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Il repubblicanesimo e la tradizione liberal-democratica: una questione culturale (parte 2)

Di Roberto Balzani
Professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Bologna

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Secondo problema. I partiti-comitati elettorali sono surrogati efficienti? Lo sono, o possono esserlo, se - vedi riforma costituzionale in votazione - un enorme peso decisionale si sposta dal legislativo all’esecutivo; se, cioè, i partiti servono a garantire la maggioranza parlamentare da cui scaturisce l’autentica leadership del paese. In questo senso, l’articolazione di Forza Italia - un partito che in dieci anni non ha saputo produrre al proprio interno una vera classe dirigente “dal basso” - pare molto coerente con l’impianto che si vorrebbe dare alle nuove istituzioni; assai pi˘ confuso, invece, sembra il ruolo che il centro-sinistra attribuisce ai partiti, o alle coalizioni, nel proprio disegno finale (restaurazione pura e semplice? Ripristino di una “centralità” parlamentare? Premierato debole? Premierato forte?). In ogni caso, i partiti-comitati elettorali non possono surrogare una leadership , sia essa espressa da un “magnate dei media”, da un “professore”, o altro. In altre parole, ai partiti-comitati elettorali non si può chiedere di produrre politica, giacché essi hanno un’altra funzione, quella di raccogliere voti.
Terzo punto. Pensare, in questo quadro, ad un’ennesima riedizione, in salsa laica, o della forma-partito tradizionale o del partito-comitato elettorale, non ha alcun senso. O meglio: può avere un senso contingente in vista di una tornata elettorale, ma si tratta di un disegno di corto respiro, e comunque statisticamente votato al fallimento se concepito su scala nazionale; trascorse le elezioni, ci si scopre con un gruzzolo di consensi più piccolo da far pesare, la volta successiva, sul tavolo della politica. Di qui una considerazione: poiché, storicamente, il mondo laico-repubblicano è stato il prodotto di un aggregato di formazioni regionali o sub-regionali, guidate da un’élite intellettuale vivace e battagliera, perché non prendere atto che la struttura federativa è, di fatto, quella che oggi può impedire che le esplosioni, all’interno dell’atomo, continuino senza sosta? Perché non considerare la possibilità di un telaio leggero, di un Ufficio di coordinamento, che si posi sulle gambe di realtà locali autonome ancora decorosamente forti? In fondo, ci si provò già nel XIX secolo, al tempo del trasformismo. I democratici si scoprirono divisi e, per unirsi senza venir meno alle proprie peculiarità, si dotarono di un centro d’informazione nazionale che fungeva da “vigile” del dibattito interno e prendeva posizioni su alcuni temi condivisi: lo chiamavano “Comitato centrale di corrispondenza” ed era costituito da tre individui: Edoardo Pantano, Ernesto Nathan e Antonio Fratti. Finì male, è vero; ma finì male perché, allora, stava nascendo il partito di massa, un competitore troppo forte e troppo dinamico. Oggi siamo al termine di quella fase: il partito ideologico di massa, in Italia, è ormai defunto da dieci anni, e sono rimasti solo i suoi cascami, in preda a convulsioni permanenti.
È chiaro che un telaio leggero non basta. È chiaro che una struttura del genere dev’essere il motore di un’innovazione profonda del linguaggio della politica, dei temi della politica. Se no, resterebbe la casa un po’ triste e polverosa di un manipolo di reduci. Ecco allora l’idea di collegare questa struttura democratica alla proposta liberal-democratica europea: come bacino cui attingere idee, opportunità di confronto, stimoli. Una dimensione internazionale forte, sotto il profilo intellettuale, è ciò che serve alla federazione inter-regionale per conquistare il suo spazio nel mondo democratico, anche italiano. Può farlo introducendo un “discorso pubblico” continentale, sprovincializzando l’asfittica politica autoreferenziale del nostro paese, anestetizzando un’opinione pubblica ipnotizzata dai bla bla inutili e inconcludenti dei talk shows . Dimostrando, in una parola, che è possibile disegnare un’idea di sviluppo moderno e razionale per il nostro paese.
D’altronde, occorre ricordare che, per Mazzini, la nazione era solo una tessera del grande mosaico: l’unione democratica dell’Umanità. Il compito, in altre parole, non si esauriva con Roma capitale, ma continuava in Europa e in America. Come, non lo sapeva neppure lui di preciso. Ma forse è venuto il tempo di riprendere quel testimone.