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La manovra fiscale del governo: un semplice dubbio

Editoriale dei Repubblicani democratici del 1 luglio 2004

di Amedeo Di Maio
Professore Ordinario di Scienza delle Finanze Università di Napoli "L’Orientale”

Scusandomi per le semplificazioni dettate dalla brevità, come Ë noto, la manovra di bilancio che il governo vorrebbe attuare si basa sul principio-slogan “meno tasse e meno spesa pubblica”. La ragione politica di fondo di questa scelta Ë probabile risieda nell’ideologia iperliberista che prescrive uno “Stato minimo”, tuttavia non definito nei contenuti e solo superficialmente riferibile a quello utopico anarcoide di Nozick: È molto pi˘ probabile che ci si riferisca, e si rincorra per il consenso, all’elettore “mediano” neocon che chiede di “lassaiz nous faire”. La convinzione di stare nel giusto nel proporre questa politica economica deriva, inoltre, dall’idea dominante, presente in molti governi (non solo liberisti) e in organismi comunitari ed internazionali, consistente nel fatto che bisogna perseguire l’equilibrio del bilancio pubblico, piuttosto che l’equilibrio del sistema economico (in termini di piena occupazione e stabilità dei prezzi). Un evidente ritorno, dopo quasi settanta anni, alle tesi prevalenti prekeynesiane.
Meno tasse, meno spesa pubblica. Evitiamo di considerare i pur rilevanti effetti distributivi di questa manovra e poniamo solo una questione di stabilizzazione congiunturale.
La ragione della manovra, secondo quanto ci dice il “super ministro”, non Ë solo riferibile a impostazioni ideologiche, ma anche alla necessità di incrementare la domanda globale al fine di stimolare, dall’interno della nostra economia, l’uscita dalla attuale recessione; sperando che l’andamento dell’economia mondiale osservi una significativa crescita.
Un decremento delle imposte, accompagnato (in verità anticipato) da un pari decremento della spesa pubblica, puÚ generare un aumento della domanda globale? In un qualsiasi testo di macroeconomia al quesito si risponderebbe che, stante il noto “Teorema di Haavelmo”, il risultato sarebbe opposto, dato che l’effetto (in questo caso di riduzione della domanda) della spesa Ë maggiore di quello (in questo caso aumento della domanda) delle imposte. In altre parole si genererebbe ulteriore recessione!
Supponiamo che la manovra consista solo nella riduzione delle imposte. In una situazione di evidente crisi del nostro sistema produttivo (soprattutto per assenza di innovazione tecnologica e parcellizzazione delle imprese), posto che la riduzione delle imposte produca un incremento di domanda, appare altamente probabile che esso si rivolga verso beni e servizi prodotti nel “resto del mondo”, con evidenti conseguenze negative sulla bilancia dei pagamenti.
Altre rilevanti questioni potrebbero sollevarsi, non certo per difendere il nostro attuale sistema tributario ma per ricordare l’ovvietà che a questioni “complesse”, se si vuole avere una probabilità non nulla di successo, si deve rispondere con analisi ed azioni politiche altrettanto complesse.