente catastrofe. È singolare come Tocqueville sia stato quasi il solo ad intenderli. L'origine di tante sue angosce va ricercato proprio in questa sua condanna a capire meglio degli altri e a fantasticare del futuro immagini senza splendore. Sa che l'epoca e il paese hanno quasi per tradizione il gusto per la sommossa; delle sommosse conosce l'andamento vertiginoso, impaziente, incendiario. Ha osservato che, nella lotta, i ribaldi, i furiosi, i prepotenti insegnano i metodi della violenza e della caparbietà perfino ai pacifici, e li spingono ad assumere un volto altrettanto minaccioso. La borghesia commerciante e un po' sciocca del quarantotto, scampata miracolosamente alla distruzione, non poteva non irrigidirsi, impiegando ogni mezzo, anche il più sanguinoso, perché il fuoco non venisse riappiccato. Quali difese approntare? Le libertà, il parlamento, la costituzione, cosa potevano, quando le disordinate e immani passioni delle classi nuove tendevano non a riforme e a libere istituzioni, ma al sovvertimento stesso della società e alla sua ricostruzione su basi d'eguaglianza e di giustizia sociale?
Soltanto un governo accentrato, un potere preponderante, autocratico, vigilante e insieme senza scrupoli, poteva dare le garanzie di quell'ordine che ogni classe al potere esige, difendendo gli interessi comuni, oltre a certe libertà, tra le quali principale quella di far quattrini. Benché non apertamente invocato, il despotismo era nelle speranze di molti. Una società che teme della sua stessa esistenza è pronta a darsi nelle mani di chiunque si impegni a salvaguardarle il supremo bene, la vita.
Le stravaganti agitazioni della seconda repubblica accesero vieppiù il desiderio di un ritorno alla quiete. Memorie prestigiose furono suscitate a bella posta intorno al nome dello squallido erede di Napoleone. Venne il colpo di stato, l'impero. I conflitti di classi, di ideologie, di ambizioni persero vigore e quasi si spensero come se l'impacciato despota dovesse chiudere un'epoca, risolvendone di colpo tutti i problemi, mentre in realtà ne apriva una in cui quei problemi avrebbero preso un risalto e una consapevolezza maggiori. Si ebbe, finalmente, l'ordine. Ma intanto fu perduta la libertà. Sembrava che tutti l'avessero amata, questa libertà, quando esisteva. Ora che era perduta, pochi la rimpiangevano. La vita non vale più della libertà?
Ma per Tocqueville, occorre dirlo?, la libertà vale quanto la vita perché è la vita stessa. S'essa si perde, tutto è perduto. Da ogni sua pagina si leva questo grido, anche se soffocato dal pudore e dal ritegno. Cosa sia questa libertà, egli, benché ragionatore scrupoloso, non vuole chiederselo, non vuoi definirlo. Scrive: «Qui cherche, dans la liberté, autre chose qu'elle-mème est fait pour servir. Ce qui, dans tous les temps, lui a attaché si fortement le coeur dés hommes, ce sont ses attraits mèmes, son charme propre, indépendentement de ses bienfaits; c'est le plaisir de pouvoir parler, agir, respirer sans contrainte, sous le seul gouvernement de Dieu et des lois [...] Ne me demandez pas d'analyser ce goùt sublime, il faut l'éprouver. Il entre de lui mème dans les coeurs que Dieu a préparés pour le recevoir; il les remplit, il les enflamme».
La libertà non si definisce, insomma, si sente, si vuole. Non è un'idea, un concetto, ma una passione. Ansiosamente cerca di scoprire come la si conserva, ma il discorso ha per necessità un che di empirico e nello stesso tempo di astratto, perché si fonda su una passione morale più che su una realtà politica. Razionalismo e illuminismo, d'altra parte, anche gli ingombrano la mente. Come Mon-tesquieu, come Constant, come i «dottrinari», tratteggia anch'egli le garanzie della libertà, i contrappesi al potere dello Stato, ma non si rende conto, nello stesso tempo, che queste garanzie, questi contrappesi non si possono determinare al tavolino, con una semplice operazione mentale.
Perché la libertà, o meglio le «libertà», vivano, occorre un animo teso a farne il premio di una battaglia, e non tanto a difenderle, ma a conquistarle di volta in volta, come qualcosa di sempre nuovo e necessario. In altre parole, la libertà non si alimenta con le vaghe aspirazioni, essendo il frutto di formidabili esigenze, oltre che del costume, del carattere e delle tradizioni di un popolo.
In realtà Tocqueville, benché un po' meno dei suoi maestri, guarda più al passato che al presente, e vede la libertà come un prolungamento, e magari anche un ristabilimento, delle libertà di una vol ta, quando esse ancora si confondevano con i privilegi. Non si può negare. Tocqueville è uomo di un'altra epoca. Ha animo, educazione, inclinazioni aristocratiche. Si dichiara democratico, è vero, ma son ben altri i sentimenti che bruciano nel suo cuore. In un appunto, ritrovato per caso, è scritto: «J'ai pour les institutions democra-tiques un goùt de tète, mais je suis aristhocratique par l'instinct, c'est-à-dire que je méprise et crains la foule. Je hais la demagogie, l'action desordonnée des masses, leur intervention violente et mal éclairée dans les affaires».
È una dichiarazione che ha l'aria di voler essere definitiva e estremamente sincera. Ma si tratta piuttosto di uno sfogo che di un'affermazione razionale. I termini del proprio disamore per la democrazia sono prospettati con acredine. Parla di istinto, dichiara di odiare la folla, la demagogia, il disordine. Insomma, odia non tanto la democrazia quanto le deviazioni della democrazia stessa. L'esperienza di tre rivoluzioni, che hanno sconvolto la Francia, lo ha ammaestrato. Sa bene cosa c'è da aspettarsi dalle passioni popolari. Conosce il gonfio fanatismo, la violenza crudele, le sciocche esaltazioni degli uomini, quando la legge è spezzata e tutto è lecito a chi piace osare.
Nei Souvenirs troviamo pagine di una rara efficacia che rappresentano come una società possa subitamente essere scossa e sovvertita. Le rivoluzioni nascono quasi per caso, si sviluppano senza un disegno. È un fuoco che si appicca qua e là, e a un tratto divampa, poi sembra spegnersi, ma si riaccende all'improvviso e maggiormente avanza dove sembra che trovi ostacoli, con un andamento tortuoso, avvolgente, imprevedibile. Durante le rivoluzioni, uomini ignoti ed inesperti appaiono, e sono loro che determinano mutamenti inaspettati. Poi ritornano nell'ombra, e nemmeno ci si rende conto quanto una loro parola, un loro atto, abbiano influito sul corso degli avvenimenti.
Forse soltanto Manzoni ha eguale penetrazione nel riconoscere e nel raffigurare le azioni della folla, con gli ondeggiamenti delle volontà e degli impulsi. Tocqueville, in certe descrizioni, ha il talento di un romanziere. Una immaginazione eccitabile sembra contrarsi in un tratteggiare rapido, che ricorda certe pagine dei Promessi Sposi (e in certo senso delYEducation sentimentale di Flaubert). Ecco, per esempio, come descrive i primi segni della sommossa di febbraio: «Discesi subito e non appena ebbi messo il piede nella via respirai per la prima volta l'aria delle rivoluzioni: il centro della strada era vuoto, le botteghe erano aperte; non si vedevano né vetture né gente a passeggio; non si sentivano le solite grida dei venditori ambulanti; davanti alle porte i vicini discorrevano a mezza voce con visi smarriti tutti con espressione stravolta per l'inquietudine e la collera". - E in un altro punto: - Tutti quei quartieri risuonavano di una musica diabolica, miscuglio di tamburi e di trombe, i cui suoni striduli, discordanti e selvaggi mi erano sconosciuti; era la prima volta, in realtà, che li sentivo, né dopo l'intesi mai più; era il segnale dell'adunanza che si era stabilito di suonare solo negli estremi pericoli, per chiamare tutti alle armi in una sola volta».
Si scopre in queste pagine quell'estatica aspettazione dell'animo, che avverte quasi l'avvicinarsi di qualcosa di terribile; una singolare sottile angoscia, quasi un senso d'intima lacerazione, uno sgomento che non è paura e non viltà, ma soltanto tristezza dinanzi ad avvenimenti ineluttabili che recano con sé il male, l'inganno, la scelleratezza.
Tocqueville, durante quelle brevi intense giornate che portarono alla caduta della monarchia, seppe conservare, quasi per un orgoglioso puntiglio, la mente calma, guardando come uno spettacolo i sommovimenti e i sussulti di una società impazzita dall'odio e dallo spavento. Tra tante teste folli, si direbbe che si trovi a suo agio nell'osservare, nel riflettere, e nel ricordare. Sembra un naturalista che esplori il cratere di un vulcano in eruzione. Quella apparente freddezza d'animo che ci ha irritato in tante sue pagine, qui miracolosamente gli serve per ritrarre uomini e avvenimenti. Come guarda ora gli uomini, senza per questo dimenticare le idee! Sainte-Beuve avrebbe esultato.
Ecco per esempio come sa cogliere gli atteggiamenti di certi personaggi nei momenti di crisi. E il primo giorno della sommossa. I rivoluzionari hanno invaso la Camera. Per l'aula è diffuso un senso di sbigottimento. Nei banchi dei deputati c'è chi si agita, chi invece se ne sta immobile, come si dice si debba fare quando ci si trova in mezzo a un branco di bestie feroci. Il momento è grave. Tocqueville sa come gli altri che la sua vita è in pericolo. Ma la passione d'osservare prevale sopra ogni altro sentimento. C'è quasi un gusto aspro e malevolo a studiare sul volto dei compagni i segni dello spavento. Il suo sguardo calmo va di banco in banco e si ferma sulla tribuna del presidente. «Il presidente - leggiamo nelle memorie - dichiara che la seduta è sospesa e vuole secondo l'uso mettere il cappello; e poi venne a mancare. Ma Tocqueville aveva una natura profetica: sapeva che appunto il giorno in cui sarebbe mancata, i migliori l'avrebbero di nuovo ricercata. Perciò voleva difenderla a ogni costo, finché c'era tempo, senza metterla a repentaglio. Le cose seguirono proprio secondo le sue più amare profezie. L'esperienza napoleonica venne a dargli ragione. Ma gli animi erano volti ad altre cure e ad altri interessi per riconoscergli apertamente il suo intuito, o per fare atto di contrizione. Bisognava aspettare un'epoca più propizia perché gli occhi si riaprissero e si cominciasse a rendere, a Tocqueville, quell'omaggio che per tanti anni gli era stato lesinato.