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Le occasioni del Sud (parte 2)

Di Ernesto Paolozzi
Professore presso l'Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli
 
Pubblichiamo la seconda ed ultima parte dell'articolo del Prof. Ernesto Paolozzi che interviene nel dibattito sui nuovi termini della Questione meridionale, aperto sul nostro sito dall'editoriale di Giuseppe Ossorio e dall'articolo di Gianni Pittella, e proseguito con i contributi del Prof. Gianfranco Frassetto e del Prof. Gennaro Biondi.
 
Non è questione nuova, lo si è detto. Ma è ben presente se si pensa ai contrastanti segnali che i paesi che si affacciano sul mediterraneo lanciano in questi anni e in questi mesi: dalla rinascita del fondamentalismo islamico alle contrapposte aperture occidentaliste della Libia e di altri paesi di quell’area. Allargandosi inoltre il commercio mondiale verso un Oriente che lascia convivere totalitarismo politico e liberismo economico, è evidente che il mare nostro, il Mediterraneo, ritrova centralità rispetto all’oceano Atlantico che rischia di diventare un sia pure grandissimo mare chiuso.
Accanto a tutto ciò sussistono elementi che potremmo definire tradizionalissimi della questione meridionale: la debolezza intrinseca della classe politica, sempre a rimorchio di quella del Nord, la debolezza delle classi dirigenti in generale e della borghesia imprenditoriale in particolare, il deficit cronico del sistema delle infrastrutture, dalle autostrade ai porti alle ferrovie, la difficoltà di trovare lavoro, soprattutto lavoro intellettuale. E ancora, l’assenza di un sistema bancario degno del nome e, per ultimo, ma non certo ultimo, l’annoso e mai risolto problema della malavita organizzata.
Ora, una volta elencati, quasi sotto forma di appunti, i temi vecchi e nuovi della perdurante questione meridionale, quali possono essere i rimedi? È evidente che sui singoli temi, soprattutto sugli ultimi elencati, vi sarebbe la necessità di interventi governativi che prescindono dalla querelle un po’ dottrinaria fra statalismo e liberismo perché è evidente che l’infrastrutturazione di un paese o la politica economica che regola la raccolta del denaro non può essere svolta esclusivamente da una singola regione, da un singolo comune o da una generica nozione di società civile. È vero altresì che i segnali che provengono dall’attuale classe politica di centrodestra, ma in parte anche di centrosinistra, vanno tutti in senso contrario. Tutti i segnali, dalla politica universitaria e scolastica a quella fiscale, dall’assenza di ogni forma di politica industriale al minacciato federalismo separatista, convergono verso la morte, questa volta sì, della questione meridionale, ma nel senso, banale e terribile assieme, della totale disattenzione verso i problemi, che esistono e crescono. Nonostante gli appelli, quasi sempre caduti nel vuoto, del Presidente Ciampi, del presidente della Confindustria Luca di Montezemolo e quelli un po’ retorici, un po’ di ruotine, dei partiti di opposizione.
È allora evidente che, per poter scendere nei particolari, per poter affrontare lo specifico, si tratti della collocazione geopolitica o della riconsiderazione della politica creditizia, è necessario ritrovare le energie intellettuali e politiche perché la questione meridionale venga collocata al posto che le compete. I meridionali, innanzitutto, dovrebbero scrollarsi da dosso il complesso acquisito in questi ultimi venti anni, nei quali si è voluto confondere il vecchio, autentico, rigoroso meridionalismo dei Giustino Fortunato e dei Guido Dorso con quello degli assistenzialisti, dei neoborbonici o dei revancisti.
No, la questione meridionale è una questione seria, che investe l’intero campo della cultura politica italiana, e non .a caso oggi si colloca, come si è detto, accanto alla questione settentrionale. Se l’intera classe dirigente del paese, vogliamo dirlo, le élites, non prenderanno coscienza della gravità della situazione, se non riusciranno a razionalizzare le spinte irrazionali che provengono dal Sud come dal Nord, sarà difficile arrestare il declino italiano. Un paese, come l’Italia, che deve e che può esercitare un ruolo centrale nella formazione della nuova Europa, non può presentarsi agli appuntamenti con la storia come un paese, per usare un vecchio termine di Giustino Fortunato, “scombinato”, nelle mani di una classe politica che non ha il senso delle proporzioni, non ha passione per le istituzioni e per la sua stessa storia, non ha, con ogni evidenza, le conoscenze necessarie per comprendere e interpretare il paese che il destino le ha affidato.