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La Bella Italia e la politica per i beni culturali: una strada in salita

Di Gabriella Cundari
Professoressa ordinaria di Politica dell'Ambiente presso la Facoltà di Economia e Commercio dell'Università degli studi "Federico II" di Napoli
 
Uno stimolante volumetto di Salvatore Settis, "Italia S.p.A. L'assalto al patrimonio culturale", si apre con una citazione di Ute Diehl del "Frankfurter Allegmeine Zeitung". La giornalista, nel suo articolo I Talibani a Roma, con sottotitolo Saldi di fine stagione. L'Italia sta per svendere i propri beni culturali, informa i suoi lettori del piano di privatizzazione dei musei del ministro Urbani e conclude, rielaborando il pensiero di Italia Nostra e del FAI: "Oggi l'eredità culturale dell'Italia è degradata a mero valore economico, a una risorsa di cui ci si può disfare a piacimento. Ma non c'è nulla che dia la misura dello stato di salute di una società quanto il rapporto che essa riesce ad avere coi propri monumenti e col proprio paesaggio".
Da secoli ormai in Europa ci dibattiamo sulla necessità di salvaguardare e privilegiare il nostro immenso patrimonio culturale e sulla necessità (considerata quasi antitetica) di quantificare il valore di questo patrimonio.
Già durante la Rivoluzione Francese l'abate Grégoire sentì il bisogno di chiedere al popolo di non compiere atti vandalici sui monumenti, danneggiandoli irreparabilmente. Verso la metà dell'Ottocento Prosper MérimÈée effettuò una prima catalogazione dei monumenti francesi. Sono, questi, interventi volti alla salvaguardia del patrimonio culturale, ma non alla valutazione, intesa non solo come misurazione degli elementi misurabili, ma anche come quantificazione del bene culturale nel suo complesso. La quantificazione è vista quasi da tutta la classe intellettuale come una mistificazione: si può valutare un bene che per la sua unicità e irripetibilità "non ha prezzo"? Infatti, se il problema si pone meno per alcuni beni culturali (ad esempio, un edificio, di cui si può calcolare il valore seguendo gli estimi catastali), la cosa diventa assai pi˘ complessa per altri tipi di beni culturali di cui non è possibile valutare con precisione il valore: basti portare l'esempio di un libro antico, di una residenza, magari decaduta, ma che ha accolto nel passato illustri personaggi, e -soprattutto - di un paesaggio. Già Victor Hugo, in un suo scritto del 1832 (Halte aux démilitions, in "Littérature philosophie métier") afferma, a proposito degli edifici, che occorre distinguere la loro funzione dalla loro bellezza. L'uso appartiene al proprietario, la bellezza a tutti; si tratta dunque di andare oltre il diritto del proprietario senza distruggere il bene.
Ma, se un bene culturale è tanto unico da non aver praticamente prezzo, come difenderlo dagli attacchi di chi vuole (e può) acquistare sottocosto i "gioielli di famiglia"?
Si è tentato di procedere empiricamente, adeguando l'offerta alla domanda; ma, in questo modo, le contraddizioni non scompaiono, anzi vengono a galla con maggiore evidenza. E, se passiamo all'esame di altri beni culturali, quali possono essere considerati i prodotti "unici" (prototipi o beni artigianali di valore), l'unica soluzione ipotizzabile è quella della differenziazione dei prodotti in funzione del segmento di mercato. Puntare sull'unicità è una strategia vincente, se si riesce ad adottare tecniche di marketing adeguate, ma è poi giusto considerare i beni culturali come una merce da "vendere" (e rivendere in un processo inarrestabile)? L'acquirente è il turista o il conoscitore, o entrambi? Quali sono le ricadute in settori non strettamente culturali? Si pensi, ad esempio, ai processi indotti (visita allargata alla città, produzione di gadget, incremento di clienti per le strutture di accoglienza, produzione di cd-rom e di cataloghi illustrativi, spettacoli, ecc.)
L'economia della cultura si dibatte, insomma, in un groviglio di problemi apparentemente inestricabili e, al fondo, pare quasi che il voler difendere l'unicità dei beni ghettizzi la cultura stessa.
Eppure, solo dal confronto tra gli strumenti teorici e le ricerche empiriche può creare fertili riflessioni. E queste riflessioni non possono non partire dal funzionamento e dalla razionalizzazione delle istituzioni non profit, né possono prescindere dal forte condizionamento determinato dallo stato di incertezza istituzionale e dall'ipotesi, per il momento larvata, di separare la tutela dalla gestione , affidando la prima allo Stato e la seconda alle Regioni e/o ai privati. Salvatore Settis conclude il suo pregevole lavoro con questa profezia: "Capiremo presto.... se sono vere le ipotesi demoniache (cioè l'abbandono del patrimonio a un destino di dismissioni e vendite) o se invece...si vorrà costruire, con pieno senso istituzionale e lungimirante visione strategica un nuovo e condiviso assetto degno del nostro patrimonio culturale e della nostra tradizione civile. Se lo Stato-Saturno continuerà a divorare i propri figli, o se saprà comprendere in tempo che così facendo ucciderebbe se stesso".
Come non essere d'accordo?