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Il liberismo che manca ai due poli

Da La Repubblica del 21 luglio 2004

di Ernesto Paolozzi
Professore presso l'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli

E’ opinione ormai diffusa cha al di là della crisi di uomini e partiti, l’esaurimento del governo Berlusconi affonda le sue radici in un fenomeno più ampio e profondo. In pochissime parole, per la mancanza di una cultura politica tipica della destra liberale. Una cultura fondata sul liberismo economico e la competitività sociale. Il partito liberale di massa, che Berlusconi, prometteva era più uno slogan che una realtà politica. La vera destra italiana è quella incarnata dai postfascisti, una destra populista o sociale, paradossalmente più vicina ad una sinistra liberale che non alla destra liberale. Se guardiamo alla nostra religione, e alla storia recente della nostra città, questa ipotesi storiografica è confermata. Pur essendo Napoli la città di Croce, Guido Cortese, di Omodeo. Di De Ruggiero, fino a Francesco Compagna, la vera destra della città è stata quella di Lauro, fino a Rastrelli.
Fin qui a scolpire con lo scalpello. Ma se usassimo il bisturi ci accorgeremmo che la questione è ben più intricata. Perché in Italia una vera destra liberale non è mai esistita. Soprattutto perché non ha voluto esistere. E lo dimostrano i nomi che abbiamo citato non alla rinfusa, ma con cognizione di causa. Tutti di origine liberale, potremmo dire tutti crociano-liberali, ma chi fu veramente di desta? Nessuno. Anzi, furono di sinistra. Di più. Quello che viene considerato forse l’emblema della destra liberale politicamente più rilevante, Giovanni Malagodi, del quale peraltro ricorre il ventesimo anniversario della morte, si puÚ definire veramente di destra? Rileggendo per l’occasione u libro gustosissimo e sobriamente e profondamente elegante (quindi per nulla snob) del vecchio senatore liberale, Lettere senesi a un cittadino d’Europa, nella cui Prefazione si legge: “Non sono mai stato eurodeputato. Ma come sai, da molti anni mi occupo di cose internazionale. Sono membro dell’Ufficio Politico dell’Internazionale Liberale. Nel ’76 a Stoccarda, fui fra i fondatori dell’EDR (Liberali democratici e riformatori europei). Il ‘democratico’ ce lo feci aggiungere per facilitare l’ingresso dei repubblicani italiani. Più tardi difesi l’aggiunta di ‘riformatori’ per facilitare l’ingresso dei social-democratici e cioè dei liberali portoghesi. E per facilitare l’ingresso dei liberali spagnoli nell’Internazionale abbiamo dovuto a ‘liberale’ la parola ‘progressista’”.
Questa vicenda malagodiana ricorda le fatiche che si stanno facendo per costruire una sinistra riformista nel nostro paese e, come le ultime vicende testimoniano, nella nostra città. Gli stessi problemi, le stesse tematiche, ricorrono ne dibattito a sinistra, dove la tradizione radicale o sociale sembra molto più radicata di quella della sinistra riformista. Senza contare il riformismo di origine cattolica, che è ancora un’altra cosa e, naturalmente senza contare quella grande fetta di cittadini che a tutto ciò poco interessano. Potremmo dire che manca, alla tradizione politica italiana, sia alla sinistra che la destra liberale, sia il socialismo riformista che il riformismo democratico. Tradizioni culturalmente fortissime, politicamente debolissime che pur rappresentano, a loro modo, la modernità.
Un altro liberale, non sappiamo se di destra o di sinistra, ma forse più di sinistra, Ennio Flaiano, negli anni Settanta scriveva pressappoco: “In Italia chi non è fascista, comunista o cattolico, ha poche probabilità di essere italiano”. Siamo chiamati alla prova di consegnare alla storia questo acuto aforisma.