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Tutela del risparmio e conflitti di interesse (parte I)

Anche Lorenzo De’ Medici ne era al corrente

Di Francesco Fimmanò
Professore di Diritto Commerciale presso la Facoltà di Economia dell'Università degli studi del Molise
 
La tutela del risparmio è un tema di grande importanza ed investe la proprietà e la funzione di una Banca moderna. La redazione di www.repubblicanidemocratici.it ritiene che il Governo nazionale non abbia affrontato, finora, sufficientemente l'argomento e con il primo dei due articoli del Prof. Francesco Fimmanò, che inizia la sua collaborazione al nostro sito web, intende contribuire a far chiarezza sul tema.
 
I gravissimi casi Cirio e Parmalat, preceduti da episodi di collocamento di strumenti finanziari junk presso i risparmiatori, hanno aperto uno squarcio di forte discredito sul mercato finanziario italiano. Queste vicende infatti se da un lato non hanno generato in sé squilibri all’assetto industriale e bancario, dall’altro lato hanno minato quella fiducia degli investitori e dei finanziatori che, in un mercato asimmetrico come quello finanziario basato su una ricchezza invisibile, rappresenta la pietra angolare. Il crollo della fiducia allontana i risparmiatori dalle imprese, producendo di conseguenza una minore capacità di sviluppo e di investimento con inevitabili effetti sistemici. Il premio al rischio su strumenti finanziari legati alle società quotate italiane è salito, all’inizio del 2004, in controtendenza, con un effetto negativo in termini di capitalizzazione di borsa per oltre 100 miliardi di euro. L’impatto non riguarda solo le società quotate, in quanto l’effetto si ripercuote anche sulle pmi in termini di credit crunch ossia di razionamento del credito. Seppure la gran parte dei casi di insolvenza su corporate bond riguardino USA e UK (la metà rispetto al numero di operazioni e i due terzi dal punto di vista del loro valore), la questione è che questi paesi hanno mercati finanziari maturi e imprese con strutture finanziarie mediamente solide e quindi possono incassare i colpi dei fallimenti, il nostro paese viceversa non se li può permettere.
Epifanica del discredito sul piano internazionale è stata la rappresentazione offerta dell’affaire Parmalat dal Financial Times che ha titolato, all’indomani del clamoroso tracollo, high-risk companies in high-risk countries are junk. Indipendentemente dalle responsabilità e dalle sanzioni, occorreva un intervento serio e forte diretto a ristabilire, almeno prospetticamente, un clima di fiducia nel sistema-paese. Allo stato si può registrare che si è fatto molto rumore per nulla, ma proprio per nulla!
Ma quali sono le cause e gli effetti di questa stasi condizionata? A nostro avviso i conflitti di interesse sistemici e la mancanza di controinteressi.
Il vero dramma è che in Italia peraltro quanto accaduto è stato reso possibile da una catena di connivenze, responsabilità e soprattutto di conflitti di interesse, interni ed esterni alle imprese. Il Wall Street Journal Europe ha rappresentato l’intreccio anche un po’ provinciale di interessi finanziari, industriali e politici richiamando Lorenzo de’ Medici che nel 1473 scriveva "è dura la vita a Firenze per l’uomo ricco a meno che non controlli i poteri dello stato. E’ una strategia, quella di utilizzare l’autorità pubblica per ossigenare gli interessi privati, che Lorenzo perseguì nei 23 anni in cui si trovò a gestire la banca di famiglia”. Il giornale ne fa un paragone con le complicità e le connivenze che hanno creato il mostro Parmalat e ravvisa nello scandalo peculiarità tipicamente italiane con al centro le figure di questa sorta di baroni, adulati spesso senza ritegno indipendentemente dalla effettiva abilità imprenditoriale, e la cui manifestazione più eclatante e provinciale è emblematicamente rappresentata dal possesso della squadra calcistica cittadina.

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