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Sì alla Federazione, ma basata sui contenuti

Serve un nucleo capace di sintetizzare i tre riformismi

Di Giuseppe Ossorio
Consigliere regionale dei Repubblicani Democratici
 
Da L'Articolo – Supplemento de L'Unità n. 127 – 3 novembre 2004
 
Ci siamo. Come sempre, all'approssimarsi delle scadenze elettorali ci si colloca per sfruttare rendite di posizione che in un sistema maggioritario, appunto, rendono. Una patologia della politica dovuta essenzialmente ad un bipolarismo anomalo, nato in una stagione di confusione politica di cui ancora paghiamo le conseguenze. Mi pare che si siano accomunate alla rinfusa culture diverse che in altri tempi - di cui non si ha, peraltro, nostalgia -si confrontavano e si scontravano. Credo che siamo l'unico paese occidentale nel quale i liberali, i socialisti e i cattolici, anziché riconoscersi ciascuno in un ben preciso partito, sono, al contrario, equamente divisi fra i poli e, all'interno dei due poli, ulteriormente separati, quasi fossero specie e sottospecie zoologiche. Purtroppo, tant'è. Ma veniamo al dibattito interno al centrosinistra.
Si cerca di trovare un modus vivendi per tenere insieme i rappresentanti delle culture liberale, socialista e cattolica.
L'ultima esperienza, com'è noto, è stata quella della lista unitaria alle elezioni europee, nata da un' idea di Prodi, il cui risultato è ancora da decifrare in tutte le sue conseguenze. Certamente, però, rappresenta l'avvio di un processo utile al centrosinistra e alla stabilità dell'intero sistema politico italiano. Per non ricominciare sempre da capo, adesso è necessario che quel tentativo assuma la forma di un progetto politico. In Campania i leader del centrosinistra dovrebbero individuarne i contenuti programmatici e la forma organizzativa. Sul piano dei contenuti, la questione è ardua perché, se si scende nei dettagli, le differenze appaiono evidenti mentre, invece, è necessario che, con la collaborazione di tutti, si trovino dei punti di convergenza. Se, ad esempio, guardiamo la questione dal punto di vista della cultura liberale, ci troviamo di fronte ad alcuni apparenti paradossi. In politica estera, se volessimo usare i vecchi parametri, la posizione dei repubblicani, degli azionisti e dei liberali apparirebbe certamente più atlantista di quella degli altri alleati di centrosinistra. Per certi aspetti, cioè, più propensa a comprendere le ragioni della grande democrazia americana, più attenta ad ostacolare gli antiamericanismi italiani che potrebbero alimentare l'isolazionismo degli Stati Uniti. Ma, se discutessimo le grandi questioni dei diritti individuali, dalle garanzie giuridiche della persona, alla libertà di ricerca nell'ambito scientifico (vedi questione delle staminali), la posizione dei liberaldemocratici si potrebbe tranquillamente classificare fra quelle più progressiste. Per l'aspetto organizzativo, senza nasconderne le difficoltà, è necessario avviare un patto federativo fra i partiti che diedero vita alla lista Prodi. Penso che sia la via più praticabile, perché evita strappi che potrebbero essere laceranti. Essa, al tempo stesso, indica una strada dalla quale sarebbe poi difficile uscire.
Ciò porta alla conclusione che questa ipotesi federativa è il terminale di un percorso costruito sull'intesa sui contenuti. Nella nostra regione, Antonio Bassolino ha già sperimentato e condotto a buon fine, sia pure tra mille difficoltà, una vasta alleanza che andava da rifondazione comunista ai Repubblicani Democratici e poi ai centristi di Mastella. Si è cercato di coniugare l'iniziativa sul cosiddetto reddito di cittadinanza con la politica di sviluppo e con quella, oggi essenziale, della ricerca scientifica e del sostegno alle Università della Campania nel quadro delle esigue risorse finanziarie regionali. Il che è, come dire, cercare di mettere assieme politiche di equità sociale con politiche di sviluppo nell'ambito del rigore finanziario perchÈ, in poche parole e senza tecnicismi, se non si hanno le risorse, il denaro, è difficile anche poterlo ridistribuire e poter pensare a nuovi investimenti.
Da questo esempio, al quale si potrebbero affiancarne tanti altri, come la politica sanitaria e la salvaguardia del territorio, si comprende bene, a mio avviso, che la nuova grande alleanza democratica che va formandosi deve essere in grado di battere la coalizione di centrodestra ma, al tempo stesso, di "poter governare" sul serio, e non vivacchiare nella gestione amministrativa. Per far ciò c'è necessità di creare, sulla scia dell'esperienza bassoliniana, un nucleo forte e coeso capace di tenere assieme i tre riformismi pur rispettandone le identità e le specificità. Ma questo, è bene chiarirlo, non per un puro rispetto, sia pure comprensibile, per le tradizioni, ma perché è l'unica condizione per vincere e governare. Il riformismo di tradizione repubblicana e liberaldemocratica è quello che svolge, a mio avviso, la doppia funzione di attirare sul centrosinistra una parte forse anche cospicua dell'elettorato che oscilla fra i due schieramenti e dall'altra, sul terreno del governo, di prospettare soluzioni di respiro europeo.