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Il senso dell'America e la sinistra antagonista

Giuliano Amato, su "la Repubblica" del 20 agosto, ha posto una questione fondamentale ma ha dato ad essa una risposta debole. Il tema è questo: l'antiamericanismo rischia di essere una discriminante fondamentale fra la sinistra e la destra italiana? Se fosse così, argomenta Amato, per la sinistra sarebbe difficile, se non impossibile, governare seriamente l'Italia. Sarebbe dunque necessario, continua, comprendere i motivi per i quali da molti indizi sembra che l'antiamericanismo sia egemone nel centrosinistra italiano sebbene molti suoi leader, come Fassino e Rutelli, siano andati a rendere omaggio allo sfidante di Bush, il senatore Kerry.
Ora, a nostro modo di vedere, la questione è veramente grave, perché investe due ordini di problemi, uno culturale e uno tattico. Quando si combinano fra loro, rischiano di diventare una miscela infiammabile pericolosissima. La questione culturale riguarda il grave ritardo della sinistra italiana, quella antagonista e a volte anche quella riformista, degli intellettuali residui della sinistra italiana, a comprendere l'America e a distinguere fra i partiti, i gruppi e i movimenti che attraversano quella che per noi rimane la più grande democrazia degli ultimi cinquant'anni.
Ci sembra che la sinistra non abbia mai compreso fino in fondo la vicenda del ‘progressismo americano’ che vide nel New Deal il più intenso e più fortunato capitolo di una vicenda ben più antica, che affonda le radici in una cultura di alta democrazia liberale.
Come pure si è sempre sottovalutato il vigore delle spinte tutte interne alla democrazia statunitense che sopprime l’isolazionismo della Federazione quando si manifesta.
Il motivo tattico è che le forze più estreme della sinistra, come Rifondazione, i Verdi ed altri, dato il vigente sistema maggioritario, "ricattano", di fatto, il resto della coalizione mettendo in grande difficoltà i leader dei Ds e della Margherita.
Così facendo, una coalizione che dovrebbe rappresentare almeno il cinquantun per cento degli italiani, è sostanzialmente nelle mani dei gruppi dirigenti di pochi partiti che tendono a confermare le loro rendite di posizione.
Quand'anche si vincessero le prossime elezioni regionali e politiche, più per demerito degli avversari che per la chiarezza dell'alternativa politica, il governo del centrosinistra italiano sarebbe destinato a vivere alla giornata, fra estenuanti mediazioni e ridondanti compromessi. Come avviene, del resto, in molte Regioni dove il centrosinistra è al governo.
C'è necessità dunque che il gruppo dirigente dell'Ulivo, del centrosinistra o come altro si vuol chiamare la coalizione dei partiti oggi all'opposizione, che il gruppo dirigente, dicevamo, prenda il coraggio a due mani e indichi con chiarezza la via regia da seguire. Che in politica estera significa essere innanzitutto europeisti ma, immediatamente dopo, alleati di quell'America che non è solo quella di Bush ma è anche, e forse soprattutto, quella di S.D.Roosevelt, quella di Kennedy, quella di Kerry.
Saranno poi gli altri a doversi assumere la responsabilità di spaccare una coalizione e, così, riconsegnare il paese per altri cinque anni al centrodestra.