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Regola della concorrenza, diritti sociali e percorsi incerti del regionalismo

Idee per la casa comune dei Repubblicani democratici e dei Liberali

Di Alberto Lucarelli
Ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico Università degli studi di Napoli "Federico II"

Condivido ovviamente il lucido preambolo di Valerio Zanone che “fotografa” una situazione politico-istituzionale, oltreché economica, a dir poco devastante per il futuro del nostro Paese.
Mi limito, quindi, ad alcune considerazioni in merito alla parte propositiva, ed in particolare mi soffermerÚ sugli aspetti economico-sociali ed istituzionali, nulla avendo da aggiungere in questa sede, in quanto del tutto condivisibili, sugli spunti relativi all’ordinamento giudiziario ed alla laicità dello Stato. Chiedo scusa fin d’ora per l’approccio troppo schematico ed apodittico nell’affrontare temi così “alti”, che meriterebbero ben altre argomentazioni.
Credo che campo economico e sociale siano inscindibili. La sintesi, in una obbligata dimensione europea, andrebbe ricercata con rigore in quei modelli che, influenzati dalla Scuola di Friburgo degli ordoliberali, fanno salve le conquiste dello Stato sociale, nel convincimento che i meccanismi del mercato non sono idonei ad assicurare la regolarità della riproduzione.
Un modello di Stato che, nella piena e consapevole valorizzazione delle libertà economiche degli individui e quindi della libertà di concorrenza, tenda a definire l’ulteriore passaggio dalla democrazia politica a quella economica. In sostanza, come previsto dal diritto europeo e confermato dalla evoluzione della giurisprudenza della Corte di Giustizia, occorre riflettere sul modello di economia sociale di mercato, nel quale la regola della libera concorrenza non rappresenta un valore assoluto, ma uno strumento derogabile in presenza di fallimenti del mercato.
Penso in particolare a quei servizi che hanno l’obbligo di garantire il servizio universale, comprensivo dei valori dell’eguaglianza e della solidarietà sociale, riconducibili ad attività economiche, la cui rilevanza legittima interventi dei poteri pubblici nei casi in cui la spontaneità del mercato non sia in grado di soddisfarli. La regola della concorrenza, pur rappresentando uno degli elementi essenziali della cultura ordoliberale, finirebbe per cedere dinanzi al principio dell’eguale soddisfacimento dei diritti sociali, quali diritti universali e fondamentali dell’uomo.
Non vorrei che il sano valore della sussidiarietà orizzontale, inteso quale coinvolgimento della società civile in attività di interesse generale, adesso di rango costituzionale, si trasformasse secondo logiche lobbistiche, di egoismo corporativo e di falsa solidarietà sociale. Ricordiamoci, seguendo l’insegnamento di Baurmann, che la solidarietà puÚ esprimersi quale “agire solidale nel proprio interesse” o anche come solidarietà di gruppo a favore di qualcuno, che spesso è anche solidarietà contro qualcun altro.
Nel campo istituzionale, in presenza di devastanti riforme, non ci si puÚ limitare al rafforzamento degli organi di garanzia, stabilite dallo Stato liberale, come limite al potere legislativo. Certo, in un sistema tendenzialmente maggioritario, è necessario immaginare un serio Statuto dell’opposizione, alzare tutti i quorum, penso in particolare, ma non solo, al procedimento di revisione costituzionale ed ai regolamenti parlamentari; tuttavia, non ritengo tali misure sufficienti per elaborare un ampio e democratico progetto di riforma. In merito alla forma di Stato va detto “ad alta voce” che la revisione, prima regionalista, poi federalista, iniziata in maniera improvvida dal centrosinistra, sta incidendo direttamente sulla effettiva garanzia dei diritti fondamentali della persona. Occorre, dunque, ragionare, in chiave costruttiva, al fine di combinare due valori tendenzialmente configgenti quali il pluralismo istituzionale ed il principio di unità ed indivisibilità della Repubblica.
Non bisogna dimenticare che il federalismo, quale processo storico-istituzionale, è tensione all’unità, ricordiamoci che il processo federativo, perseguito durante il New Deal di Roosevelt era teso a garantire la eguaglianza sostanziale. Proprio in questo periodo si rafforzava la interrelazione tra diritti di libertà ed eguaglianza all’interno dello Stato liberal-democratico. In conclusione, una differente interpretazione dei percorsi che stanno trasformando la nostra forma di Stato, finirebbe per incidere sul concetto di cittadinanza, mettendo a rischio la garanzia del principio di eguaglianza.
Ben vengano dunque sollecitazioni dalle Regioni, anche su nuovi diritti, purché abbiano quale obiettivo quello di innescare processi legislativi dal carattere unitario, piuttosto che incentivare frammentazioni della sovranità popolare. Lo status delle regioni puÚ essere differenziato quello di cittadinanza deve restare unico. In conclusione, oltre alle suddette preoccupazioni, il centralismo regionale rischia di mortificare gli enti locali, che invece, se adeguatamente finanziati, potrebbero rappresentare un luogo di valorizzazione delle risorse e delle esigenze locali (penso in particolare all’ambito dei servizi pubblici locali). In particolare, il comune, anche alla luce del nuovo ruolo costituzionale, deve essere posto in condizione di svolgere una responsabile ed efficacia attività gestionale ed imprenditoriale, anche al fine di attrarre, in una logica di concorrenza tra ordinamenti, risorse pubbliche e private da altre arre geografiche.
L’intervento di Zanone mi avrebbe stimolato una ulteriore riflessione sulla forma di governo, il c.d. premierato, ma, per non abusare della pazienza dei lettori, magari la rinvio ad un successivo intervento.