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Le occasioni del Sud (parte 1)

Di Ernesto Paolozzi
Professore presso l'Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli

Pubblichiamo la prima parte dell'articolo del Prof. Ernesto Paolozzi che interviene nel dibattito sui nuovi termini della Questione meridionale, aperto sul nostro sito dall'editoriale di Giuseppe Ossorio e dall'articolo di Gianni Pittella, e proseguito con i contributi del Prof. Gianfranco Frassetto e del Prof. Gennaro Biondi.

Ciclicamente si torna a parlare di Questione Meridionale per darla per morta o risorgente. E’evidente che chi ha un po’di buon senso, o anche un po’di amor proprio, cerchi di sottrarsi a questa sorta di rappresentazione del già visto. Ma, così facendo, si viene meno a quel dovere critico che è un dovere verso se stessi e verso la propria comunità.
Proviamo allora a ragionare insieme. Se per questione meridionale si intende l’esistenza di un divario di sviluppo economico, sociale e politico fra il Sud d’Italia e il resto del paese, non si può negare che questo divario sussista ancora. Non vi è dato parziale, circa questo o quel settore specifico che possa contrastare seriamente l’andamento generale della storia italiana dall’unità ad oggi. Vi sono, naturalmente, novità, diversità di interpretazione che vanno segnalate e discusse perché la questione meridionale non è immobile, come d’altro canto nessuna altra questione nella storia e nella vita.
Le novità più rilevanti, a mio avviso, riguardano l’aspetto politico e, per così dire, antropologico o, come si sarebbe detto una volta, di costume.
Sul piano politico è evidente che, accanto alla questione meridionale, si colloca oggi una questione settentrionale. In parte del Nord, infatti, e soprattutto nel Nord-Est, si è verificata una rottura storica con la politica italiana dell’era repubblicana enorme, vistosissima. La presenza della Lega e, soprattutto, di umori culturali generalmente diffusi in quella parte d’Italia, ha messo in discussione i pilastri della cultura politica italiana saldamente edificati dal cattolicesimo democratico e liberale di De Gasperi, dal comunismo italiano di Togliatti e Berlinguer, dall’Italia laica di Croce ed Einaudi. A mio modo di vedere, anche se ogni novità presenta aspetti positivi che vanno in qualche modo colti e interpretati, la frattura provocata dal leghismo sta lacerando e danneggiando l’intero paese: il Nord che rischia di rinchiudersi in se stesso, in un provincialismo miope sia culturalmente che economicamente; il Sud che si sente di continuo offeso e posto ai margini della vita complessiva della nazione.
L’altra novità è costituita dal fatto che mentre, come si è detto, si incrina quell’unità nazionale con la quale erano stati affermati valori fondamentali, come quelli della libertà, della democrazia e della solidarietà, da Cavour a De Gasperi, a Ugo La Malfa, per citare solo tre alti simboli, sul piano della vita quotidiana il Sud, come l’intera Italia, si va sempre più omologando, non solo allo stile di vita italiano, ma a quello più largamente europeo ed occidentale. Soprattutto fra i giovani e i giovanissimi è perfino ovvio notare come i gusti e le tendenze, le mode e gli atteggiamenti, siano sempre più simili, si parli con accento siciliano o si utilizzi lo slang londinese. Ciò significa che mentre nella questione meridionale classica la cultura diffusa nel Sud (in senso antropologico, naturalmente, non l’alta cultura dei Vico, dei Cuoco, dei Croce) andava per tanti aspetti modificata se non soppressa, oggi comincia a porsi il problema inverso della salvaguardia delle identità e delle tradizioni. Sebbene in un certo immaginario collettivo, e soprattutto cinematografico-letterario, circolino ancora i luoghi comuni della gelosia dei meridionali, la scarsa voglia di lavorare, l’istintiva simpatia e via dicendo, è vero invece che perfino il dialetto rischia di perdersi o, quantomeno, di tramutarsi un una nuova lingua nella quale gli influssi stranieri quasi eguagliano quelli della tradizione.
Un’altra questione, se non nuova da troppo tempo trascurata ma che ritorna prepotentemente alla ribalta, è quella della collocazione geopolitica della questione meridionale. Retoricamente si ripete spesso che la vocazione del Sud, e soprattutto delle sue grandi città, Napoli e Palermo, sia una vocazione mediterranea. Sul terreno della letteratura si intende con ciò riferirsi ad una forse presunta mediterraneità dei nostri atteggiamenti e delle nostre tradizioni, da utilizzare, tutto sommato, in chiave antiamericana se non antioccidentale. Il nostro folklore, come avrebbero detto i vecchi antropologi, contrapposto allo sfrenato consumismo nordeuropeo e nordamericano. E dove si collocherebbe Roma? Sul terreno socioeconomico la mediterraneità si intende invece, più prosaicamente ma forse più concretamente, come lo spazio economico che potrebbe creare nuove opportunità e nuovo sviluppo e di cui il nostro Sud potrebbe essere protagonista.

[...] continua