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INTERVENTO DEL PROF. ADRIANO GIANNOLA, PRESIDENTE DELLO SVIMEZ

Quello territoriale è un nodo cruciale ben poco considerato, anzi accuratamente taciuto che non può essere eluso se si vuole impostare un’ azione di recupero per l’ intero sistema.

L’ azione necessaria al fine ripristinare condizioni favorevoli allo sviluppo comporta infatti una redistribuzione funzionale al riavvio di una convergenza dei territori visto che oltre il 60% dei posti di lavoro persi (circa un milione) tra il 2008 ed il primo trimestre del 2014 sono nel Mezzogiorno che contava, all’ inizio della crisi, meno del 28% del totale degli occupati. Un’area con oltre 20 milioni di abitanti nella quale la occupazione è scesa al di sotto dei sei milioni di addetti.

Per tale motivo il programma della prossima Agenda 2014-2020, relativa ai fondi europei va visto come un capitolo integrante e centrale di una strategia nazionale, una delle pochissime vie praticabili per iniziare ad uscire dalla crisi ammesso - e non concesso- che si sia capaci di superare la logica ghettizzante che dal 1998, nel delegare alle regioni fissazione degli obiettivi, attuazione e gestione dei progetti, ha di fatto mirato a stralciare il tema del Mezzogiorno dall’ ambito delle politiche nazionali. Ciò ha consentito una silenzioso progresso razionamento a sfavore del Sud dove le risorse riconducibili a politiche nazionali sono state significativamente sostituite da quei Fondi europei che avrebbero dovuto essere aggiuntivi a quelli ordinari.  Sintomatica a proposito la macroscopica  evidenza del crollo al Sud delle opere pubbliche, in assoluto e per quota.

A livello macro la micidiale austerità somministrata all’ economia dal 2011 nell’ intento di mettere “in sicurezza i conti pubblici” non  ha raggiunto lo scopo, anzi ha peggiorato tutti i parametri-obiettivo; se a ciò si aggiunge la prospettiva di dover adempire agli impegni del  “fiscal compact” e del pareggio di bilancio si riducono drasticamente gli spazi per una ripresa dell’ economia capace di contrastare la disoccupazione di massa. Non solo, gli effetti delle manovre, proprio perché basate su tagli particolarmente forti delle spese in conto capitale, hanno operato in misura fortemente asimmetrica incidendo proprio sulle aree più deboli. L’ effetto recessivo nel 2013  attribuibile alle manovre  si articola in una caduta di   0,8 punti percentuali nel Centro-Nord a fronte di ben 2,1 punti sui 3.5 punti della flessione del PIL meridionale. Una differenza macroscopica dovuta proprio al diverso effetto dei tagli delle spese in conto capitale. Più precisamente il maggiore impatto subito dal Sud nel 2012, per il taglio della spesa per investimenti è quantificabile in 1,7 punti percentuali (sui complessivi 2,1 punti ascrivibili alle manovre) a fronte dello 0,6% nel Centro-Nord.

Anche se, con eroico ottimismo, assumessimo che le manovre del passato siano state capaci di mettere i “conti in ordine” e di evitare di “mettere ulteriormente le mani nelle tasche dei cittadini” ed anzi, al contrario, consentano veramente di erogare “per sempre” i famosi 80 euro c’è da domandarsi cosa ci potrà garantire questo nuovo “stato di natura”. Temo che ci troveremmo a navigare in un’economia debilitata nella quale questa felice condizione da manuale garantirà nel medio lungo termine una oscillazione attorno al tasso di disoccupazione attuale che, realisticamente, al Sud supera il 28-30% ed al Nord sfiora il 15%: livelli, alla lunga socialmente insostenibili.

Come si è detto prima, la “ripresa”, annunciata per il 2014 (+0,8% per l’ Italia ed un probabile 0,0% al Sud), è ormai svanita e le previsioni sono di -1,5% al Sud, 0,0% al Nord e -0,4% in Italia; né le cose sono molto più rosee per il 2015 con una ulteriore flessione del PIL in vista per il Sud (-0,7%) ed un più confortante 1,3% al Nord, mentre sul fronte della disoccupazione non si prospetta nessuna inversione di tendenza. Al contrario procedono intensamente l’acuirsi delle disuguaglianze e l’ estendersi del fenomeno della povertà, anche in questo caso con virulenza e massima intensità nelle regioni meridionali . Sono numeri che ci dicono  quanto sia urgente iniziare ad assorbire la disoccupazione di massa che in tanto non determina ancora esplosioni sociali in quanto (specie al Sud) alimenta il lavoro nero e irregolare dell’ economia sommersa (al netto di quella criminale). 

Per uscire da una crisi troppo lunga.

Occorrono quindi fattori esogeni per schiodarci da questo insostenibile equilibrio. Certo può molto aiutare una auspicabile ripresa dell’ economia europea ma la nostra debolezza, evidenziata dai quindici anni di stagnazione che hanno preceduto la crisi del 2008, ci dice chiaramente che non sarebbe risolutiva.

In assenza (e/o a opportuno complemento) di una virtuosa  conversione della UE si rende perciò necessaria un’azione che non si limiti ad offrire una cornice di condizioni favorevoli ad uno spontaneo - e perciò illusorio - risveglio degli “spiriti animali” delle nostre imprese ma che si faccia carico di attivare un percorso sull’impervia strada di una più ampia partecipazione italiana al mercato  globale.

La crisi italiana e, al suo interno, l’asimmetria territoriale che la rende molto più pesante e dolorosa nel Mezzogiorno, è strutturale ed ha radici profonde. Essa non nasce nel 2008 quando per la prima volta il prodotto inizia a flettere. E’ una crisi di sistema che non casualmente dal 1995 induce a parlare dell’Italia come il grande malato d’Europa. L’impatto della crisi finanziaria ha solo reso evidente senza pietà la debolezza del nostro mitizzato modello di sviluppo. In questo contesto il Mezzogiorno paga molto più pesantemente il tentativo fallito di mettere i conti in ordine, unica preoccupazione del governo Monti, del governo Letta e - al momento - di questo governo.

Il deteriorarsi della situazione, la continua revisione al ribasso delle aspettative possono almeno imporre di fare chiarezza. E questo momento di verità ci dice una cosa: che la visione sottesa alla improvvida riforma dal Titolo V, era non solo fuorviante ma molto pericolosa. Il problema italiano veniva allora così presentato: l’Italia è una potente macchina che corre con il freno a mano tirato (il Mezzogiorno); se fossimo liberi dal Mezzogiorno saremmo veloci come la Baviera. L’allora ministro dell’economia così esponeva la “filosofia” dell’ esecutivo: « Paese duale . . . con un Nord che è la regione più ricca d’Europa e quindi del mondo, un Centro-Nord che sta nella media di Germania, Francia ed Inghilterra, e un Meridione che non cresce .. .. perciò [. . . serve un intervento particolare a favore del Sud e a tal fine . . . il federalismo fiscale . .  non è un salto nel buio, ma è proiettato su un decennio, con lo scopo di reintrodurre un criterio democratico di controllo dei cittadini sulle spese ». La vulgata Tremontiana si ritrova nel 2011 nella lettera  di risposta alle osservazioni europee incuranti del fatto che l’Italia aveva già perso, ben prima del 2008, decine di posizioni in Europa a partire dalla Lombardia, dal Piemonte, dal Veneto. Il Paese stava in retromarcia almeno dall’ ingresso nell’Euro-zona; a ben vedere, non aveva mai superato i problemi che nel 1992 portarono alla prima crisi finanziaria ed all’uscita dal Sistema Monetario Europeo. Non è certo per coincidenza che sempre nel 1992 si decretò la fine dell’intervento straordinario. Allora ci si affidò al salvagente di una grande svalutazione (oltre i 40% sul marco) e alla “concertazione” (cioè la “tregua” salariale) per concentrarsi sull’impegno prioritario posto dalla surreale “questione settentrionale”: la riforma del titolo V che avrebbe dovuto imporre responsabilità e disciplina alla parte malata del sistema.

Da quel momento e a questi scopi  il Mezzogiorno, con la Nuova Programmazione Economica pomposamente inaugurata nel 1998, viene esternalizzato, dato in outsourcing a un localismo incapsulato nelle politiche di coesione dell’Europa dalle varie Agende. Da allora la Questione non è più problema nazionale. I fondi strutturali divengono via, via sostitutivi delle risorse nazionali. Il risveglio da queste illusioni è oggi tanto salutare quanto drammatico. Mentre l’economia affonda si vagheggia la “ripresa della crescita” che ci garantirebbe un’ insostenibile stagnazione.

Perciò, quando si dice che non c’è domanda,e che per la ripresa occorre mettere i soldi in tasca alla gente si dice, a mio avviso, una colossale sciocchezza che non aiuta certo ad attenuare il rischio di desertificazione industriale: reale per il Nord, in fase di avanzata realizzazione al Sud.

Il fatto che le vicissitudini meridionali stiano condizionando pesantemente le sorti dell’economia sembra finalmente aver illuminato anche i federalisti più accaniti. Quello che ancora non è assolutamente chiaro è che il malridotto Mezzogiorno non è un oggetto sul quale recriminare ma un soggetto su cui puntare per arrestare questa crisi, per “cambiare verso”, come dice uno stucchevole slogan. Ma “cambiare verso” impone di dire qualcosa su metodi e norme; proporre di realizzare un disegno di politiche di sviluppo, il che non è lo stesso che proclamare l’ impegno a riforme “istituzionali” utili ma non certo decisive neanche a rimetterci sull’ equilibrio di stagnazione al quale intanto si anela.

Solo,per tornare alla non smagliante livello del 2007 occorre recuperare un 10% del PIL nazionale  (oltre del 15% nel Mezzogiorno) e l’ ipotesi di un fantomatico ritorno alla crescita (cioè alla stagnazione all’ 1% degli anni che precedono il 2007) apre prospettive di decenni durante i quali lo sfarinamento strutturale del sistema non farebbe che progredire. Occorre ben altro per rimettere il sistema su tassi di sviluppo almeno al 3%, (ed oltre il 3% proprio al Sud).

Certo non ci sono miracoli all’orizzonte, ma il coraggio di praticare nuove strade oggi è un dovere, un’ esigenza di sopravvivenza del Sistema Italia. Da questo punto di vista un richiamo alla storia non tanto remota dei nostri “miracoli” sarebbe salutare per passare dalla rottamazione alla rigenerazione. Da questo esercizio risulterebbe evidente quanto il contributo del Mezzogiorno possa, come allora, essere decisivo.

Il combustibile di una ripresa dello sviluppo è la dimensione euro mediterranea che l’ Italia ha finora ignorato sia con riferimento ad una seria politica per la sponda sud sia, ancor di più, per cogliere l’ enorme potenziale che la nuova centralità mediterranea dei traffici mondiali offre alle nostre sponde.

Questa strategia, impone coraggio e cultura, per assumere un ruolo attivo e promuove alleanze nell’Unione tese ad aprire l’ accesso all’Europa da Sud. In concreto il “cambiamento di verso” non può che camminare sulle gambe di una “rivoluzione logistica” ad ampia scala, che chiama ad una precisa politica di fiscalità di vantaggio e, in stretta connessione, ad una visione della gestione delle risorse naturali (dall’ acqua al petrolio alle energie rinnovabili) coerenti ad obiettivi categorici di riduzione della dipendenza nazionale, di sostenibilità ambientale, di controllo delle emissioni, alla rigenerazione urbana di vaste aree metropolitane e alla rifunzionalizzazione produttiva di altrettanto vaste aree interne.

Sarebbe un segnale di scarsa intelligenza se subordinassimo i tempi e le scelte necessarie per imboccare questa strada a (fantomatiche o reali) “riforme istituzionali”, nell’ attesa degli auspicabili ausili che la verve riformatrice può dare. Ci sono gli strumenti già oggi per definire priorità e rendere effettive le scelte di fondo. L’ urgenza è quella di parlarne per chiarire e definire obiettivi e priorità da proporre e passare immediatamente all’azione. 

Desertificazione ed emigrazione, soluzione finale della Q.M.?

E’ opportuno allora tornare a parlare delle urgenze, e prenderne adeguata consapevolezza. Si è già detto che da sei anni lo stock di capitale produttivo netto è in contrazione.

 Non si parla degli investimenti lordi che troviamo regolarmente nelle statistiche, che pure sono crollati in 10 anni del 45%. Si parla piuttosto dello stock di capitale netto che è l’insieme dell’ apparato produttivo a disposizione del Paese e che ogni anno dovrebbe fisiologicamente crescere in funzione del saldo tra nuovi investimenti e egli  ammortamenti che rappresentano il reintegro del capitale “consumato” nella produzione. Il fatto che dal 2008 lo stock di capitale netto si contrae significa perciò che i “nuovi investimenti” non compensano il “consumo” di capitale con l’ effetto di ridurre la base produttiva del Paese. Di qui l’allarme sulla desertificazione particolarmente intensa proprio per l’industria manifatturiera, cioè del cuore dell’Italia che produce. Un simile fenomeno non congiunturale, in evidenza da anni è il drammatico annuncio di una perdita di prospettiva per il futuro del Sistema Italia nel suo complesso.

Questa patologia è non casualmente complementare ad un altro aspetto via, via più inquietante resa evidente dalla dinamica demografica del Mezzogiorno,il luogo dove si concentra la disoccupazione di massa, specialmente giovanile.

Mi riferisco al dato ormai strutturale della ripresa di flussi migratori che da circa dieci anni si ripropongono in forma nuova, rispetto al passato, e tale da prospettare non trascurabili effetti di medio - lungo termine.

Di fronte a segnali così chiari, sullo spreco crescente di capitale umano, invece di riaprire con urgenza il dossier dello sviluppo, ci si attarda come d’uso a prospettare di risolvere il problema con l’ennesima “riforma”, puntando a ridurre garanzie dei “privilegiati” titolari ancora di garanzie sul loro posto di lavoro (la principale è la cassa integrazione). Non sembra rilevante che là dove c’è più disoccupazione i “privilegiati” siano una sparuta minoranza quasi in estinzione, dove la base produttiva si assottiglia più rapidamente e le opportunità diventano molto remote. Serve mettere in competizione chi lavora con chi non lavora? E una volta che il “giovane” prenderà il posto dell’altro non più garantito ci sarà semplice sostituzione o un’ondata di piena di occupazione aggiuntiva? Sembra ovvio, specie per chi guarda dal Sud, che di aggiuntivo avremmo ben poco al di un problema addizionale di assistenza. Nell’ attesa dello sviluppo un giovane cosa può fare? C’è un teorema in economia proposto da Hirschman e che si riassume in due parole: exit e voice. Il giovane che fa? Non protesta, non chiede più: voice, ma se ne va: exit. Nell’attesa dello sviluppo abbiamo perso 400.000 giovani in meno di 10 anni e gran parte di questi sono il meglio della gioventù meridionale.

Il ritorno dell’ emigrazione di massa è stato segnalato e documentato - ad esempio - dai rapporti SVIMEZ. Un esodo che se per dimensioni assolute è più contenuto rispetto al passato, può avere conseguenze particolarmente rilevanti con effetti ben diversi da quelli sperimentati nei lontani anni Cinquanta e Sessanta.

Il fenomeno prospetta una crescente selettività i cui effetti strutturali, se non governati e controllati con urgenza, incamminano il Sud verso un’ involuzione, capace di inaridire nel giro di due decenni quel Capitale Umano che è il vero patrimonio di queste regioni. Se ciò avvenisse, anche in forma parziale, la debolezza strutturale dell’ economia che è all’ origine di queste dinamiche, risulterà non solo confermata ed aggravata ma legittimerà la sbrigativa liquidazione della Questione come un puro, fastidioso, problema di assistenza.

Si è fatto riferimento  a questo processo come ad un lento, inesorabile “tsunami demografico” capace di erodere e stravolgere, con la riduzione di oltre due milioni di giovani al di sotto dei trenta anni, la fisiologica piramide demografica. Una tendenza che fa prevedere che attorno al 2035 la quota degli ultra 75 enni al Sud supererà quella del resto del  Paese caratterizzando le nostre regioni come quelle ove si concentra la quota più anziana e meno fertile della popolazione. Mentre la speranza di vita cresce al Sud e al Nord, al negativo impatto demografico concorre la riduzione della fertilità scesa al Sud dal 1998 al 2010 da 1,36 a 1,34 figli per donna, a fronte di un aumento al Nord da 1,12 a 1,42. In entrambi i casi siamo al di sotto della soglia minima (2,1 figli per donna) per assicurare il ricambio generazionale. La prevedibile trasfusione degli immigrati mentre sarà in grado di compensare il deficit al Nord non riuscirà a farlo al Sud.

Già al 2011 la popolazione residente nel Mezzogiorno, al netto degli immigrati, è in contrazione di oltre duecentomila unità.

La proiezione al 2065 della popolazione nelle due aree del Paese tenendo conto delle dinamiche migratorie interne e dei parametri appena evidenziati (speranza di vita, fertilità, ecc.). Ne risulta una prospettiva di drastico ridimensionamento della quota di residenti nelle regioni del Sud che passa dal 34,3% del 2012 al 27,3% del 2065 con una perdita di oltre 4 milioni di unità.

Guardando più in dettaglio ai caratteri del fenomeno, è evidente la dinamica contrastante nelle aree metropolitane del Sud (in declino) rispetto alla crescita di quelle del resto del Paese. Entrando nel merito qualitativo della struttura dei flussi migratori mentre si ha una riduzione della componente senza alcun titolo di studio o con licenza elementare ed è stabile quella con licenza media inferiore, cresce la componente di emigrazione interna potenzialmente più preziosa e cioè quella con titolo di studio più elevato. Dai 12592 del 2000 si passa ai 25058 laureati del 2012 che cercano sbocchi al Nord.

Se quelli con laurea presentano la dinamica più intensa, ancora in prima posizione troviamo la componente di emigrati con diploma superiore e accesso all’ università. Queste due componenti rappresentano nel 2012 oltre il 60% del fenomeno. Similare è la dinamica dell’ emigrazione verso l’ estero (il cui peso supera di poco il 16% del totale).   A proposito della componente più consistente, quella con titolo di studio superiore ed accesso all’ Università, va detto che in questa categoria si trova una quota importante di giovani che senza attendere la laurea, abbandona il Mezzogiorno già al completamento della scuola superiore iscrivendosi direttamente ad un ateneo del Centro-Nord. Attualmente il fenomeno riguarda un 25% dei neo-diplomati , il che può dar conto del fatto che, nel quadro di una generale, preoccupante riduzione nazionale del tasso di iscrizione all’ università dei neo-diplomati, c’è un differenziale alquanto forte a sfavore del Mezzogiorno che tende ad ampliarsi proprio in coincidenza con l’ inizio della grande crisi .

Difficile etichettare queste dinamiche come una fisiologica mobilità territoriale (non fosse altro perché rigorosamente a senso unico); più sensato parlare di emigrazione senza seria prospettiva di rientro. Questa emigrazione, sempre più precoce e di qualità, incide pesantemente sui caratteri e la consistenza della gioventù che resta, quindi sulla dotazione e la qualità del capitale umano. Essa, inoltre, impone  oneri diretti e indiretti particolarmente forti ai territori di partenza. Ogni ragazzo che abbandona il suo territorio porta con sé in dono al luogo di approdo il costo della sua formazione e, in aggiunta, anche quando lavora - dati i livelli retributivi che riesce a spuntare e la precarietà della sua posizione -  necessita di norma di un sostengo economico da parte della famiglia di partenza. Si configura così una sorta di rimessa per gli emigrati che è l’ esatto contrario di quanto avveniva negli anni ’50 quando l’operaio meridionale immigrato finanziava la sussistenza dei famigliari rimasti al paese.

I meccanismi “migratori” di oggi contrastano radicalmente rispetto e quelli del passato quando essi erano parte essenziale della strategia della riforma agraria orientata a garantire spazi all’ industrializzazione del Sud e del Nord. Se allora gli emigrati potevano partire portando simbolicamente con sé i beni salario per il loro sostentamento, contribuendo al contempo (a caro prezzo personale) a consolidare la ricchezza anche delle regioni di partenza, oggi il sempre meno ricco “sottosviluppo dipendente e assistito” ha intrapreso un lungo percorso di impoverimento esportando congiuntamente al suo miglior capitale umano quote della sua ricchezza cumulata. Una lenta regressione, silenziosa e strutturale che da qui a trent’ anni, come annunciano le tavole di transizione demografiche, potrà consegnarci un Sud ancor più dipendente ed assistito, e farci scoprire, infine, che con  la Questione Meridionale risolta per eutanasia, l’ Italia ha è tornata al rango di espressione geografica

Un’ ultima considerazione. E’ sconfortante che di tutto ciò se ne discuta a Napoli, dovremmo farlo a Milano per confrontarci sul terreno di una difficile ma necessaria opera di chiarimento e di analisi su quali siano oggi gli interessi comuni e per individuare azioni e priorità. Sarebbe una saggia applicazione della voice. Certo non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire il che,mi sembra, che favorisca al Sud una crescente propensione ad applicare, come i nostri giovani sono costretti a fare, l’exit vagheggiando un’ ipotetico partito del Mezzogiorno. Sarebbe, a mio avviso, un exit dall’Italia per arroccarsi in un improbabile“ridotto della Valtellina” poco funzionale ad una strategia di sviluppo. Noi dobbiamo combattere a Milano questa battaglia, abbiamo molto da dire non per polemizzare o recriminare ma per proporre problemi e formulare risposte sensate con le quali far fronte alla deriva che sta minando l’ Italia.