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Le politiche per il Mezzogiorno: la situazione generale (I parte)

Editoriale di Gianfranco Frassetto
Professore di Organizzazione Aziendale Università degli Studi di Salerno

Gianni Pittella, parlamentare europeo dei DS, nel precedente editoriale dei Repubblicani Democratici ha sottolineato l’importanza di una politica economica per il Mezzogiorno, da mettere al centro dell’interesse nazionale. Noi condividiamo questa impostazione, e vogliamo approfondire alcuni temi di carattere economico e finanziario.
Intanto rileviamo che quando si affronta il tema del Mezzogiorno si viene assaliti da un senso di angoscia. Si riscopre l’impotenza che i nostri rappresentanti politici hanno mostrato in tanti anni di governo verso un avvio concreto e sicuro al miglioramento delle condizioni fondamentali dell’economia meridionale. Eppure risorse e mezzi ce ne sono stati, abbiamo attraversato periodi felici di grande sviluppo; siamo stati in grado di entrare fra i paesi economicamente più sviluppati al mondo, ma il Mezzogiorno è sempre stata la nostra nota dolente, il nervo scoperto di tutti i governi passati siano stati essi di destra, di sinistra o di centro.
In questo momento di crisi economica mondiale, dopo un triennio di governo nazionale di centro-destra che ha ulteriormente aggravato con il suo pressappochismo le condizioni economiche generali del paese peggiorando il divario fra regioni del Nord e del Sud, è possibile pensare che si possa intervenire in modo significativo per avviare un processo di miglioramento dell’economia Meridionale?
Rispondere a questa domanda non è facile. Innumerevoli sono state le idee, i suggerimenti, le proposte e quant’altro rivolto ad ispirare soluzioni possibili, ma tutto si è risolto come sappiamo. Certo non credo di essere in possesso della pietra filosofale che sia in grado di dare una risposta credibile e condivisa a questo problema. Per certo in questo momento sappiamo però che: 1) il tasso di disoccupazione nelle regioni meridionali è mediamente il doppio della già elevata media nazionale; 2) tra i giovani il 44% è in cerca di prima occupazione; 3) le famiglie povere del Sud sono più del doppio della media italiana; 4) su tre persone che emigrano due sono meridionali; le infrastrutture in tutti i settori trasporti (su rotaie e su gomma), energia elettrica, rete idrica,porti, termovalorizzatori, etc.,- sono in condizioni pessime ed in quantità non adeguata; 5) i costi finanziari meridionali sono superiori a quelli nazionali mediamente del 5%; 6) la criminalità organizzata si presenta in modo forte sul territorio e rappresenta una concreta alternativa economica del sottosviluppo.
Se andiamo a ritroso nel tempo vedremo che questi indicatori si ripetono costantemente senza variazioni. È sufficiente a tale proposito rivedere le raccolte dei quotidiani più importanti, dal Corriere della Sera a la Repubblica, dal Sole 24Ore a La stampa o al Giornale per riscontrare come negli ultimi anni questi dati, convalidati dai più importanti centri di ricerca quali SVIMEZ in testa , ma anche CNEL, BANCA D’ITALIA, etc., per constatare che le analisi hanno sempre messo in evidenza questa situazione di gran disagio sociale e difficoltà economica. Ciò non vuol dire che dal dopoguerra ad oggi non vi siano stati significativi miglioramenti di carattere generale e che il trend di crescita economica e sociale non ci sia stato. Questi valori indicano però , se confrontati con la situazione centro-settentrionale italiana, che il progresso meridionale è stato di gran lunga inferiore a quello espresso nel tempo da tutte le altre regioni italiane. Il divario nord ñ sud esiste ed avanza e si evidenzia sempre, quasi con trend crescente e di più proprio in momenti di crisi come l’ attuale.
I sintomi del malessere pertanto sono chiari, ma quali sono i mezzi a nostra disposizione per generare un’inversione di tendenza costante e definitiva che consenta di uscire da questa spirale negativa che sembra non avere fine?
Credo che per rispondere a questa domanda non sono certamente sufficienti queste poche righe, ma sia necessario, per non ricadere nel velleitarismo, cercare solo di indicare un approccio diverso nell’affrontare il problema, cioè posizionarsi diversamente rispetto al fenomeno in modo tale da avere di esso una visione più ampia e completa. Intendo dire che fino ad ora abbiamo concentrato la nostra attenzione sul malessere generale che attraversa tutto il Meridione facendo riferimento ad interventi correttivi di carattere generale cosiddetti ìa pioggiaî che non hanno modificato significativamente le condizioni generali.

[...] continua