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Mario Pannunzio: Gli estremisti «moderati»

Articolo del luglio 1944

di Mario Pannunzio

Un'intervista di Palmiro Togliatti al corrispondente del «New York Times» Herbert Mattews, pubblicata sabato dall'organo della democrazia cristiana «II Popolo», ci spinge a formulare qualche domanda ed esprimere qualche dubbio sull'indirizzo della politica del partito comunista.
Perché non dirlo? Le parole di Togliatti, così moderate, tranquille e diplomatiche sono di quelle che invece di chiarire le idee rendono, se possibile, gli animi ancora più perplessi. Troppa.moderazio-ne, viene voglia di dire, troppa prudenza; troppa dimestichezza insieme con il diavolo e l'acqua santa. Capovolgendo un giudizio di Tolstoi su Andreieff dovremmo affermare che Togliatti cerca invano di non farci paura.
In realtà non dovrebbe essere Togliatti a farci paura, e nemmeno il comunismo italiano, se questi e quello si affaticano per ammantarsi di tanti stracci galanti pur di piacere a un pubblico vasto. Un comunismo così accomodante, che parla di patria, di bandiere, di tolleranza religiosa, che auspica un «fronte unico di forze liberali, democratiche e progressive»; un comunismo che chiede la collaborazione ai cattolici e accetta quella dei monarchici, che crede nella proprietà individuale; un comunismo infine che esclude «ora e in un prevedibile futuro un'Italia comunista» e che riduce il problema capitale del nostro paese nel «vivere in qualche modo come meglio possiamo»; un comunismo simile, diciamo, è di quelli che non avrebbero fatto paura nemmeno al conte Solaro della Margherita, o anche al barone Sonnino, il quale avrebbe considerato Togliatti l'immagine gemella di Giovanni Giolitti.
Siamo abbastanza avveduti per apprezzare lo sforzo di astuzia, la calma premeditata di questi nuovi capi dei partiti di sinistra. Salva qualche reminiscenza di un linguaggio tanto spavaldo quanto sfortunato («Spezzeremo le reni... ecc») Togliatti parla a un dipresso come qualcuno di noi liberali parlerebbe e nemmeno dei più accesi. D'altra parte i nemici dei nuovi comunisti sono gli stessi nemici dei nuovi liberali: il fascismo, il nazismo, la plutocrazia, i monopoli, il latifondo e così via. Ma allora, in che cosa il partito comunista si distingue da noi, o da qualche altro partito veramente democratico? Il comunismo di oggi è assai diverso da quello di venti anni fa, non c'è dubbio. La stella di Trotzky è scomparsa per sempre. Chi non ricorda i capi popolo dell'altro dopoguerra? Minacciavano la rivoluzione imminente e permanente, ma furono sommersi e travolti dalla reazione. I comunisti di oggi non parlano di rivoluzione, ma in realtà la fanno. Questa è la verità assai precisa e minacciosa. Nessuno può rimproverare a Togliatti di dichiararsi patriota ma democratico, tollerante, di abbracciare magari il duca Acquarone. Possiamo ben riconoscere che i comunisti hanno mutato la tattica, se non gli ideali. Rileviamo però che accanto a quelle dichiarazioni ce ne sono altre che le contraddicono, e accanto alle une e alle altre ci sono fatti, direttive, indirizzi che segnano la volontà di spingere l'Italia, pur tra i sorrisi e gli ammiccamenti, sopra una strada ancor più difficile di quella che già faticosamente percorre.
Ora il dilemma è questo: o Togliatti è sincero, e allora i comunisti possono rimettere davvero Marx in soffitta e iscriversi in massa nei partiti democratici. Oppure non lo è, e allora diciamo che il suo è un giuoco meno profittevole di quello che egli si prefigge.
Non siamo in periodo di dittatura, nel quale le parole di un capo possono essere false e mentitrici, ma l'opinione pubblica, non potendo esprimersi, deve contentarsi tutt'al più di far capire sogghignando furbescamente che ha capito. Le parole autorevoli di capi partito come Togliatti e come Nenni non possono nascondere o far dimenticare quel che la propaganda capillare e un'azione pertinace vanno compiendo negli animi e nelle cose incitando da una parte a un odio di classe sempre più spinto e pericoloso, e dall'altro precostituendosi, con la manomissione degli organismi sindacali, con la formazione di fronti unici tripartiti, con una politica di quotidiano sgretolamento dell'opera del Comitato di Liberazione Nazionale, formidabili ed inaccessibili fortezze per offendere e difendersi in un domani assai prossimo. Della pausa determinatasi con la tregua dei partiti, i partiti estremi hanno approfittato per una serie di attacchi violenti ed insidiosi contro istituzioni, classi, categorie, accusate in blocco di ogni infamia. Sicché la realtà, la «rugosa realtà» di oggi appare ai nostri occhi come un paesaggio inaridito e sconvolto. Non soltanto ci troviamo a vivere in una Italia vinta e distrutta, che ogni giorno va perdendo sempre di più la speranza di potersi risollevare, ma l'atmosfera che ci circonda è avvelenata da contrasti aperti o sottaciuti, da sentimenti di rancore e di vendetta, dalla sensazione inquietante di una generale immaturità politica, e infine, quel che è più grave, dalla diminuzione perfino di quello straordinario slancio combattivo che ha spinto tanti giovani a lottare durante il periodo clandestino contro i fascisti e i tedeschi. E la coscienza morale degli individui che appare oggi malata, angustiata, sofferente.
Ora, gli italiani hanno bisogno di trovare fiducia nel loro avvenire, e i partiti che si sono assunti la terribile responsabilità di additare loro una via qualsiasi di guarigione, hanno il dovere di parlare chiaro e senza sottintesi, di esprimere i loro propositi, le loro concezioni, le loro mire vicine e lontane e di dichiarare, una volta per tutte, se è loro intenzione di cooperare ad assicurare un avvenire tranquillo, una sia pur limitata garanzia di sicurezza, di legalità, d'ordine. Non abbiamo nessuno scrupolo a dirlo: oggi l'Italia vive in un periodo di semi-anarchia, temperata tutt'al più dall'occupazione straniera. Lo Stato ha appena la forza di dichiararsi vinto. La burocrazia, senza della quale lo Stato non può esistere, vive tormentata sotto le accuse più atroci, mancando poi gli uomini per rinnovarla. La nessuna sicurezza dell'oggi provoca l'angoscia del domani, la stanchezza, l'ignavia, la disperazione.
Una moltitudine scontenta e smarrita vede di fronte a sé la prospettiva di capovolgere un ordine sociale che troppi additano falsamente come abbietto, responsabile delle nostre sciagure. Tutto sembra incoraggiare i sogni più disordinati e, molto spesso, le azioni più ribalde. Come negarlo? L'ambiente è corrotto da una demagogia inopportuna, petulante, miserabile. E l'atmosfera infuocata che si determinò anche alla fine dell'altra guerra. Si annunciò dapprima con le sue tristi attrattive, i suoi equivoci adescamenti. La riconosciamo benissimo: eravamo ragazzi negli anni che vanno dal '19 al '22, quando ne fummo come investiti e bruciati. Allora, molti aspettavano la rivoluzione, la rivoluzione che avrebbe risolto ogni problema, sanato tutte le piaghe. La rivoluzione venne. Ma era quella fascista. Le conseguenze le abbiamo scontate in questi vent'anni. Soltanto il ferro e il fuoco potranno distruggere il fascismo. Ma l'esperienza non ci insegnerà proprio nulla?
Questo sentiamo il diritto di chiedere ai partiti estremi; senza infingimenti, collaborino realmente a creare quell'Italia democratica e progressista che Togliatti descrive nei suoi discorsi e nelle sue interviste, e che è nella speranza di tutti i migliori liberali, socialisti o comunisti che siano. Ma allora se moderate sono le parole moderati siano i fatti, e se sincere le parole, sinceri siano anche gli intendimenti. Soltanto in tal caso il partito liberale potrà accettare con eguale lealtà la collaborazione con i partiti, collaborazione alla quale non si è mai sottratto nel passato.