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Mezzogiorno nell'Occidente

Di Ugo La MalfaNord e Sud, dicembre 1954

Si riporta integralmente l’articolo che Ugo La Malfa scrisse per il numero 1 di “Nord e Sud” nel dicembre 1954.

Francesco Compagna volle iniziare la pubblicazione della rivista, che si concluse nel 1982, con l’articolo di Ugo la Malfa che impostava la linea meridionalistica di “Nord e Sud”.
 
Che cosa è questo problema del Mezzogiorno, questa drammatica insufficienza del Mezzogiorno, questo sforzo del Mezzogiorno di uscire dalla sua stagnazione, se non il problema che i giovani intellettuali meridionali portano nel loro spirito, hanno vissuto fin dal loro primo affacciarsi ad una vita consapevole? Non intendo con ciò dire che altri non avvertano il problema, che i contadini, che la piccola borghesia, che gli eterni disoccupati e gli eterni derelitti del Mezzogiorno, non siano martoriati da quei problemi e da quella sofferenza, non siano essi i protagonisti del dramma. Intendo soltanto dire che la qualità di intellettuale ha servito a rendere spieta-tamente chiari i termini del problema, a farli entrare in tutti i dominii della vita spirituale, oltre che economica e sociale. E se, qualche volta, i giovani intellettuali del Mezzogiorno possono “nordicizzarsi” ed emigrare, partecipare cioè ad una diversa condizione di vita, essi non potranno mai dimenticare le caratteristiche, singolari condizioni ambientali nelle quali sono cresciuti.
Da questo punto di vista, la qualifica, la parola “meridionale” ha un senso ben preciso. Essa definisce una particolare condizione di vita, una maniera di essere di alcuni milioni di italiani; essa presuppone un particolare stadio di civilizzazione umana e, per ciò, stesso, un confronto ed un paragone. Quando oggi noi parliamo, con linguaggio ultramoderno, di aree depresse o di zone arretrate o sottosviluppate, esprimiamo molto di meno, e di più generico, di quel che il termine “meridionale” esprima. Poiché aree depresse o zone ad economia arretrata o sottosviluppata possono considerarsi l'India o l'Egitto, la Cina o il Messico o non so quanti altri paesi, ma manca a tali vasti territori una condizione che appartiene più propriamente al Mezzogiorno d'Italia: l'essere cioè questa un'area sottosviluppata o di depressione, nell'ambito di una civiltà nazionale e internazionale caratteristica dei paesi dell'Europa occidentale. Noi possiamo parlare dell'India o dell'Egitto, come di paesi al di fuori della storia interna dell'Europa; non possiamo parlare della Sicilia o dell'Abruzzo, della Campania o delle Puglie nello stesso senso. Il Mezzogiorno ha partecipato al moto civile e culturale dell'Europa occidentale, anche se non gode oggi delle condizioni eco-nomiche e sociali, morali e culturali, di questa più vasta area. E in ciò non può essere interamente assimilato alla Jugoslavia o alla Turchia, come ha fatto, nel suo rapporto, la Commissione Economica per l'Europa ', tanto meno all'Egitto o all'India; bensì può dividere la sua drammatica singolarità con la sola Spagna o, con riguardo a un'età che è ormai troppo storicamente lontana per caratterizzare problemi attuali, con la Grecia.
Ma se Mezzogiorno non vuoi dire soltanto area depressa e sottosviluppata, ma vuoi dire area depressa e sottosviluppata nell'ambito di una storia e di una civiltà delle quali si è fatto diretta parte, per comprendere il Mezzogiorno è essenziale non trascurare questa peculiarità. Il Mezzogiorno non può, a differenza di tante altre regioni, avere l'onore e l'onere di una civiltà autonoma, distinta dalla civiltà della quale fa parte storicamente. L'India può attuare i progressi tecnici, economici e sociali della civiltà europea e rimanere India, così la Cina, e così, per molti versi, la Russia. Ma così non può essere per il Mezzogiorno italiano. D'altra parte in tutti i paesi che oggi si pongono, in termini di attualità, il problema della realizzazione di un tipo di civiltà “non arretrata”, qual'è ad esempio la civiltà occidentale europea, vi è un elemento di orgoglio nazionale e di emulazione insieme. Essi intendono conseguire la modernità della loro vita economica, sociale e culturale, così come l'Europa occidentale ha saputo conseguirla, ma vogliono nello stesso tempo contrapporre una loro civiltà a quella civiltà (è soprattutto la tesi comunistico-nazionalistica dei paesi orientali); hanno insomma l'obiettivo della emulazione e della contrapposizione insieme. Il Mezzogiorno non è in questa condizione. Esso è l'Occidente senza le condizioni economiche, sociali, culturali che caratterizzano l'Occidente. Esso non è un Oriente occidentalizzato:   è un Occidente orientalizzato.
Questo elemento caratteristico del Mezzogiorno, questo essere il Mezzogiorno un Occidente decaduto, è stato sempre chiaro ed univoco nella coscienza più avanzata del Mezzogiorno. Si può dire che tutta la storia politica sociale e culturale del Mezzogiorno ha visto contrapporsi una coscienza moderna occidentale allo stato di arretratezza generale del paese, alla ignoranza e all'oppressione dei ceti più ricchi, al clientelismo e al provincialismo delle organizzazioni politiche, economiche e sociali locali. L'opera delle minoranze meridionali ha potuto avere maggiore o minore successo (dal Risorgimento in poi essa ha avuto, per lo meno, il merito di aver posto il problema all'attenzione dell'Italia), ha potuto essere più o meno feconda, ma essa era univoca nel suo indirizzo, ed era univoca perché tutta la storia del Mezzogiorno si lega ad una esperienza occidentale. E del resto, in un campo specifico, come quello culturale, questa capacità del Mezzogiorno di legarsi all'Occidente ha raggiunto le forme più alte e più impegnative. Il crocianesimo, come fenomeno di grandissima cultura, non rapsodico, non occasionale, ma frutto di lunga tradizione e maturazione, è lì a testimoniare una capacità di circolazione occidentale ed europea del Mezzogiorno che, se non rispecchia direttamente la vita dei contadini meridionali, come rilevano alcuni dogmatici censori, rispecchia una maniera di essere della vita meridionale che non può essere né trascurata, né sottovalutata.
Si è affermato di recente che l'opera di queste minoranze è stata economicamente e socialmente improduttiva, che la democrazia politica, ideale dell'Occidente, non ha saputo dare nulla al Mezzogiorno. Da Matteo Renato Imbriani a De Viti De Marco, da Giustino Fortunato a Salvemini, a Dorso, il pensiero democratico meridionale si è battuto sul terreno delle idee, della conoscenza spregiudicata e profonda dei problemi meridionali, ma non ha organizzato né forze, né soluzioni organiche dei problemi. La democrazia giolittiana non è stata influenzata dall'azione di queste minoranze, che anzi sono state osteggiate da quella o l'hanno osteggiata; e tanto meno ne è stato influenzato il fascismo. È su questa aspirazione mancata, su questa volontà tesa del Mezzogiorno culturale verso l'Occidente, non realizzata sul terreno economico e sociale, che si è inserito il grande tentativo comunista. Il comunismo ha avuto il merito, nel Mezzogiorno, di rendere politicamente attivi molti strati sociali tra i più miseri e sprovveduti, di sapere dar loro un'organizzazione, di sottrarli all'oppressione, al clientelismo, al provincialismo, alla corruzione.
Ma il limite obiettivo al comunismo, la sua reale difficoltà di conquista della vita italiana è dato, anche nel Mezzogiorno, anche nella desolazione economica e sociale della vita meridionale, dall'esistenza di una tradizione storica e culturale di carattere occidentale. In altre parole, se il comunismo, come propagazione di una dottrina e di una esperienza proprie di un grande paese orientale, trova il suo limite obiettivo nelle condizioni di civiltà della Valle Padana e di altre zone d'Italia (e questo consente a scrupolosi osservatori di parlare di una saturazione del movimento comunista nel Nord e nel Centro d'Italia) e nella struttura, quindi, prevalentemente occidentale di quell'economia, un analogo limite esso trova nel Mezzogiorno, anche se l'ambiente economico è qui più arretrato e alcune condizioni più favorevoli. E lo trova, ripeto, o dovrebbe trovarlo, perché anche nel misero, nell'arretrato, nell'incolto, nel feudale Mezzogiorno, l'Occidente ed il suo spirito di libertà, la sua cultura, i suoi ordinamenti economici e sociali sono prepresenti, almeno come termini di paragone. Il contadino meridionale non è il mugik, anche se misero ed oppresso come quello.
Del resto, la stessa celebre tesi gramsciana, sulla quale si fonda l'azione ideologica e politica del comunismo, la tesi secondo cui il rinnovamento della società scaturirà dall'incontro e dall'unione degli operai del Nord e dei contadini del Sud, mostra nei confronti, oltre che del Nord, del Mezzogiorno, la sua astrattezza dogmatica e il suo semplicismo schematico. La struttura economica, sociale, culturale dei paesi dell'Occidente è troppo complessa perché si adatti allo schema operaistico con il quale Gramsci vede la realtà del Settentrione d'Italia. La differenziazione dei ceti, il relativamente alto livello di vita di alcuni operai, l'articolazione della vita sociale nelle stesse campagne, costituiscono il limite all'espansione comunista, che più sopra abbiamo individuato. Ma quando si passa al Mezzogiorno, la distanza dal Nord, malgrado sia ancora troppo grande per assicurare una stabilità politica e sociale, è tuttavia troppo piccola perché elementi di confronto e di paragone non esistano, e perché la tesi strettamente classista conservi la sua validità in confronto ad altre valutazioni ben più complesse e ricche. Il contadino del Sud, e non solo il contadino, ma l'artigiano, l'operaio, il piccolo borghese, sentono istintivamente che l'operaio del Nord vive, proprio come operaio, in una condizione, in un ambiente, in una possibilità che non sono i loro ed ai quali essi aspirano. Mezzogiorno e Piemonte non sono sullo stesso piano, anche pensando ai soli operai della Fiat; e il Mezzogiorno aspira, in primo luogo, a diventare Piemonte. E Palmiro Togliatti, per dare una qualche validità allo schema gramsciano, ha dovuto inventare, nel suo discorso di Napoli del 30 maggio scorso2, la stagnazione generale della vita economica milanese per vedere cominciare ad affiorare qualche “elemento di somiglianzà fra due condizioni italiane (Nord e Sud) profondamente diverse”. Ma non si possono certo ridurre le condizioni di Milano alle condizioni di Napoli, per assicurare allo schema gramsciano una validità dottrinaria e alla rivoluzione comunista probabilità di attuarsi.
Dunque il comunismo incontra o dovrebbe incontrare il suo limite anche nei riguardi di una struttura economica e sociale arretrata, ma di una civiltà storica ricca, quale è quella del Mezzogiorno. Ma limite fino a quando e rispetto a quali forze? Non certo rispetto alle forze tradizionali, clientelistiche, paternalistiche o addirittura oppressive e reazionarie del Mezzogiorno; non certo rispetto alle minoranze intellettuali eroiche, che hanno arricchito la vita culturale del Mezzogiorno, ma sono rimaste isolate ai fini delle realizzazioni pratiche. Il limite all'azione comunista nel Mezzogiorno d'Italia, come in tutta l'Europa occidentale, può essere segnato dai postulati ideali, dalla capacità di azione, dalle concrete realizzazioni di una democrazia moderna. Se il comunismo ha avuto partita vinta rispetto a tutte le forme di reazione sociale e fascistica, rispetto a tutte le manifestazioni della democrazia formale, esso dovrebbe avere compito ben più difficile rispetto alle manifestazioni della democrazia moderna, che nel mondo occidentale sono espresse dal new dealismo rooseveltiano o dalle realizzazioni laburistiche e dal socialismo di marca scandinava. Questa è l'alternativa della quale abbiamo avuto scarsa consapevolezza in questi anni, della quale bisognerà avere piena consapevolezza domani.
Così la lotta fra democrazia moderna e comunismo, lotta che non è soltanto contrapposizione, e anzi importa poco che lo sia, ma emulazione fra due ideali, fra due visioni del mondo, fra due forme di civiltà, ha la sua validità anche per l'Italia meridionale, anche per il misero, per l'arretrato, per il feudale e, nello stesso tempo, per il civilissimo Mezzogiorno.
Ma se comunismo e democrazia moderna si scontrano e debbono scontrarsi più che altrove nel Mezzogiorno, quali sono le armi della seconda in confronto ai miti formidabili agitati dal primo? In questo campo tutto il processo di affinamento della democrazia moderna, del suo pensiero economico, della sua capacità di modificare le condizioni sociali degli uomini, deve farsi valere. La redistribuzione del reddito attraverso l'intervento dello Stato è un dato della democrazia moderna, così come la politica dei massicci investimenti pubblici e la politica delle aree depresse. Parallele a questa politica sono la teoria del pieno impiego e della sicurezza di lavoro, come le dottrine sulla previdenza e sull'assistenza. Chi esamini la storia delle realizzazioni economiche e sociali della democrazia moderna troverà una capacità di rivoluzione della vita tradizionale che nulla ha da invidiare al comunismo, pur salvando il principio fondamentale di libertà che caratterizza la civiltà dell'Occidente.
Abbiamo applicate queste nuove concezioni della democrazia alla vita del Mezzogiorno in questi anni, almeno dopo la liberazione? Abbiamo fatto uno sforzo per difendere la civiltà dell'Occidente sul solo terreno sul quale può essere difesa, combattendo l'arretratezza, la miseria, la paura sociale? Ritengo di sì.
Se si pensa alle concezioni democratiche di Imbriani o di De Viti De Marco, di Nitti o di Giustino Fortunato, e se si pensa alla maniera con cui oggi l'Italia democratica vede il problema del Mezzogiorno, il passo è enorme. Alle concezioni democratiche di Giustino Fortunato e di De Viti De Marco, al loro intellettualismo un poco astratto ed aristocratico, il comunismo ha potuto contrapporre il suo attivismo, la sua capacità di organizzare le forze contadine e degli operai, la sua vocazione ad agitare continuamente problemi concreti. Ma gli intellettuali democratici delle nuove generazioni, eredi di un grande pensiero meridionalista, possono contrapporre, a loro volta, al comunismo alcune grandi realizzazioni concrete: la riforma agraria, la Cassa per il Mezzogiorno, la liberalizzazione degli scambi.
Il valore rivoluzionario che, per la vita del Mezzogiorno, hanno queste tre grandi realizzazioni della democrazia del dopoguerra, sfugge alla valutazione immediata. Siamo troppo vicini alle polemiche sulla riforma agraria, sulla Cassa per il Mezzogiorno, sulla liberalizzazione degli scambi, perché se ne vedano, in prospettiva, tutti i risultati e soprattutto perché possa cogliersi l'intima connessione che tra queste tre grandi realizzazioni esiste. D'altra parte il Partito comunista, nella sua intensa azione diretta a svalutare ogni capacità riformatrice di carattere democratico, ha impegnato tutta la sua macchina propagandistica per ridurre il significato di queste realizzazioni o a puri fatti elettoralistici (riforma agraria, Cassa per il Mezzogiorno) o a decisioni politiche contrarie a fondamentali interessi economici nazionali (liberalizzazione degli scambi). Da ciò la diffusione di uno scetticismo, di una opinione qualunquista, che ha degradato il Mezzogiorno ed immiserito lo sforzo nazionale, nel momento stesso nel quale si proponevano le condizioni di una grande rinascita.
Tuttavia, ad un esame pacato ed obiettivo, l'aspetto profondamente innovatore e vivificatore della nuova politica del Mezzogiorno non può alla lunga sfuggire. E non è sfuggito agli stessi osservatori imparziali che la critica comunista cita in appoggio alle proprie tesi.
Del resto, tale aspetto congloba esigenze che la letteratura meridionalistica aveva affacciato. Il problema della proprietà terriera e del latifondo, il problema della carenza assoluta di capitali di investimento nel Mezzogiorno, il problema della pressione che il protezionismo ha esercitato sull'economia meridionale, sono stati momenti importanti della critica meridionalistica, motivi frequenti ed intensi di indagine e di esame. È mancata all'antica critica meridionalistica la valutazione della connessione fra questi problemi, ed è mancata soprattutto l'idea centrale che deriva da un'esperienza prettamente new (lealista: quella cioè che una grande concentrazione di capitali di investimento, attraverso l'intervento dello Stato, può modificare le condizioni strutturali di una economia depressa. L'esperimento della valle del Tennessee, legato a tutte le teorie del new deal, non poteva essere conosciuto e valutato né dal liberista De Viti De Marco, né da Giustino Fortunato. Mancava soprattutto, ai meridionalisti insigni del passato, la cognizione del come lo Stato possa essere un formidabile redistributore di reddito e di risparmio e come la concentrazione di capitali d'investimento in certe zone, ed in spazi di tempo relativamente ristretti, possa modificare condizioni ambientali, altrimenti caratterizzate da processi lentissimi di trasformazione.
Questa connessione è oggi coraggiosamente attuata, superando — e questo sa di miracolo — le violente opposizioni ed i violenti contrasti di interesse che almeno due degli aspetti della politica meridionalistica (riforma agraria e liberalizzazione degli scambi) avrebbero determinato. E che la connessione fosse elemento fondamentale di ogni azione nel Mezzogiorno, si può dedurre dal semplice fatto che senza un massiccio investimento di capitali, non solo sulla terra espropriata, ma anche nell'ambiente economico generale nel quale opera l'esproprio, la riforma agraria non avrebbe avuto senso alcuno. Ma anche la Cassa per il Mezzogiorno, come grandioso organo di sviluppo degli investimenti, sia nel campo agricolo e dei lavori pubblici, che nel campo industriale, avrebbe perduto gran parte del suo valore. La liberalizzazione degli scambi, sopravvenuta nel 1951, a qualche anno dalla riforma agraria e dalla Cassa per il Mezzogiorno, ha chiuso il cerchio. Da una parte, calmierando il costo dei beni di investimento attraverso la libera importazione, ha ampliato il volume stesso degli investimenti possibili. Dall'altra parte, aprendo i mercati alla nostra esportazione, in contropartita alla liberalizzazione delle nostre importazioni, ha non solo frenato il processo autarchico di molti paesi esteri, dannoso soprattutto all'economia meridionale, ma ha posto una ipoteca sull'economia di consumo dei mercati del Centro e del Nord Europa, in favore della probabile espansione della produzione meridionale.
Il complesso dell'azione predisposta in questo secondo dopoguerra a favore del Mezzogiorno, e quella che dovrà svilupparsi domani, tende, naturalmente, non solo a diminuire lo squilibrio fra Italia del Nord e Italia del Sud, ma ad integrare l'economia del Mezzogiorno nell'economia dell'Europa occidentale, chiudendo un processo che ha già avuto largo svolgimento sul terreno culturale e spirituale. Ma, a questo proposito, non posso ignorare la grave posizione di critica che un intellettuale ex azionista, e di recenti convinzioni socialiste, ha assunto rispetto a questo processo e rispetto al giudizio della Commissione economica per l'Europa. Intendo Mezzogiorno nell'Occidente.
Ma se comunismo e democrazia moderna si scontrano e debbono scontrarsi più che altrove nel Mezzogiorno, quali sono le armi della seconda in confronto ai miti formidabili agitati dal primo? In questo campo tutto il processo di affinamento della democrazia moderna, del suo pensiero economico, della sua capacità di modificare le condizioni sociali degli uomini, deve farsi valere. La redistribuzione del reddito attraverso l'intervento dello Stato è un dato della democrazia moderna, così come la politica dei massicci investimenti pubblici e la politica delle aree depresse. Parallele a questa politica sono la teoria del pieno impiego e della sicurezza di lavoro, come le dottrine sulla previdenza e sull'assistenza. Chi esamini la storia delle realizzazioni economiche e sociali della democrazia moderna troverà una capacità di rivoluzione della vita tradizionale che nulla ha da invidiare al comunismo, pur salvando il principio fondamentale di libertà che caratterizza la civiltà dell'Occidente.
Abbiamo applicate queste nuove concezioni della democrazia alla vita del Mezzogiorno in questi anni, almeno dopo la liberazione? Abbiamo fatto uno sforzo per difendere la civiltà dell'Occidente sul solo terreno sul quale può essere difesa, combattendo l'arretratezza, la miseria, la paura sociale? Ritengo di sì.
Se si pensa alle concezioni democratiche di Imbriani o di De Viti De Marco, di Nitti o di Giustino Fortunato, e se si pensa alla maniera con cui oggi l'Italia democratica vede il problema del Mezzogiorno, il passo è enorme. Alle concezioni democratiche di Giustino Fortunato e di De Viti De Marco, al loro intellettualismo un poco astratto ed aristocratico, il comunismo ha potuto contrapporre il suo attivismo, la sua capacità di organizzare le forze contadine e degli operai, la sua vocazione ad agitare continuamente problemi concreti. Ma gli intellettuali democratici delle nuove generazioni, eredi di un grande pensiero meridionalista, possono contrapporre, a loro volta, al comunismo alcune grandi realizzazioni concrete: la riforma agraria, la Cassa per il Mezzogiorno, la liberalizzazione degli scambi.
Il valore rivoluzionario che, per la vita del Mezzogiorno, hanno queste tre grandi realizzazioni della democrazia del dopoguerra, sfugge alla valutazione immediata. Siamo troppo vicini alle polemiche sulla riforma agraria, sulla Cassa per il Mezzogiorno, sulla liberalizzazione degli scambi, perché se ne vedano, in prospettiva, tutti i risultati e soprattutto perché possa cogliersi l'intima connessione che tra queste tre grandi realizzazioni esiste. D'altra parte alludere allo scritto pubblicato recentemente da Vittorio Foa sul settimanale Il Contemporaneo (8 maggio 1954).
Secondo il Foa, la Commissione economica per l'Europa, nel suo rapporto, si sarebbe espressa in termini critici rispetto a questo processo integrativo, ed egli cita una quantità di rilievi tecnici che dovrebbero suffragare l'affermazione. Ma noi abbiamo visto che la Commissione economica per l'Europa, non solo ha compreso esattamente il problema del Mezzogiorno d'Italia, ma lo ha addirittura differenziato dal caso generale dei paesi mediterranei, come ha differenziato questi ultimi, che hanno goduto nel passato di condizioni di alta civiltà, dai paesi d'Europa orientale. La Commissione economica per l'Europa ha, cioè, avuto una sensibilità rispetto a valori storici e di civilizzazione che i nostri intellettuali della sinistra socialcomunista, legati all'ideologia e alla esperienza politica e sociale di un paese orientale, non hanno.
Ma la Commissione per l'Europa ha fatto di più. Nel suo capitolo introduttivo all'esame delle condizioni dell'Europa meridionale 5 essa sostiene che “i paesi dell'Europa meridionale sono strettamente connessi, da un punto di vista geografico, culturale, politico ed economico, col resto dell'Europa occidentale... Il problema dello sviluppo dell'Europa meridionale è parte e porzione del problema della integrazione economica dell'Europa occidentale. Il rapporto tra Europa meridionale ed Europa occidentale ha qualche analogia — su di una assai più vasta scala — col rapporto tra Italia meridionale e Italia settentrionale”.
Se un rapporto d'integrazione e di interdipendenza esiste, secondo la citata Commissione economica, fra Europa meridionale ed Europa occidentale, a maggior ragione esso si pone fra Mezzogiorno d'Italia ed Europa occidentale. E tutto l'artifìcio della tesi degli intellettuali della sinistra comunista e paracomunista, che in questi problemi poco rispettano i canoni del marxismo, si rende di esemplare evidenza.
Del resto, quando Foa cita, spulciando dal rapporto, l'affermazione secondo cui “la integrazione politica, come è pacifico, limita severamente la libertà di stimolare la crescita e l'impianto di imprese nei paesi sottosviluppati”6, cita una considerazione che la Commissione fa a proposito dei danni economici che l'unità politica dell'Italia avrebbe prodotto all'economia meridionale. Con che evidentemente Foa non vorrà concludere che, per evitare tali danni, l'Italia meridionale non avrebbe dovuto unirsi all'Italia settentrionale! Molte considerazioni della Commissione economica riguardano l'impossibilità di correggere gli squilibri fra zone altamente sviluppate e zone sottosviluppate in base alla semplice economia di mercato, e queste considerazioni sono troppo ovvie e troppo legate al riesame critico che i teorici della democrazia moderna hanno fatto di vecchi schemi e di vecchie dottrine, perché valga la pena per il Foa di citarle e per noi di discuterle. Il rapporto è pieno di rilievi del genere e rappresenta un utile strumento di studio per chi voglia condurre una politica di lotta contro la depressione delle aree sottosviluppate.
Ma il Foa non si arrende per questo. E, a sostegno di una tesi, che più arbitraria e malfondata non potrebbe essere, cita infine l'affermazione della Commissione secondo cui una politica per le aree depresse trova un limite nella capacità di importazione. I più convinti meridionalisti di parte democratica sapevano ciò e hanno voluto una politica di liberalizzazione degli scambi proprio per una preoccupazione del genere. È ovvio, d'altra parte, che la capacità di importazione viene estesa non solo da una politica di liberalizzazione degli scambi, ma da una maggiore esportazione. È banale, tuttavia, servirsi di questo argomento per riprodurre il consueto problema degli scambi fra est e ovest. L'incremento degli scambi fra est ed ovest è un elemento del problema, e io non voglio affatto trascurarne l'importanza; ma è un elemento secondario. L'incremento principale al quale bisogna badare, è l'incremento degli scambi fra zone sottosviluppate e zone altamente sviluppate: l'incremento, cioè, nell'ambito dell'Europa occidentale. È questa elementare constatazione che porta la Commissione a comparare il problema dell'Europa meridionale rispetto all'Europa occidentale al problema del Mezzogiorno d'Italia rispetto al Nord. Nel rapporto, l'Europa orientale è considerata, nel complesso, area sottosviluppata. E le integrazioni non si fanno fra due aree sottosviluppate, ciò che avrebbe risultati assai modesti, ma si fanno tra un'area sottosviluppata ed un'area di alto sviluppo; ciò che si attua nel caso di rapporto tra Mezzogiorno ed Europa occidentale, tra Europa meridionale ed Europa occidentale.
Ho citato il lungo articolo di Foa perché esso è impressionante testimonianza dell'artificio col quale è affrontato, dal Partito comunista e dagli intellettuali alleati, il problema del Mezzogiorno e dell'azione da condurre. Quando si afferma, come afferma Foa, che “integrazione e sviluppo del Mezzogiorno sono incompatibili tra loro”, si è al di là di ogni obiettivo esame del problema, e si professa un atto di fede che non ha nulla da invidiare alla credenza nei miracoli di Lourdes. Voler risolvere il problema del Mezzogiorno guardando all'Est e alle civiltà dell'Est, significa ignorare i dati fondamentali della geografia, della storia e della civiltà del Mezzogiorno; significa costruire, sulla depressione del Mezzogiorno, un'altra depressione che sarebbe, in questo caso, di ordine soprattutto intellettuale.
Tuttavia, se i fatti esposti danno ragione alla tesi fondamentale degli intellettuali democratici, e se la via da loro seguita si può considerare la via giusta, occorre domandarsi dove sono le forze che possono alimentare questa posizione, che possono spingerla avanti, che possono dare al Mezzogiorno un volto moderno. La carenza di organizzazione, di spinta, di proselitismo, di propaganda di un ideale concreto, storicamente vero, è uno degli aspetti più gravi della crisi democratica del nostro paese.
Ripeto, il problema del Mezzogiorno è stato visto, in questo secondo dopoguerra, in maniera esatta; ma è stato visto illuministicamente, come riformismo dall'alto. Sorgeva, sì, la Cassa per il Mezzogiorno, ma l'opinione locale continuava ad oscillare tra la fede acritica nel partito di Alicata e le parate azzurre di Lauro e di Covelli.
Il Mezzogiorno si apre a nuova vita, ma i giovani meridionali democratici sono, nei confronti dell'opinione pubblica meridionale e delle forze meridionali, nelle condizioni in cui sono stati De Viti De Marco o Giustino Fortunato o Guido Dorso. Minoranze che combattono una giusta battaglia, che hanno, a differenza dei primi, provocato una politica di riforme da Roma, ma che non hanno potuto raccogliere, nel Mezzogiorno, le forze di appoggio all'ideale di una democrazia moderna, di un new deal italiano.
Mi auguro che questa grave lacuna possa essere colmata e che i giovani meridionali possano acquistare la coscienza alta della civiltà della loro terra e di un suo possibile inserimento nel mondo della democrazia moderna; senza l'adorazione di miti e forme, che appartengono ad altre civiltà e ad altre esperienze storiche e sociali, e senza il ristagno in una vita senza ideali e senza scopo.