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MEZZOGIORNO, UN VADEMECUM

Secondo grave errore è stato quello di concepire una forma di federalismo che si è tramutata, in realtà, in un regionalismo pasticciato e confuso. Ci riferiamo alla cosiddetta riforma del Titolo V. Il decentramento regionalistico si è dimostrato in questi anni un fattore di grave crisi per il paese, che è regredito verso forme di parcellizzazione feudale. Non solo non ha creato nuovo sviluppo per le regioni, ma ha indebolito l’intero assetto giuridico istituzionale del paese, ha profondamente aggravato la crisi già forte della burocrazia, ha scoraggiato gli investimenti. Si è rivelato essere un fattore di spreco esorbitante, al quale solo da poco tempo si cerca di porre rimedio. Per quanto riguarda il Sud, il regionalismo non solo non ha creato nuove classi dirigenti, non solo non ha creato nuovi elementi di sviluppo economico, ma si è rilevato essere, come non era difficile prevedere, un elemento di ulteriore decadenza.

Il terzo grave errore è stato quello di pensare che il Sud potesse salvarsi soltanto attraverso l’utilizzo dei fondi strutturali aggiuntivi. I fondi europei. Il meccanismo burocratico con il quale questo tipo di intervento è stato pensato si è rilevato un meccanismo infernale. Innanzitutto questi fondi non sono stati di fatto aggiuntivi (come è nello spirito dell’intervento) ma spesso si sono rivelati sostitutivi dell’ordinario. Le regioni meridionali, inoltre, non sono state in grado, per preparazione tecnica e per volontà politica, di utilizzarli, se non in minima parte e spesso male.

Naturalmente costruire una nuova questione meridionale è oggi molto più difficile di un tempo. L’intervento dello Stato, del pubblico, ha mostrato limiti sul terreno del clientelismo politico, dello sperpero di risorse pubbliche e, se ci si può esprimere così, nell’aver impigrito la spontanea inventività dell’imprenditoria privata.  Ma, soprattutto, sono venute a mancare quelle risorse che garantivano, pur fra i limiti segnalati, l’intervento pubblico a sostegno dello sviluppo e dell’occupazione.

Senza cedere, dunque, alle lusinghe di un liberismo estremizzato secondo il quale lasciando a se stesse le popolazioni meridionali esse troverebbero da sole la via per uscire dall’arretratezza, è necessario individuare nuove strategie di intervento, molto selettive ed economicamente sostenibili.

 Investire nella logistica in un ampio orizzonte economico ed eticopolitico. Consentire al Meridione di accogliere le energie provenienti dai mercati orientali, dalla Cina all’India, che potrebbero trovare nei porti, nelle infrastrutture e nei sistemi integrati di connessione del Sud d’Italia, una formidabile base nel mediterraneo.

Investire nelle energie rinnovabili, come dire in un settore che garantirebbe investimenti duraturi, risparmi collettivi di lunga durata, miglioramento della qualità della vita.

Investire nel cosiddetto capitale umano, ossia nel sistema dell’istruzione e della formazione, investimento di lungo termine ma necessario per assicurare uno sviluppo costante e sicuro, al riparo, per quello che è possibile, dalle crisi congiunturali.

Rivedere le modalità di utilizzo dei fondi strutturali, rinegoziando le regole attuali con l’Unione europea.