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La svolta d’Israele. L’indecisione dell’Europa

Di Ernesto Paolozzi
Professore presso l'Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli
 
Due avvenimenti, uno grande ed uno, per certi aspetti, traumatico imporrebbero una riflessione alla politica italiana che ha iniziato la lunga corsa verso l’elezione di un nuovo Parlamento.
Innanzitutto la svolta compiuta dal governo israeliano. Con i voti essenziali dell’opposizione laburista di Simon Peres, il governo di destra ha coraggiosamente avviato il ritiro dei coloni dalla striscia di Gaza. Un evento di grandissima rilevanza, che ha provocato un aspro dibattito, scissioni, proteste, e che si colloca come il fondamento di un nuovo progetto politico per l’intera terra d’Israele. A noi, spettatori esterni, interessa poco ricostruire la dialettica interna ai partiti israeliani, con l’evidente spaccatura del centrodestra e l’irata protesta dei tradizionalisti. Conta molto di più che il premier Sharon, che ha sempre rappresentato l’ala dura dello schieramento politico, abbia oggi deciso di voltare radicalmente pagina, tanto da meritarsi l’appoggio dell’intero partito laburista e modificando, nello stesso tempo, gli equilibri della politica internazionale in uno dei punti più caldi, più pericolosi, del mondo. Questa svolta avrà grandi conseguenze, delle quali è ancora impossibile prevedere gli esiti. Certamente pone l’amministrazione degli Stati Uniti americani, che vinca Bush o vinca Kerry le prossime elezioni, di fronte a nuove responsabilità e richiama, con tutta evidenza, anche l’Europa ad assumere un ruolo diverso. Oggi non è più possibile trincerarsi dietro le critiche al “fanatismo tradizionalista del sinismo”, ma ci si trova a doversi confrontare con una nuova politica, che tende alla pace e che non può, allo stato attuale, che ridarci speranze in una fase così buia e penosa.
L’Europa, invece, vive certamente una fase di crisi. Il Commissario indicato, lo spagnolo Barroso, si trova a dover gestire un momento difficilissimo nel quale è evidente una crisi di identità delle forze politiche europee che si dividono e si scontrano su fattori di non poco conto, come quelli della laicità dello Stato e sui contenuti della Carta costituzionale non ancora in vigore. Si delineano schieramenti abbastanza netti: i popolari e i socialisti in aperto contrasto, con i liberali al centro, che potrebbero fungere da essenziale elemento di mediazione.
Detta così la cosa, l’impressione che si ha è di crisi e di sfaldamento rispetto a quell’ideale di unità europea per il quale tutti ci siamo battuti in questi anni. Ma è anche vero che l’unità non è, di per sé, un valore, ed ha senso solo se è unità di distinti, se, insomma, è unità che garantisce il dissenso ed anzi lo concepisce come elemento vitale per la libertà. Quella che appare è una crisi che potrebbe anche essere un momento di crescita perché certo non è pensabile che tanti paesi che si uniscono possano sacrificare le loro identità politiche e culturali da un giorno all’altro. Anzi, è forse un segnale positivo che la polemica nata attorno alle probabilmente incaute dichiarazioni di Buttiglione si stia organizzando non soltanto in considerazione della provenienza, per così dire, geografica dei protagonisti, bensì attorno ad idee politiche trasversali che si richiamano alle grandi correnti del pensiero filosofico e politico dell’Europa: il socialismo, il liberalismo democratico, il cattolicesimo.