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Riforma fiscale: Per il governo Berlusconi ogni promessa è un credito Bruno Visentini avrebbe dissentito

Di Amedeo di Maio
Professore ordinario Scienze delle Finanze - Preside della facoltà di Scienza Politiche presso l'Università degli studi di Napoli "L'Orientale"

È difficile, se non impossibile, cercare di capire la logica che guida la revisione delle aliquote impositive dei redditi dell’attuale governo attraverso gli abituali strumenti analitici della scienza delle finanze.
Il capo del governo ha promesso, in campagna elettorale “meno tasse per tutti”. Ha firmato un “contratto con gli italiani” in presenza di un “notaio conduttore” e nella trasmissione televisiva “Porta a Porta” che è oggi la sede unificata che ospita tutti i ministeri. Questa promessa discende da considerazione semplice e facilmente trasmissibile: la riduzione delle “tasse” lascia più soldi in tasca ai cittadini e questi consumando di più alimentano la domanda e “fanno ripartire la locomotiva dell’economia”. L’idea che ciascuno di noi possa disporre di maggior reddito e decidere come utilizzarlo è allettante, indipendentemente dalla pressione tributaria esercitata sullo specifico sistema economico. Anche negli USA, in presenza di una considerevolmente più bassa “pressione” Bush padre prometteva in campagna elettorale “niente più tasse” e sono convinto che nel momento del prelievo tutti i contribuenti si lamentano, perchÈ si soffre di “illusioni fiscali”, nel senso che la penosità del prelievo è avvertita di più del beneficio che si puÚ trarre dalla spesa pubblica, indipendentemente dalla realtà delle cose. È per questo che non sono possibili referendum su questioni fiscali, ma il nostro premier ha saputo sfruttare quella “illusione” e porre un quesito quasi referendario agli elettori (“preferite o no una riduzione generalizzata delle tasse?).
Questa promessa non è stata ancora mantenuta e la sensazione generalizzata è che la tassazione stia crescendo attraverso l’incremento dele tariffe dei servizi publici e della tassazione locale.
Per ridurre le “tasse”, la condizione, ritenuta necessaria anche dal premier, di riduzione preventiva della spesa pubblica è apparsa moto più difficile di quanto potesse immaginare chi pensa che la ricerca del “consenso” vada cercata essenzialmente dal lato delle entrate fiscali. Inoltre, il prezzo da pagare alla deresponsabilizzazione della politica economica nazionale è il raggiungimento di un tetto al deficit deciso a livello UE, che non consente quella sperata e promessa riduzione delle imposte.
Bisogna tuttavia adempiere al “contratto” e lo si può fare con una lievissima riduzione, in termini di gettito. È opportuno allora individuare le fascie di reddito meno ampie, che sono, ovviamente, quelle più in alto nella scala dei redditi e inserire detrazioni nelle altre fascie, tali da non turbare il gettito complessivo. Ne discende che il problema diviene essenzialmente di natura redistributiva (tuttavia basato sui redditi dichiarati).
Qui inizia la tenzone tra partiti “Robin Hood” e partiti che considerano la ricchezza una prova della “grazia”. La discussione riguarda “l’aliquota etica”, una sorta di addizionale che il più ricco paga per solidarietà con il più povero (sic!). Ma a voler distinguere le due posizioni bisogna usare bilancini di precisione, perchÈ, in buona sostanza, l’80% dello sgravo andrebbe a favore dei tre decili relativi ai contribuenti fiscalmente più ricchi (fonte CER). Insomma, l’etica certo, ma senza esagerare.
Un’etica che evita anche solo di menzionare l’evasione fiscale, come se ci fosse perfetta coincidenza tra redditi dichiarati e redditi effetivamente guadagnati. Questo non sembra essere più il paese degli “evasori e dei tartassati”, si è fatto credere che apparteniamo tutti alla seconda categoria.
Il dibattito scientifico è continuato con picchi inimmaginabili ai tempi di Cosciani e Visentini. Infatti, a chi ha banalmente osservato l’entità del risparmio di imposta per il premier, si è risposto che comunque sarebbbe stato devoluto in beneficienza. Risposta istituzionale, ovvia nei sistemi democratici avanzati. Ho solo un piccolo dubbio: la “devoluzione volontaria del risparmio di imposta” appartiene alla teoria della giustizia redistributiva di Rawls o agli schemi sull’equità di Sen?