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INTERVENTO DEL PROFESSORE VINCENZO MAGGIONI, ORDINARIO DI ECONOMIA AZIENDALE, SECONDA UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI

Alcuni dati “macro”

Volendo sintetizzare il quadro che caratterizza oggi il Mezzogiorno d’Italia da un punto di vista economico-sociale, si può fare ricorso ai numerosi dati statistici disponibili che originano da vari Istituti e Centri di ricerca[1], così di seguito sintetizzati:

  • tra il 2007 e il 2013 il Mezzogiorno ha evidenziato una perdita del PIL di 47,7 M.di di euro, vale a dire -13,5 punti percentuali;
  • nello stesso periodo è possibile osservare un peggioramento di circa 2 punti percentuali del rapporto fra PIL pro-capite del Mezzogiorno e PIL pro-capite del Centro-Nord, passato dal 57,5 al 55,6%;
  • l’occupazione complessiva è diminuita di 617mila addetti;
  • il tasso di disoccupazione giovanile, riguardante la popolazione compresa nella fascia di età 15-24 anni, è aumentato di quasi 20 punti percentuali, passando dal 32,3% del 2007 al 51,6% del 2013;
  • gli investimenti pubblici e privati sono calati del 34%, con punte superiori al 45% nell’industria in senso stretto;
  • si è assistito ad un complessivo ridimensionamento della struttura imprenditoriale, che nel solo 2012 ha visto 131mila imprese cessare la propria attività;
  • è cresciuta l’emigrazione, soprattutto quella giovanile e dei “cervelli”, con un progressivo depauperamento di quella che è stata da sempre considerata la principale risorsa endogena delle regioni del Sud Italia;
  • si è assistito ad un crescente peggioramento della qualità della vita.

Continuando, sulla base dei dati riferiti all’ultimo anno, e richiamando quelli relativi ai consumi e agli investimenti pubblicati da Prometeia, va osservato che mentre i consumi delle famiglie italiane a prezzi costanti si sono ridotti delle regioni meridionali nel 2013 del -3% (contro il -2,4% del Centro-Nord), la contrazione degli investimenti fissi lordi è stata del -6,5% nel Mezzogiorno (-4,2% nel Centro-Nord). Consistentemente maggiore il calo degli investimenti delle imprese con oltre 20 addetti misurato dalla Banca d’Italia: -10,8% nel Mezzogiorno, contro -0,4 nel Nord Ovest e -6,2 nel Nord Est. E nella stessa direzione si muovono per il Mezzogiorno altri dati, quali l’export (-8,7%), il V.A. industriale (-8,3%), il V.A. nel settore delle costruzioni (-7,5%), tutti in forte calo nel corso del periodo oggetto di attenzione.

Come si vede, e ancor più facendo riferimento ai dati esposti nella sua relazione dal prof. Giannola, siamo di fronte ad un vero e proprio “bollettino di guerra” per i devastanti effetti che in termini economici e sociali l’attuale crisi mondiale sta generando su un territorio che, a partire dalla seconda metà dell’ottocento, si è sempre caratterizzato per un ritardo di sviluppo, pur presentando una superficie complessiva ed una popolazione residente di dimensioni rilevanti e una ricchezza di patrimonio culturale e paesaggistico che trova poche possibilità di confronto a livello mondiale.

Fare impresa nel Mezzogiorno

E’ evidente che, stanti i valori assunti dagli indicatori economici poc’anzi richiamati, non può nascondersi che la rarefazione del sistema produttivo manifatturiero e le condizioni di sfiducia che sono alla base dell’emigrazione della popolazione giovanile segnalano una scarsa propensione imprenditoriale e ridotte condizioni competitive e capacità di attrazione degli investimenti esogeni ed endogeni da parte dei territori meridionali.

Per dare un’idea delle crescenti difficoltà incontrate nel Mezzogiorno nell’avviare nuove attività produttive e nel mantenere in attività quelle precedentemente esistenti, può essere utile richiamare i risultati della classifica delle regioni italiane costruita sulla base del valore assunto dall’indice di disagio imprenditoriale, calcolato anche per il 2014 da Fondazione Impresa[2]: secondo tale indice, determinato considerando l’andamento di un sistema composito di 12 indicatori facenti riferimento alle criticità del contesto economico e imprenditoriale specifiche di ciascuna area territoriale, sei delle sette regioni che occupano i primi posti in questa graduatoria negativa esprimente i diversi livelli di intensità del disagio sono meridionali (Sicilia, Basilicata, Campania, Calabria, Sardegna e Molise). Fra i principali motivi di disagio figura il ridotto tasso di sopravvivenza delle imprese, la fase recessiva dell’economia, il credit crunch alle piccole aziende, i più onerosi tassi d’interesse passivi pagati dalle imprese.

Restando sull’argomento, può essere anche interessante richiamare i principali risultati di una ricerca realizzata nel 2004 dalla Facoltà di Economia della Seconda Università di Napoli in cui è stata effettuata una stima dei maggiori costi sostenuti dalle imprese quale conseguenza della localizzazione della propria attività in una specifica area territoriale dell’Italia meridionale[3]. Il presupposto di un tale assunto risiede nella circostanza che esistono alcuni fattori, che assumono rilievo nel funzionamento di un’impresa, i quali impattano negativamente sul conto economico aziendale, determinando quello che può essere definito il “doppio gap” per le imprese meridionali.

Esiste, infatti, un primo gap rappresentato dal basso grado di competitività del “Sistema Italia” nel panorama competitivo internazionale. E’ opinione diffusa, al riguardo, che esistono nel nostro Paese alcuni fattori che influenzano inesorabilmente la debolezza della nostra capacità competitiva se confrontata con altri contesti territoriali. Oltre alle componenti strutturali già richiamate nei dati in precedenza evidenziati (crescita del PIL e del V.A., disavanzo pubblico, struttura dell’import e dell’export, etc.), sussistono altri elementi che giocano un ruolo più direttamente influenzante le performance ed i comportamenti delle imprese, quali, ad esempio: il divario nella produttività del lavoro, la maggiore costosità di alcuni fattori della produzione, la rigidità esistente nel mercato del lavoro – su cui proprio di questi tempi si sta assistendo ad un impegno dell’attuale governo – la scarsa dotazione di alcuni fattori strategici, i bassi investimenti in ricerca, la perdurante inefficienza della Pubblica Amministrazione, l’elevato livello di tassazione fiscale. Questo basso livello di competitività si traduce sostanzialmente in una maggiore onerosità della gestione delle attività imprenditoriali localizzate nel nostro Paese, in una ridotta capacità di attrazione degli investimenti produttivi sul territorio nazionale ed in una crescente propensione alla delocalizzazione di attività in altri Paesi in cui le convenienze economiche o i livelli di efficienza infrastrutturale sono maggiori rispetto a quelli riscontrabili in Italia.

Vi è poi un secondo gap tutto interno al Paese, che penalizza le imprese meridionali nella competizione con le analoghe attività svolte nel Centro-Nord Italia: quello connesso alla scelta di localizzarsi in aree caratterizzate da un forte divario economico, infrastrutturale e sociale rispetto alla parte più sviluppata del Paese. E ciò per effetto della presenza di fattori generatori di primari aggravi di costo e di ricavo, quali la criminalità, il costo a cui viene erogato il credito, le inefficienze del mercato del lavoro, il sistema delle infrastrutture economiche, le inefficienze della pubblica amministrazione, la qualità e quantità delle forniture di energia elettrica, la tipologia, disponibilità e qualità dei servizi alle imprese, e la diffusione e il funzionamento dei sistemi regionali per l’innovazione. Nella ricerca condotta dalla SUN l’incidenza di detti fattori sui bilanci economici delle imprese è stata misurata in termini differenziali confrontando un campione rappresentativo di aziende della prov. di Napoli con un analogo campione sovrapponibile per dimensioni e settore riferito alle imprese localizzate nella prov. di Parma. In termini aggregati è stato stimato che i fattori alla base del gap ambientale generano per le imprese napoletane una riduzione dei ricavi pari a circa il 26% e un aggravio complessivo dei costi di gestione di poco più dell’8% rispetto a quanto accade nella provincia di confronto avente sede nell’Italia Settentrionale.

L’industria manifatturiera

A questo punto del discorso è interessante capire qual è il ruolo svolto dall’industria manifatturiera, sia a livello meridionale che internazionale. Esiste, infatti, un falso teorema che ha preso largamente piede nel corso di questi ultimi anni, secondo cui a fronte dello spostamento delle attività manifatturiere nei paesi in via di sviluppo, caratterizzati da un basso costo della manodopera e da una legislazione meno incidente sulle scelte aziendali, la nuova vocazione dei “paesi avanzati” sarebbe costituita da un consistente sviluppo delle attività terziarie - e del terziario avanzato in particolare – e, per il nostro Paese, da una crescita dei settori del turismo e dell’utilizzo dei beni culturali, che potrebbero da soli ampiamente sostituire le quote di PIL e di V.A. perdute nel corso di questi anni da una contrazione delle attività manifatturiere.

E’ evidente l’erraticità di tali posizioni. In primo luogo perché si cerca addirittura di porre in alternativa lo sviluppo del terziario avanzato a quello dell’industria manifatturiera, perdendo di vista che il primo senza la seconda non ha ragione di esistere e che proprio nei Paesi caratterizzati da condizioni economiche più avanzate si sta affrontando il problema della competizione globale attraverso una visione sistemica ed integrata della manifattura insieme alle attività terziarie perché solo la loro congiunta presenza riesce a dare sostanza e vigore allo sviluppo dei territori e ad incidere sulla creazione di ricchezza e di nuovo valore aggiunto. In secondo luogo perché l’effetto sostituzione dei settori turistico-beni culturali con il manifatturiero non regge né ad un’analisi di peso specifico che ciascuna delle due attività può esercitare in termini di contributo alla produzione del PIL, né ad un’esigenza di rispondere in tempi brevi ai processi di desertificazione industriale di molte aree in precedenza caratterizzate da una forte vocazione produttiva, considerata la dimensione degli investimenti indispensabili ed il tempo necessario perché si possano ottenere risultati che siano quantificabili con valori che assumano rilevanti dimensioni complessive. Non vanno, infatti, sottaciute la complessità degli interventi necessari in una molteplicità di settori influenzanti la capacità attrattiva di un Paese nel comparto turistico, l’agguerrita competizione mondiale e la qualità dell’offerta esistente ormai a livello planetario, e i grandi interessi che il settore movimenta sia a livello politico che finanziario. Un tale disegno strategico per il nostro Paese sembra essere di difficile realizzazione, dovendosi coniugare una visione sistemica del problema ed impegnativi interventi che solo nel lungo termine possono offrire condizioni di realizzabilità e di profittabilità con gli interessi di una classe politica che ha sempre mostrato di avere una visione di “corto raggio”.

Tornando alla manifattura, confrontando ciò che è accaduto a livello mondiale con la situazione che ha invece caratterizzato il nostro Paese, emerge una situazione del tutto opposta: tra il 2000 e il 2013, mentre la produzione manifatturiera mondiale è cresciuta del 36%, con situazioni differenziate per le diverse aree territoriali ma ancor di più nell’ambito delle varie tipologie di settori, in Italia si è registrata una caduta verticale del 25%, che - eccezion fatta per il comparto alimentare - ha interessato un po’ tutti i contesti merceologici, anche quelli che nel periodo oggetto d’esame hanno evidenziato performance particolarmente brillanti a livello mondiale[4].

Focalizzando l’attenzione sull’ultimo periodo temporale, quello più interessato dalla dinamica critica dell’economia mondiale, può osservarsi che in Italia, tra il 2007 e il 2013, si è registrata una contrazione costante della produzione, misurabile in un -5% medio annuo, che non ha alcun riscontro nei più importanti paesi manifatturieri rispetto ai quali è nostra abitudine confrontarci. Nei due ultimi censimenti, in particolare, si rileva che l’industria manifatturiera ha perso nel nostro Paese oltre 100mila unità locali e quasi 930mila addetti. Con un trend negativo che è continuato anche successivamente all’ultimo periodo di osservazione, vale a dire nel 2012-2013.

Per quanto riguarda il Mezzogiorno[5], la situazione registrata è stata ben più grave di quanto osservato a livello nazionale o ancor di più rispetto alle aree economicamente più avanzate del Paese, sia in termini di densità manifatturiera (Numero di U.L. x 1.000 residenti) che di tasso di industrializzazione (percentuale di  addetti manifatturieri su totale addetti). Infatti, il settore manifatturiero ha ridotto di un quarto il valore della propria produzione, di poco meno gli addetti ed ha quasi dimezzato gli investimenti, aspetto quest’ultimo particolarmente grave se si pensa che gli stessi siano stati addirittura insufficienti a compensare il solo deprezzamento fisico del capitale già investito, così determinando una vera e propria erosione dello stock di capitale netto investito nell’area. Valga per tutti il dato sul peso che il V.A. dell’industria manifatturiera ha assunto nelle regioni del Sud Italia: esso è sceso dall’11,2 al 9,2% tra il 2007 e il 2012 (contro un valore, riferito a quest’ultimo anno, del 18,7% per il Centro-Nord), ben lontani dal target del 20% fissato dall’Unione Europea nella nuova strategia di politica industriale.

Molti sono i motivi che danno origine e giustificano l’esistenza e la dimensione di questo fenomeno: in primo luogo, il calo della domanda interna, che ha drasticamente ridotto la capacità di assorbimento del principale mercato di sbocco sia dei beni finali di consumo che dei prodotti intermedi. La consistente diminuzione della domanda interna, solo in parte compensata dal contributo offerto, soprattutto negli ultimi anni, dalla domanda estera e, quindi, dalla capacità esportativa delle imprese italiane, è forse la principale responsabile delle due fasi recessive che si sono succedute negli ultimi sei anni (2008-2009 e 2011-2013). Basti pensare che nel 2013 la domanda interna italiana ha assunto un valore del 5% inferiore a quella risultante nel 2000 e che nel 2014 il fatturato interno dell’industria manifatturiera viene stimato pari a -28% rispetto al picco di attività registrato prima della crisi economica.

Tra le altre cause che stanno alla base del ridimensionamento dell’industria manifatturiera vanno poi considerate la forte quotazione dell’euro rispetto alle principali valute estere, che ha rappresentato un vero e proprio svantaggio competitivo per la maggiore costosità dei nostri prodotti sui mercati mondiali e l’impossibilità di operare svalutazioni mirate al superamento di difficili fasi congiunturali; l’aumento in termini reali del costo del lavoro che non è stato compensato da auspicabili incrementi di produttività (addirittura nel 2013 il costo del lavoro per unità di prodotto – CLUP - è stato del 20% superiore a quello rilevato nel 2007); le restrizioni che hanno caratterizzato il credito bancario, conseguenti sia all’applicazione dei nuovi principi di Basilea 2 e 3, sia al deterioramento dei livelli di redditività delle imprese che, in linea generale, in un periodo di difficoltà così intense come quelle tuttora in essere, hanno orientato le proprie scelte gestionali più verso strategie di sopravvivenza che di espansione. Non va poi sottaciuta la rilevanza che un altro fenomeno ha assunto nel nostro Paese, e sull’importanza del quale torneremo più avanti nella relazione: l’assenza, nelle scelte dei governi che si sono succeduti dagli anni ’90 ad oggi, di una vera politica industriale. Molti settori, sia quelli rappresentanti il futuro che quelli caratterizzanti la nostra tradizione del “Made in Italy” - quasi sempre settori “maturi”, che si sono trovati in non pochi casi a competere in termini di costo con Paesi emergenti, caratterizzati da differenziali economici a loro molto favorevoli -  sono stati abbandonati nei loro processi di sviluppo al proprio destino ed alle capacità imprenditoriali autonome dei singoli titolari d’azienda, laddove traiettorie tecnologiche sofisticate, spesso di non facile accessibilità ad operatori solitamente impegnati con attività di piccola dimensione, avrebbero richiesto una guida ed un sostegno per indirizzare e rendere meno rischiosi gli investimenti necessari.

Viene a questo punto da chiedersi quali sono le tendenze in atto che stanno caratterizzando i sistemi produttivi mondiali e che andrebbero considerate per delineare i percorsi da seguire anche da parte del nostro Paese nonché per impostare scelte di politica economica coerenti con un moderno progetto di sviluppo.

Secondo Confindustria, a livello mondiale stanno in primo luogo emergendo nuovi poli manifatturieri che aggregano più paesi intorno a grandi baricentri produttivi, con un interscambio che riguarda sempre più semilavorati e con una frammentazione delle filiere produttive sempre più caratterizzate da una dimensione internazionale. Un secondo importante fenomeno che sta caratterizzando i più importanti paesi mondiali fa riferimento alla ripresa d’importanza della prossimità fisica delle produzioni ai centri decisionali delle imprese. L’esperienza USA può in questo caso diventare una pietra miliare per indicare il passaggio innovativo che si sta percorrendo in alcune importanti realtà economiche: grazie agli sforzi profusi dal Governo Federale, negli Stati Uniti è in atto un processo inverso rispetto a quello che negli ultimi vent’anni ha visto delocalizzare le attività manifatturiere in paesi in via di sviluppo. Si stanno, infatti, rilocalizzando sul territorio nazionale quote importanti di attività produttive in precedenza trasferite in aree emergenti. Con un effetto rilevante anche in termini di diffusione e concentrazione dei “saperi”, che in precedenza si erano gradualmente andati ad accumulare nei luoghi in cui sono state spostate le attività produttive e che oggi tornano a concentrarsi nuovamente nei loro luoghi di origine.

Un ultimo fenomeno riguarda il crescente e sempre più diffuso ricorso, proprio da parte dei paesi più liberisti e difensori dei principi della libera concorrenza, alle scelte di politica industriale, attraverso le quali s’incide più o meno intensamente sui processi di sviluppo economico, favorendo specifici territori e/o particolari settori produttivi.

La politica industriale

L’osservazione di quanto sta accadendo a livello mondiale fa, infatti, prendere coscienza che nell’attuale fase di sviluppo economico si sta sempre più assistendo ad una crescita d’importanza e a un riposizionamento nel ruolo di indirizzo strategico dei processi di sviluppo della politica industriale, che sta portando a riaffermare il concetto che la crescita di un territorio è sempre più legata allo sviluppo manifatturiero declinato in una serie di specifici ambiti produttivi.

Osservando le tendenze in corso emerge sempre più che le politiche industriali sono un elemento fondamentale dei programmi di governo e delle scelte di politica economica, pur nella limitatezza delle risorse pubbliche disponibili. E si afferma il convincimento che la prosperità dei cittadini, la crescita della qualità della vita nei diversi territori, lo sviluppo delle potenzialità occupazionali, la valorizzazione locale dei giovani talenti ed altri fenomeni ancora siano fortemente influenzate dalle politiche pubbliche deliberate dai governi dei vari Paesi.

A tutto ciò si accompagna l’idea che appare indispensabile disporre in un determinato “Sistema Paese” di una pluralità di strutture produttive geograficamente localizzate, capaci di aggregare in un sistema reticolare la pluralità di attori coinvolti nelle diverse fasi della catena del valore - che diventa così il risultato della rete piuttosto che dell’agire individuale - nell’ambito delle quali si possano generare e diffondere le conoscenze. Da qui uno spazio di manovra per l’intervento pubblico, che può favorire l’aggregazione in un’ottica sistemica di attività imprenditoriali e attività di ricerca intorno a progetti industriali e a location territoriali innovative.

Le esperienze tedesca, statunitense, inglese, francese, ma anche coreana e giapponese, sono un esempio di come il problema dello sviluppo economico sia stato affrontato e si stia affrontando in altri Paesi. Per tutti, vale la pena citare quanto sta accadendo in Germania[6], che tra i Paesi appartenenti all’area delle economie avanzate rappresenta un interessante modello virtuoso di collaborazione pubblico-privato nel campo dell’innovazione industriale.

In particolare, attraverso la German Federation of Industrial Research Association (cui partecipano circa 50mila imprese ed oltre 700 istituti di ricerca) viene dato supporto finanziario interamente pubblico per promuovere ricerche e processi di innovazione nelle PMI (con un impegno finanziario di circa 500 Ml.ni di € annui).

Altro esempio è rappresentato dall’Istituto Fraunhofer, avente come finalità quella di facilitare la trasformazione dei risultati della ricerca di base in prodotti commerciali, ed operante con un budget di 2 M.di di euro annui cofinanziati da imprese e Stato. Ad esso il Governo Federale ha assegnato l’obiettivo di stimolare la specializzazione dell’industria tedesca in cinque aree di sviluppo, creando 15 distretti tecnologi altamente specializzati – gli Spitzencluster – distribuiti su tutto il territorio nazionale, con una dotazione di 40 Ml.ni di euro ciascuno per cinque anni.

In Italia, contrariamente a quanto accaduto nel resto del mondo, non sono stati messi a punto dei veri e propri programmi di sviluppo o rilancio industriale. La situazione finora si è caratterizzata per interventi di modesta portata e per l’individuazione di misure indipendenti tra di loro e, quindi, non rientranti in un disegno organico, che hanno generato un divario crescente tra le regioni europee e quelle italiane, concretatosi nella caduta degli investimenti in infrastrutture materiali ed immateriali, cui va imputata la maggiore responsabilità della perdita di competitività dei nostri territori.

Solo nel 2013 si è assistito all’avvio di un progetto industriale focalizzato sui “cluster tecnologici”. Sono state individuate 8 aree tecnologiche (Fabbrica Intelligente, Chimica verde, Scienze della Vita, Mezzi e sistemi per la mobilità, Agrifood, Aerospazio, Tecnologie per le Smart Communities, Tecnologie per gli ambienti di vita) intorno alle quali sono stati associati enti di ricerca e imprese industriali, con la finalità di creare dei meta-distretti nazionali, partendo dai distretti e dai Parchi Scientifici e Tecnologici esistenti. Le disponibilità finanziarie messe in campo ammontano complessivamente a 266 M.ni di euro, un importo molto distante nella sua dimensione finale ai valori oggetto d’impegno per il governo tedesco.

Anche in questo caso il Mezzogiorno ha svolto un ruolo marginale. Eppure la presenza di alcuni distretti di successo (nonostante la crisi economica mondiale), quali l’aeronautico, l’abbigliamento, l’alimentare, etc., confermano la presenza di un tessuto produttivo ancora vitale, pur se in difficoltà, da cui nessun obiettivo nazionale di sviluppo può prescindere. Volendo immaginare una strategia che ponga il territorio meridionale al centro degli interessi del Paese occorre pensare a decisi interventi di politica economica e industriale orientati allo sviluppo, che trovino nei fondi europei e nelle ridotte disponibilità nazionali alimento finanziario ed un preciso quadro di riferimento e sostegno. Questi interventi, alcuni dei quali di livello generale altri specificamente orientati al Mezzogiorno d’Italia, devono produrre in primo luogo:

  • la realizzazione di riforme strutturali che riducano il più possibile i costi delle imprese, intervenendo sulla giustizia, il cuneo fiscale, le scelte di politica energetica, etc. così da consentire alle nostre aziende di sostenere la competizione originante dalle imprese localizzate in altri Paesi;
  • un adeguamento e rafforzamento delle capacità produttive esistenti da coniugare con una forte propagazione dei processi di innovazione e di investimento in R&D;
  • una crescita del sistema manifatturiero verso produzioni maggiormente innovative e caratterizzate da più elevati livelli di efficienza e di V.A. da ottenersi anche mediante il sostegno dei processi di nuova imprenditorialità in settori innovativi, ivi inclusi gli spinoff da ricerca;
  • una maggiore apertura ai mercati internazionali da conseguirsi anche attraverso il potenziamento delle politiche di attrazione degli investimenti dall’esterno;
  • la diffusione dei sistemi di aggregazioni produttive (le cd. reti d’imprese) che consentano il superamento dei limiti di operatività legati alle piccole dimensioni aziendali;
  • un più esteso e corretto accesso al credito, da ottenersi anche attraverso la riqualificazione e il potenziamento degli istituti e dei soggetti già esistenti, quali il Fondo Centrale di Garanzia e i Confidi, che possono contribuire in misura non secondaria a migliorare il merito creditizio delle imprese associate, in particolare nelle aree in cui la restrizione del credito è resa più severa da avverse condizioni ambientali;
  • una soluzione al problema dei vincoli posti dal Patto di Stabilità, escludendo il cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali e il Fondo di sviluppo e coesione dal calcolo del patto di stabilità interno.

Ma una politica industriale per il Mezzogiorno non può limitarsi a declinare territorialmente gli strumenti eventualmente previsti a livello nazionale. Accanto a questi ultimi è necessario prevedere interventi che si pongano l’obiettivo di promuovere l’ampliamento della base produttiva, ora nettamente sottodimensionata, facendo ricorso anche a strumenti d’incentivazione ad hoc da concordare con l’Unione Europea (es. fiscalità di vantaggio o di compensazione). Ciò appare tanto più necessario quanto più si guardi agli effetti generati sul Mezzogiorno dall’ingresso nell’UE dei paesi in precedenza rientranti nell’ex-area sovietica, i quali, senza sottostare ai rigorosi vincoli dell’Unione Monetaria, godono di regimi fiscali più vantaggiosi, di un costo del lavoro più basso, dell’uso di una propria moneta nazionale che comporta la possibilità di svalutazioni che incidono sulla competitività delle produzioni esportate, nonché – aspetto quest’ultimo tutt’altro che secondario -  dell’appartenenza all’area economico-produttiva filo-tedesca che evidentemente esercita in tale macro-sistema il ruolo di soggetto trainante lo sviluppo territoriale.

È chiaramente questo un processo che deve impegnare il governo nazionale in prima persona, facendo rientrare con forza la questione meridionale al centro dell’agenda politica ed economica del Paese. Evitando, in tal modo, di cadere nell’errore che ciascuna regione possa diventare titolare e responsabile delle scelte di politica economica e industriale riguardanti il suo specifico territorio. Aleggia, infatti, lo spettro di un malinteso federalismo localistico che porterebbe le singole regioni a fare in piena autonomia le proprie scelte. Ipotizzando che si possa pensare di definire una politica delle infrastrutture, della logistica, dell’energia e così via distintamente per la Campania, la Calabria, la Puglia, la Basilicata! Il Mezzogiorno va visto nella sua globalità, perché solo nella concezione di una macro-regione, avente una dimensione territoriale, demografica, economica di molto superiore ad alcuni Paesi membri dell’UE, si possono ipotizzare interventi coordinati di rilevanza strategica, evitando la polverizzazione nell’uso delle risorse pubbliche. Interventi che valorizzino un numero limitato ma adeguato di aree, rispettando laddove possibile le diverse vocazioni ma anche facendone emergere di nuove, in linea con le dinamiche innovative che si vanno affermando a livello mondiale, capaci di soddisfare le aspettative lavorative di una classe giovanile ormai mortificata nei propri ideali ma in grado di reggere il passo delle esigenze di crescente qualificazione professionale richieste dal mercato del lavoro, così come dimostrano le quote sempre più numerose di giovani talentuosi che trovano occupazione in altre aree del Paese, ma ancor di più in svariati paesi esteri, occupando anche posizioni prestigiose nei diversi campi lavorativi. 

E’ evidente che il problema principale consiste, in primo luogo, nel capire se l’Italia riuscirà ancora a svolgere in futuro un ruolo importante sulla scena politica ed economica internazionale. E, successivamente, convincersi che il problema italiano si risolve o si aggrava nella misura in cui si risolve o si aggrava il problema meridionale.


[1] I dati riportati sono ripresi dalle seguenti fonti: Istat, Banca d’Italia, Svimez, Centro Studi Confindustria.

[2] Si veda FONDAZIONE IMPRESA, Indice di disagio imprenditoriale, Anno 2014, www.fondazioneimpresa.it.

[3] Si rinvia a MAGGIONI V, BIONDI G., MUSTILLI M., SORRENTINO M., Fare impresa a Napoli: fattori e costi del gap localizzativo, Prismi, Napoli, 2004.

[4] Centro Studi Confindustria, In Italia la manifattura si restringe, Scenari Industriali, n. 5 - Giugno 2014.

[5] I dati riportati sono di fonte Centro Studi Confindustria o sono ripresi dai vari saggi pubblicati in FLORA A. (a cura di), Sviluppo, ambiente e territorio. Per una nuova politica industriale del territorio, ESI, Napoli, 2014.

[6] Si veda Centro Studi Confindustria, In Italia la manifattura si restringe, op. cit.