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Mezzogiorno no, anzi sì. Un ministero per il mezzogiorno no (parte I)

Di Pino Di Meglio

Lo chiamano ìfederalismoî ma tale non Ë, perchÈ quello all’italiana Ë una mostruosità. La forma federale, quella seria, serve ad unire chi Ë diviso e potrà avvalersene l’Europa per la sua futura integrazione politica. Funziona negli Stati Uniti d’America, nella Svizzera. Da noi quel modello fu studiato e proposto da un grande democratico, da Carlo Cattaneo quando l’Italia era un insieme di staterelli; ma l’unità, poi, avvenne per altre vie. Oggi il federalismo viene evocato per intendere la massima estensione possibile per l’autonomia regionale. Nessuno Ë in grado, però, di capire le conseguenze di questa riforma sull’unità nazionale. C’Ë chi la persegue con ostinazione (la Lega Nord); chi, invece, nella stessa attuale maggioranza, la teme e la ostacola (AN, centristi).
Noi che guardiamo la cosa dal Sud abbiamo ben ragione di tremare. Infatti, se molto potere dovesse trasferirsi dallo Stato alle Regioni noi avremmo tutto da temere e poco da essere entusiasti. PerchÈ in questo federalismo all’italiana, appena disegnato, ci sarebbe da scommettere che le Regioni forti diverrebbero sempre pi˘ forti, e quelle deboli sempre pi˘ deboli. Sarebbero complici la cronica inefficienza delle burocrazie regionali del meridione; la rissosa classe politica casalinga: mezzi finanziari molto esigui per sostenere un livello minimo di servizi sociali, e per poterli dirottare verso i settori produttivi.
Intanto, prendiamo atto favorevolmente che la rinata questione del mezzogiorno, finalmente, dopo l’oblio forzato degli ultimi dieci anni, anche se timidamente, sta rientrando nell’agenda politica nazionale. Però, senza mezzi termini, vogliamo affermare che per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia bisogna pensare ad un qualcosa che fornisca una ìcura ricostituenteî a queste nostre Regioni meridionali, per metterle a passo con quelle del centro-nord prima che il superautonomismo sia cosa fatta, piuttosto che istituire il Ministero per il Mezzogiorno. Significherebbe annidare la questione meridionale in una riserva governativa.
Siamo profondamente contrari alla creazione di un nuovo Ministero per lo sviluppo del Mezzogiorno, approfittando delle dimissioni del ministro Giulio Tremonti, col suo carico di burocrazia centralizzata (ìromanaî direbbero al di sopra del Po). Sarebbe antistorico e non servirebbe ad inserire il Mezzogiorno nel sistema di una economia mondializzata. Riteniamo che dello sviluppo del mezzogiorno debba essere al centro della politica economica del Governo nazionale. E pensiamo, piuttosto, ad una Agenzia snella che abbia il potere di surrogare e supplire le Regioni meridionali quando queste si dimostrino insufficienti. Pensiamo ad un struttura che ricalchi il modello irlandese, dove un imprenditore che decide di investire il proprio capitale di rischio ha un interlocutore che in tempi rapidissimi Ë in condizione di dare una risposta all’aspettativa d’insediamento produttivo.
Chi ha avuto un ruolo tecnico per oltre un decennio nella vecchia Cassa per il Mezzogiorno, come chi scrive questo articolo, parte anche da una riflessione su cosa abbia significato quello ìstrumento dello Statoî per il Meridione, dove abbia funzionato, in cosa sia oggi superato ed improponibile. Da questa riflessione può nascere una proposta.

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