Contenuto principale

Tutela del risparmio e conflitto di interesse. Il rapporto banca e impresa (parte II)

Un promemoria per il Governo nazionale

Di Francesco Fimmanò
Professore di Diritto Commerciale presso la Facoltà di Economia dell'Università degli studi del Molise
 
La tutela del risparmio è un tema di grande importanza ed investe la proprietà e la funzione di una Banca moderna. La redazione di www.repubblicanidemocratici.it ritiene che il Governo nazionale non abbia affrontato, finora, sufficientemente l'argomento e con il secondo dei due articoli del Prof. Francesco Fimmanò, che inizia la sua collaborazione al nostro sito web, intende contribuire a far chiarezza sul tema.
 
La vigilanza sugli intermediari che collocano le obbligazioni presso il pubblico dei risparmiatori e sui collocamenti stessi incombeva ed incombe alla Consob, che nei crack Cirio e Parmalat si è difesa denunciando la difficoltà di penetrare i porti delle nebbie degli stati canaglia off shore.
Il ddl sulla tutela del risparmio prevede norme sulla trasparenza delle società estere controllate da società italiane o a queste collegate o comunque parti di gruppi con operatività prevalente o rilevante in Italia, che non ci sembrano sufficienti. Ci pare molto pi˘ agevole ed efficace vietare, almeno entro certi limiti, alle società quotate di avere queste appendici in paesi eufemisticamente noti come paradisi fiscali (in black list) e che in realtà sono veri e propri paradisi criminali. Nessuna ragione di concorrenza tra ordinamenti e di competitività può giustificare che soggetti che operano, o sono quotati su mercati regolamentati, abbiano veri e propri buchi neri in luoghi sottratti alle regole di civiltà giuridica dei Paesi moderni e che finiscono col vanificare la cogenza degli ordinamenti di appartenenza delle società madri.
È semplicistico ritenere che per le società che sono incorporate in Italia e controllano società estere o che comunque fanno parte di gruppi internazionali, ma con dominante attività in Italia e la partecipazione in controllate o collegate, basterebbe prevedere che devono redigere i bilanci come se fossero italiani e applicare le regole e le responsabilità di corporate governance come se fossero in Italia". Basti pensare che nonostante le pressioni di Londra, la dipendenza inglese delle isole Cayman continua a rifiutarsi di applicare la direttiva europea sul risparmio e contro le frodi fiscali. E’ vero piuttosto che il problema dei paradisi legali assume centralità nella vicenda globale dei dissesti e quindi va risolto sul piano internazionale ed in modo transfrontaliero, al fine di evitare forme di concorrenza “al ribasso”.
Passando alle (dis)funzioni della Banca centrale, va ricordato che gli obiettivi dei sistemi di regolamentazione e controllo dei mercati finanziari sono la macrostabilità, la microstabilità, la trasparenza e la protezione dell’investitore. Negli ultimi anni gli ordinamenti evoluti hanno abbandonato l’impostazione tradizionale per soggetti passando ad un’impostazione per obiettivi innanzitutto a causa dell’assottigliamento della linea di demarcazione tra le diverse attività degli intermediari con l’emergere di conflitti di interesse all’interno degli intermediari polifunzionali (la c.d. banca universale), tra le funzioni di emissione e collocamento, di credito e di gestione del risparmio.
Questi conflitti si traducono in una immanente in efficacia della vigilanza considerato che chi regola la stabilità è favorevole inevitabilmente ad operazioni che riducono il rischio per le banche e chi assicura la trasparenza si deve istituzionalmente preoccupare di tutelare i singoli investitori garantendo tutte le informazioni possibili sul grado effettivo di rischio senza preoccuparsi se questo riduce i margini di guadagno dell’intermediario.


La funzione della Banca d’italia

Evidentemente le autorità tradizionali, tipo Banca d’Italia, tendono per loro natura a privilegiare l’obiettivo della stabilità dei propri soggetti vigilati rispetto a quelli della protezione dell’investitore o della concorrenza. Quindi se in passato la concentrazione delle funzioni poteva essere fisiologica, il passaggio al modello della banca universale ha prodotto un conflitto immanente tra le sue diverse funzioni: l’erogazione del credito alle imprese, la raccolta del risparmio, la gestione dello stesso, l’emissione ed il collocamento dei titoli partecipativi o di debito delle imprese spesso finanziate. Conseguentemente il conflitto produce un altro conflitto tra stabilità e trasparenza: che è proprio ciò che è accaduto nelle vicende in esame e che quindi esige una rapida soluzione normativa che vada oltre la previsione delle c.d. chinese walls.
Una riforma razionale e non eccessivamente destabilizzante imporrebbe molto pi˘ semplicemente l’accorpamento dei controlli di stabilità nella Banca d’Italia, quelli relativi alla trasparenza nella Consob, e quelli in materia di concorrenza all’Antitrust. Ciò anche perché l’attuale ordinamento, con una buona dose di strabismo, da un lato conserva una prospettiva settoriale, si pensi ad esempio alla vigilanza sulle assicurazioni o sui fondi pensione, e dall’altro una suddivisione per obiettivi, che però riguarda soltanto alcune attività di intermediazione.
Altra questione strettamente connessa è quella delle “relazioni pericolose” tra il sistema creditizio ed il sistema industriale e dei conseguenti conflitti di interesse che a seguito delle privatizzazioni bancarie è divenuto un tema assai delicato, considerato che lo scarso sviluppo di investitori istituzionali ha generato una crescente presenza di imprenditori privati tra gli azionisti degli istituti di credito. Lo sviluppo degli aspetti finanziari nello svolgimento delle attività d’impresa ha comportato l’assunzione di partecipazioni incrociate con la detenzione di quote di capitale delle banche da parte di gruppi industriali e la presenza di imprenditori e amministratori di questi ultimi negli organi di gestione. Si è assistito in particolare negli ultimi anni ad una corsa di industriali pesantemente indebitati a entrare nei patti di sindacato dei pi˘ importanti gruppi creditizi.
Non è arduo comprendere che questa improvvisa vocazione a diventare banchieri nasca da interessi per così dire extrasociali.
Anche su questo tema dopo le prime dichiarazioni del governo il tanto propagandato progetto di riforma si avvia ad un incredibile oblìo.