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Il repubblicanesimo e la tradizione liberal-democratica: una questione culturale (parte 1)

Di Roberto Balzani
Professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Bologna
 
Se c’è una cosa che colpisce, nelle difficoltà in cui si agita l’area laica italiana in questo inizio di secolo, è l’impossibilità di trovare un posto dove stare . I “poli”, le grandi “case”, non convincono o non danno risposte accettabili; il notabilato politico, come affetto da un perenne ballo di S. Vito, si affanna a prender posizione, per mettere a frutto un minimo di rendita elettorale: ma, una volta raggiunto qualche successo, cede alla frustrazione generale e si chiede: “e ora?”. I partiti, destrutturati sotto il profilo ideologico, si sono trasformati in autobus: si può salire, scendere, prendere coincidenze, senza soluzione di continuità. Senza neppure bisogno di pause di riflessione, di attese che rendano plausibile un minimo non dico di contrizione, ma almeno di coscienza per ciò che si sta facendo o si è fatto.
Intendiamoci: il buon tempo andato non era esente da pecche, anche colossali; e non è vero che il partito “ideologico”, che fidelizzava quadri e iscritti, fosse poi molto meglio: tant’è che – ad esempio – i partiti laici ne hanno sempre pesantemente criticato la natura di fondo autoritaria. Ora, però, siamo giunti all’opposto: la perdita di senso quasi completa delle organizzazioni extra-parlamentari della vita politica. La Repubblica dei partiti, affermatasi definitivamente nel 1953, dopo il fallimento della “legge truffa” (con la quale De Gasperi aveva cercato di salvaguardare le prerogative di una maggioranza parlamentare e di una premiership forte, senza dipendere eccessivamente dai partiti di massa), è entrata in crisi all’indomani del fallimento della solidarietà nazionale, nel 1979. Ha conosciuto poi un lungo declino – anche sotto il profilo morale -, e, fra il 1989 e il 1992, ha subito le ultime, decisive, fatali convulsioni. L’arrivo al Quirinale di un uomo non indicato dai partiti, nel 1992, è la testimonianza di questo passaggio decisivo.
Bisogna chiedersi, a questo punto, se la forma-partito sia riproponibile nella sua struttura gerarchica tradizionale; se gli attuali partiti-comitati elettorali possano esserne surrogati efficienti; se, infine, la tradizione del repubblicanesimo e della liberal-democrazia contenga in sé, e non da oggi, gli strumenti per uscire da questo stallo, inoculando nel sistema una forte dose d’innovazione politica.
Circa il primo punto, credo che la forma-partito gerarchica e “nazionale”, con la testa a Roma e gli arti in giro per l’Italia, sia ormai un ricordo del passato. E ciò per due ragioni: la prima è che gli interessi e le “domande” della società civile non sono pi˘, salvo alcuni casi, filtrate direttamente dai partiti politici, come nella “Repubblica dei partiti”. I centri di spesa locali – comunali, provinciali e regionali – sono molto pi˘ importanti di vent’anni fa; inoltre, le associazioni di categoria, un tempo cinghie di trasmissione dei partiti medesimi, a partire dalla svolta del 1989-1992 hanno acquisito un’autonomia imprevista, ponendosi in prima battuta come interlocutori del “bisogno” di “risposte tecniche” da parte di cittadini/lavoratori (si pensi ai patronati dei sindacati) o delle piccole/medie imprese (si veda, in questo caso, a mo’ d’esempio, quanto i servizi reali resi alle imprese pesino sui bilanci di associazioni come Cna o Confartigianato). Le risorse controllate direttamente dal centro sono inferiori ad alcuni anni fa, e spesso predeterminate dalle grandi leggi finanziarie dello stato: di conseguenza, uno dei canali classici di sopravvivenza dei partiti politici strutturati al tempo della loro crisi appare largamente ostruito. Il partito-apparato “nazionale”, così come lo stato nazionale, è troppo costoso; sempre pi˘ difficile appare la collocazione di para-funzionari in organismi collaterali, la cui mission risulta via via pi˘ autonoma e indipendente; le cariche pubbliche, d’altra parte, selezionano fortemente il numero dei professionisti disponibili. Pensare, quindi, di rifare i partiti stile “Repubblica, 1953- 1992” risponde ad un ragionamento sostanzialmente errato.

[...] continua