Contenuto principale

I Repubblicani nel bipolarismo “all’italiana” (parte 1)

Di Roberto Balzani
Professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Bologna

Una delle questioni che più affannano le forze intermedie, soprattutto quelle di democrazia laica – eredi della tradizione risorgimentale, ma anche della stagione riformatrice del primo centro-sinistra italiano, negli anni Sessanta del Novecento -, è quella del “dove stare”. C’é posto, ci si chiede, per una terza forza nel panorama politico italiano, cosÏ come andato strutturandosi da un decennio a questa parte?
In effetti, il bipolarismo zoppo, o “all’italiana”, creato dal sistema elettorale misto e dalle grandi coalizioni acchiappavoti, pare fondato, contrariamente a tutti i modelli sperimentati, in particolare in ambito anglo-sassone, non tanto dalla predominanza del centro sulle ali estreme, ma da queste ultime sull’elettorato centrista. Le posizioni più radicali tendono a condizionare, cioè, i blocchi più moderati del centro-sinistra e del centro-destra, producendo, a livello di governo, politiche discontinue, frammentarie, ispirate più che dalla coerenza, dall’esigenza di accontentare alleati di governo infidi o scomodi.
Il caso italiano dimostra, all’opposto, che i momenti più alti della capacità riformatrice del governo, in Italia, hanno visto minoranze attive modernizzatici, tendenzialmente centriste, affrontare e risolvere alcune delle più vistose contraddizioni in cui era (e resta) avviluppato il nostro paese. Basta ricordare il ministero Fanfani del 1962-1963, o il ministero Moro del 1974-1976, per rendersene conto.
Oggi, queste forze hanno una debolissima rappresentanza parlamentare e sono frantumate in vari schieramenti. Parlano per lo più dalle colonne dei giornali – alcuni grandi quotidiani indipendenti o taluni fogli di dibattito –; non hanno più, dietro di sé, una parte significativa dei grand commis di stato, un tempo funzionari di alta scuola ed oggi selezionati piuttosto sulla base di un selvaggio (e inefficiente) spoils system. Teniamo anche conto che non ci sono più, visibili, neppure i referenti sociali di queste forze: né una borghesia modernizzatrice delle imprese, né un ceto intellettuale-professionale di livello europeo, né una piccola borghesia urbana saldamente ancorata ad un’idea di sviluppo della nazione nel suo complesso.
Non é quindi un caso, se queste forze – fra le quali spiccavano i repubblicani – sono oggi silenti. La domanda è: “che fare”? Persistono alcune enclaves elettorali, qua e là nel paese, organizzate con difficoltà da qualche esponente più bravo e più dinamico degli altri: ma manca un ancoraggio politico forte per intercettare quell’elettorato d’opinione qualificato che, un tempo, consentiva a minoranze del 3, del 5%, di pesare significativamente sul terreno dei programmi di governo.
È possibile pensare ad un rovesciamento del sistema elettorale o ad un logoramento delle coalizioni bipolari in tempi brevi? La risposta è no. Nonostante la vistosa zoppìa, il nuovo modello va avanti: ha prodotto interessi costituiti, nuovi classi dirigenti, e quindi un insieme di sostenitori che, ragionevolmente, lo difenderanno fino in fondo.
E allora? Bisogna rassegnarsi a finire in uno dei due schieramenti, per finire verosimilmente fagocitati, dopo una legislatura, dall’alleato più forte? Credo che sia possibile by-passare questa situazione di stallo con una dose massiccia d’innovazione politica. Questa innovazione deve partire dal presupposto che gli italiani sono ormai abituati a differenziare il voto, a non seguire pedissequamente antiche fedeltà, a costruire diverse forme di partecipazione alla vita politica.

[...] continua