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Mezzogiorno no, anzi sì. Un ministero per il mezzogiorno no (parte II)

di Pino Di Meglio

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Cos’era la cassa per il mezzogiorno
Negli anni ’50 e fino agli inizi dei ’70 era una cosa che funzionava bene, dopo quel periodo è stata un’altra cosa che non ha soddisfatto le aspettative. All’inizio svolgeva un compito come lo avevano immaginato i suoi fautori, che erano intellettuali del nord, come Pasquale Saraceno, e meridionalisti, come Francesco Compagna. E somigliava anche ai suoi vertici, e pensiamo al Presidente Gabriele Pescatore. Soprattutto, era sostenuta da una più generale e volontà nazionale di forze politiche e imprenditoriali. Era un ente capace di programmare, di progettare e di eseguire sostenuta da un comune sentimento. Il Meridione deve alla Cassa gran parte delle sue infrastrutture (strade, acquedotti, ospedali) e molti insediamenti industriali e turistici.
Ma quella Cassa era incompatibile con l’avvento delle Regioni e, soprattutto, la voglia autonomista sprigionata sul finire degli anni ottanta e per tutto il decennio seguente. Chi non ricorda che accanto alla giustificatissima questione meridionale sorse la questione settentrionale.

LE DIMISSIONI DI GIULIO TREMONTI NON DEVONO ESSERE UN ALIBI PER ISTITUIRE UN MINISTERO PER IL MEZZOGIORNO CHE NON SERVE: COSA SI PUO’ FARE OGGI

Sarebbe antistorico, come abbiamo già detto, un Ministero per lo sviluppo del Mezzogiorno. Sembrerebbe più uno spezzatino delle competenze del Ministero per l’economia per soddisfare gli equilibri in affanno del Governo nazionale, dopo le dimissioni del ministro Giulio Tremonti. Ci vuole, come diceva Francesco Compagna, anche prima di essere eletto parlamentare repubblicano, una politica economica nazionale che metta al centro la questione meridionale. E oggi, dopo le elezioni europee, possiamo e dobbiamo chiedere almeno agli europarlamentari del centro sinistra di farsene carico.
L’Agenzia alla quale pensiamo é di supporto alla politica economica del Governo nazionale, e, soprattutto, deve essere collegata strettamente alle Regioni meridionali, per apportare quel grado di efficienza, di conoscenza e di progettualità che esse non hanno, né saranno in condizione di dotarsi a medio termine.
Ci pare, però, opportuno porre alcuni problemi concreti e ad alcune domande:
Perché gli imprenditori, anche meridionali, vanno a insediare i loro impianti industriali nell’Est Europa quando al Sud Italia c’é manodopera disponibile e flessibile, e un mercato di 2 milioni di abitanti con una capacità d’acquisto certamente superiore ai paesi dell’Est? Cosa li respinge se i fattori negativi ambientali in quei Paesi sono temibili come nel nostro Sud?
Perché la medesima normativa, pensiamo a quella urbanistica, all’istituzione dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico e allo Sportello Unico, viene applicata al Nord ed ignorata al Sud?
Perché il decreto Ronchi sui rifiuti induce a costruire 42 termovalorizzatori al Nord e 3 al Sud?
Pensiamo che le risposte a queste e ad analoghe domande sia l’inefficiente macchina amministrativa della Pubblica Amministrazione meridionale fondata sul rapporto improprio tra gli organi di governo delle Regioni e degli Enti locali e la classe dei funzionari e dirigenti.
Un rapporto fondato sul principio che le regole non vanno applicate ma aggirate: se vogliamo fare un’opera pubblica non passiamo per i livelli di pianificazione ma cerchiamo le deroghe, poi al primo intoppo tutto si arena.
L’Agenzia che proponiamo può contribuire a superare questo nodo assolvendo ad una funzione di surroga delle Regioni inefficienti. Essa dovrebbe avere la funzione di braccio operativo della politica economica del Governo, e di ‘catalizzatore’ per favorire la giusta ‘reazione’ nei rapporti tra l’impresa privata e la mano pubblica e tra le amministrazioni tra loro.
L’Agenzia non dovrebbe avere la ‘testa’ a Roma, ma essere articolata nei capoluoghi di tutte le Regioni e poi per gradi nei capoluoghi di provincia. Il suo personale - eminentemente tecnico - dovrebbe avere facilità di dialogo sia con i responsabili politici degli Enti, ai quali far capire che i progetti sono fattibili in ragione della loro produttività e della redditività - cioè della capacità si stare nel mercato - e non in funzione del costo dello studio di fattibilità. Sia con i funzionari, ai quali andrebbero indicati gli strumenti per attuare i programmi definiti dai politici, per venire incontro alle esigenze degli imprenditori. Sia con gli imprenditori stessi che hanno necessità di conoscere profondamente il territorio.