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"Nord e Sud": La visione europeista del pensiero democratico

Di Giuseppe Gizzi

Cinquant’anni orsono veniva pubblicato il primo numero di Nord e Sud: la rivista fondata e diretta da Francesco Compagna. I Repubblicani democratici ricordano l’insegnamento culturale e politico del suo Direttore, e nell’azione quotidiana si ispirano alla sua lezione etico-politica.

"NORD e SUD", questo fu il titolo scelto dai fondatori napoletani di questa rivista, di cui il primo numero apparve nelle edicole nel dicembre del 1954. Due temi principali intorno ai quali si svilupparono le riflessioni e gli orientamenti principali della stessa: meridionalismo ed europeismo. A dirigerla Francesco Compagna, il cui percorso intellettuale partiva dal liberalismo di Benedetto Croce e dalla militanza politica nel partito "rifondato" da Croce: il Partito liberale italiano. Compagna aveva poi preso le distanze dal PLI agli inizi degli anni cinquanta, e si era conseguentemente avvicinato al gruppo dei liberali di sinistra, guidati in quegli anni da personalità come Mario Pannunzio e Ernesto Rossi. Compagna collaborava dal 1950 sui temi e sulle problematiche meridionaliste al "MONDO".

Ha scritto Giovanni Spadolini: "Amendola o Salandra: si domandava Compagna. E la sua scelta era fatta in partenza, coincideva col rifiuto assoluto di ogni forma di liberalismo accomodante, trasformista, capitolardo, si identificava nella rivendicazione coraggiosa, assoluta, perfino con una punta sprezzante, dell'intransigenza democratica di Giovanni Amendola e della sua Unione democratica nazionale, germe di quel più grande partito della democrazia laica e riformatrice, non socialista, al quale sempre appartenne Compagna, nel suo trapasso dalla sinistra liberale al partito repubblicano di Ugo la Malfa".

La nuova Questione Meridionale
Il primo numero di "NORD E SUD" è del dicembre del 1954. Nell'editoriale di apertura, scritto da Compagna, si legge: "Nord e Sud non stanno qui ad indicare i termini di un'astratta contrapposizione fra gli interessi delle regioni più sviluppate e le aspirazioni delle regioni più povere; ma piuttosto i termini elementari in cui si riassumono oggi tutti i problemi italiani come problemi di integrazione fra Settentrione e Mezzogiorno d'Italia, nel quadro delle più moderne esigenze di integrazione fra Europa occidentale continentale ed Europa meridionale mediterranea". Nello stesso numero, apparve un articolo molto significativo del leader repubblicano Ugo La Malfa, intitolato significativamente: Mezzogiorno nell'Occidente.
Lo statista siciliano scriveva tra l'altro: noi possiamo parlare dell India o dell'Egitto, come di paesi al di fuori della storia interna dell'Europa; non possiamo parlare della Sicilia o dell'Abruzzo, della Campania o delle Puglie nello stesso senso. Il Mezzogiorno ha partecipato al moto civile e culturale dell'Europa occidentale, anche se oggi non gode della condizioni economiche e sociali, morali culturali di questa più vasta area".
Dunque per Ugo La Malfa, al fine di affrontare e cercare di risolvere i problemi della società meridionale, si doveva tentare di analizzali in chiave e con respiro europeo. Egli sottolineava poi il valore della riflessione meridionalista in analisti e scrittori come Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Guido Dorso, che però riconosceva incapaci di influenzare l'agire politico della classe dirigente liberale. Passando al dopoguerra e al successo della penetrazione comunista nell'Italia meridionale, La Malfa osservava come: "la struttura economica, sociale, culturale dei paesi dell'Occidente è troppo complessa perché si adatti allo schema operaistico con il quale Gramsci vede la realtà del settentrione d'Italia".

Un New Deal per l'Italia
Il leader repubblicano riconosceva che le istanze del comunismo e quelle della democrazia liberale e laica, di cui la rivista napoletana si faceva interprete, dovevano prima o poi confliggere. Quali dunque le armi di difesa dei laici contro l'avanzata comunista nel Mezzogiorno? Quali le risposte concrete attuate dai governi centristi, di cui anche i piccoli partiti laici facevano parte, agli atavici problemi di sottosviluppo del Mezzogiorno? La Malfa contrapponeva all'attivismo comunista una seria politica riformista, con interventi economici di tipo "new dealista". " Alle concezione democratiche di Giustino Fortunato di De Viti De Marco, al loro intellettualismo un poco astratto ed aristocratico, il comunismo ha potuto contrapporre il suo attivismo, la sua capacità di organizzare le forze contadine e degli operai, la sua vocazione ad agitare continuamente problemi concreti. Ma gli intellettuali democratici delle nuove generazioni, eredi di un grande pensiero meridionalista, possono contrapporre a loro volta, al comunismo alcune grandi realizzazioni concrete: la riforma agraria, la Cassa per il Mezzogiorno, la liberalizzazione degli scambi."
Secondo lo statista siciliano queste tre direttrici di intervento avrebbero finito per determinare le risposte ai problemi di sottosviluppo della società meridionale, aggredendo alla radice i segni del disfacimento economico del Mezzogiorno. Queste azioni, però, finiva per riconoscere Ugo La Malfa, non erano sufficienti se circoscritte al ristretto ambito della sovranità statale. E qui si innestava il discorso europeista di "Nord e Sud". Poiché come riconosceva il leader del PRI, " il problema dello sviluppo dell'Europa meridionale è parte e porzione del problema della integrazione economica dell'Europa occidentale. Il rapporto tra Europa meridionale ed Europa occidentale ha qualche analogia - su di un'assai più vasta scala - con il rapporto tra Italia meridionale ed Italia settentrionale."

Europa e mezzogiorno
L'Europa che si profilava all'orizzonte degli analisti della rivista napoletana era quello della piccola Europa a Sei, della CECA, per intenderci, unica istituzione a carattere sopranazionale sopravvissuta al fallimento dell'ambizioso progetto della CED. "NORD e SUD", seguÏ da vicino le vicende del cosiddetto rilancio europeo, a partire dalla Conferenza di Messina, che sotto l'impronta della teoria funzionalista di Jean Monnet condusse alla stipulazione dei trattati di Roma che diedero vita all'Euratom e alla CEE. E ne appoggerà costantemente gli indirizzi, vista anche la presenza come redattore tra le sue fila di un giovane funzionario della Ceca, Renato Giordano, (segnalato al presidente dell'Alta Autorità della Ceca da Altiero Spinelli), che orienterà in maniera decisiva e costante la vocazione europeista di "Nord e Sud", insieme a La Malfa, Compagna e a Vittorio De Caprariis. Sul piano pratico questo orientamento era chiaramente ribadito da Compagna nel febbraio 1955: "é, dunque, necessario che il nostro paese abbia una sua coerente politica estera, coerente vogliamo dire con quelle che sono non solo le sue necessità, ma anche e soprattutto le scelte fondamentali che si devono fare per l'avvenire. Ora, se si considerano freddamente le opzioni decisive che si presentano, non vi è dubbio che non vi è nessuna alternativa reale, per chi voglia il libero sviluppo delle istituzioni democratiche nel nostro paese, per chi voglia impedire che tutta l'Italia si orientalizzi, per chi voglia finalmente che il Mezzogiorno si occidentalizzi, non vi è nessuna alternativa reale tra una politica cosiddetta nazionale - sia essa sollecitata da destra o da sinistra- e la politica europeistica. Per questo noi siamo stati prima per la Ceca e poi per la Ced, abbiamo sostenuto tutte le serie iniziative europeistiche; per questo l'involuzione della politica europea negli ultimi mesi ci trova preoccupati e francamente critici".
Nello stesso articolo, il direttore della rivista associava europeismo e meridionalismo come facce di una stessa medaglia: "nella crisi del secondo dopoguerra si è delineata la nuova condizione della politica meridionalistica: l'europeismo. é l'insegnamento del liberismo di Salvemini e della sua Unità, delle diagnosi meno problematiche e più politicamente impegnate di Dorso; sono soprattutto l'insegnamento e la tradizione di Croce che hanno suggerito ciò, che hanno maturato tale esperienza. Questo non è soltanto lo spartiacque fra una visione costruttiva della democrazia e la resa ad altrimenti insolubili contraddizioni; ma lo spartiacque decisivo tra meridionalismo ed antimeridionalismo".

Europa e America
Dunque una seria e coerente politica europeista che non doveva però apparire disgiunta da quella atlantista. Per i pensatori di "Nord e Sud", la politica europeista era pensata nel più ampio alveo del mondo occidentale, con gli Usa, baluardo della democrazia e dei valori occidentali. Compagna e suoi amici non credevano alla smobilitazione del campo sovietico. Respingevano di conseguenza, tutte quelle teorie che auspicavano la costruzione dell'Europa su basi neutraliste,in posizione di equidistanza tra gli Usa e l'Urss. Anzi, denunciarono sistematicamente dalle colonne della rivista queste linee di tendenza, provenienti soprattutto da settori cattolici moderati e nazionalisti, di volere un'Europa neutrale, cuneo tra il campo occidentale e quello orientale.
Essi guardarono con malcelato fastidio alla distensione che stava intervenendo in quegli anni tra l'Urss, ora guidata da Kruscev e il campo occidentale, ritenendola come una politica di resa dell'occidente ai mutati umori del Cremlino. "Nord e Sud" non mancò di fustigare le speranze nate anche in Italia, e non solo nei settori della sinistra marxista, che il Cremlino aspirasse ad un vento nuovo di distensione e di approccio meno conflittuale alla situazione internazionale. Come i fatti di Ungheria dimostrarono di lÏ a poco, in Urss non era cambiato nulla, e perdurava la stessa logica staliniana di brutale asservimento dei paesi satelliti alle direttive di Mosca. Sul piano interno "Nord e Sud" perseguiva, dopo la fondazione del partito radicale, avvenuta a Roma per opera dei liberali di sinistra nel dicembre del 1955, - nel nuovo partito entrarono oltre a Compagna, anche altre firme della rivista come Vittorio de Caprariis e Nicola Chiaromonte -, il distacco del partito socialista di Nenni dalle posizioni massimaliste del PCI. Questo obiettivo di sollecitare il PSI ad assumere posizioni politiche in linea con la tradizione delle altre forze socialiste europee, era comune anche alle altre riviste di area laica come "il Mondo" e "l'Espresso" e alla componente lamalfiana del PRI. L'ambizione di sganciare il PSI dal PCI, rispondeva ad una duplice serie di motivazioni: in primis allargare le basi della democrazia italiana, coinvolgendo nella compagine governativa un partito come quello socialista, rappresentativo di vasti strati popolari; in secondo luogo attrarre il PSI al progetto e al processo di unificazione europea, per realizzare una compiuta politica riformista, che piani ambiziosi come quello "Vanoni", sembravano incapaci di compiere perché confinati in una angusta politica nazionale. Tale prospettiva di agganciamento del Psi alle istanze riformiste ed europeiste dei laici risiedeva pure nella ormai generale convinzione che governi di tipo centrista avessero ormai vita breve. Compagna dalle colonne di "Nord e Sud" nell'ottobre del 1955, invitava i socialisti a compiere una scelta di campo irreversibile: "Fino a quando l'on. Nenni crede di poter andare innanzi con i viaggi a Mosca e a Pechino, con i sogni di mediazione, con gli elogi della distensione? Fino a quando l'on. Nenni crede di poter evitare a questo modo il nodo della questione? Il problema non è solo, non è tanto quello delle ripercussione del c.d. spirito di Ginevra all'interno del nostro paese, quanto quello delle ripercussioni della eventuale nuova congiuntura internazionale sul nostro paese, sull'avvenire del nostro paese. I socialisti italiani non possono più a lungo eludere la questione che si pone a tutti i socialisti europei, a tutti i paesi europei: la questione di uno spazio economico meno angusto e soffocante di quello nazionale.
L'America, l'Inghilterra, l'Unione Sovietica sono grandi spazi economici perché sono grandi aree politiche; l'Europa è un mosaico di aree politiche precarie e quindi di spazi economici insufficienti. I socialisti di fronte alla questione europea, per dignità di partito moderno, non possono scegliere lo status quo, non possono correre il rischio di trovarsi isolati dalle altre correnti democratiche, allineati soltanto, implicitamente sulle posizioni del MSI, per il nazionalismo economico e l'autarchia. L'on. Nenni si è sempre vantato di allineare le sue posizioni di politica estera su quelle della socialdemocrazia tedesca. Forse non è privo di significato il fatto che i deputati socialdemocratici della Germania Occidentale abbiano chiesto recentemente l'aumento dei poteri dell'organo sopranazionale della Comunità Europea del carbone e dell'acciaio. Ma ancora più significativa è la notizia secondo la quale anche l'on. Ollenhauer avrebbe deciso di schierarsi al fianco di Mollet e di Spaak tra i promotori di una vasta campagna di pubblica opinione per spingere i governi all' integrazione europea. Se ciò fosse vero, l'on.Nenni sarebbe ancora più che nel passato premuto verso una scelta decisiva: la scelta tra l'adesione alla politica europea dei partiti socialisti, di Mollet, di Spaak, di Ollenhauer, e il fiancheggiamento alla politica estera sovietica."
Parallelamente all'analisi politica dei problemi di politica interna ed estera del processo di integrazione europea, "Nord e Sud" approfondiva da vicino i problemi e le prospettive economiche insite nell'avvio dell' Europa a Sei. Questo tipo di analisi non era alieno dalla realtà politica, ma strettamente ed intimamente intrecciato con essa. Dopo la Conferenza di Messina del giugno del 1955, che aveva segnato il progetto di rilancio dell'integrazione europea in chiave economica, Ugo La Malfa, dalle colonne della rivista, analizzava le implicazioni economiche e politiche che la progettata nascita del mercato comune implicava. Egli scriveva: "é chiaro che il mercato unico europeo non può nascere senza l'abbattimento, anche graduale delle barriere doganali e la creazione di una specie di Zollverein europeo. Ma se questo avviene, se l'Unione doganale nasce, sorge, altrettanto ineluttabilmente la zona preferenziale.
La discriminazione tra commercio nell'interno dell'area e commercio al di fuori dell'area si pone automaticamente, la creazione del mercato comune. Del resto, la Comunità del carbone e dell'acciaio, con le disposizioni relative all'abolizione graduale dei dazi nel suo ambito, non è altro che una comunità preferenziale, che dovrà finire per regolare i suoi rapporti con terzi Stati, anche in materia tariffaria. Bisogna, in altri termini, scegliere o per il ritorno alla organizzazione economica anteriore al 1914, ritorno che può avvenire nei limiti e con le gravi alterazioni sopra illustrate, o per l'intensificazione degli sforzi diretti alla creazione di un mercato unico, e quindi per una ripresa del processo europeistico, sul terreno economico, invece che sul terreno strettamente politico e militare. Ma vi sono probabilità per questa ripresa? Indubbiamente la Conferenza tenuta a Messina l'estate scorsa non brillò per eccessivo coraggio europeistico. Ma la nomina del Comitato di esperti che avrebbe dovuto studiare il "rilancio" sul terreno economico è stata una buona decisione politica. Sotto l'impulso del Ministro Spaak, che ne ha diretto il lavoro, il Comitato si avvia, non soltanto a proporre autorità specializzate (per. es. in materia di energia nucleare) ma a gettare l'idea del mercato unico e quindi del vero e proprio Zollverein Europeo. D'altra parte a coloro che si preoccupano degli aspetti politici del problema europeistico e della preminenza di questi aspetti su quelli economici (tesi dei federalisti, e soprattutto della corrente più spinta del movimento federalistico) dirò che non si può pensare alla realizzazione di uno Zollverein Europeo senza che ciò implichi conseguenze di carattere politico. Gli interessi economici alimentano ancora fondamentalmente, la produttività dei Governi e dei Parlamenti. E basta pensare alla grande complessità e alla importanza decisiva dei problemi economici relativi alla creazione di un mercato comune, per comprendere come economia e politica, debbano, in questo campo, muoversi parallelamente".