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Da “la Repubblica” di mercoledì 21 aprile 2010 di Giuseppe Ossorio

“Oggi, dopo anche la sciagurata decisione dei Repubblicani Democratici campani di lasciare inopinatamente il campo, mi sento ormai una sorta di apolide della politica”. Così scrive, in una lettera a “la Repubblica”, Umberto Zito, autorevole e appassionato esponente della cultura repubblicana e democratica.
Sono chiamato direttamente in causa, essendo stato per anni l’animatore dei Repubblicani Democratici presenti, per più di quindici anni, nelle amministrazioni di centrosinistra alla Regione, alla Provincia e al Comune di Napoli.
Zito mi offre l’opportunità di chiarire un aspetto politico, non personale, che ritengo di grande rilevanza anche per i tanti apolidi della politica che, probabilmente, alle ultime elezioni si sono rifugiati nell’astensione. Bisogna, per certi aspetti, compiere un’opera di “ristabilimento della verità ” che chiama in causa i gruppi dirigenti del Partito democratico nazionale e locale. E, forse, (per anticipare le conclusioni) con ciò aiutare a comprendere il parziale fallimento del progetto politico del Partito democratico.
I Repubblicani napoletani che, come ricorda Zito, avevano da anni scelto di abbandonare il Pri di Giorgio La Malfa per rimanere fedeli ai valori del riformismo democratico, avevano sperato, e perfino creduto (insieme a non pochi intellettuali di cultura liberaldemocratica) che il Partito democratico potesse essere, finalmente, quel grande partito del riformismo europeo da sempre minoritario in Italia. E’ andata diversamente e male. Il PD è prima diventato quello che tutti non volevano che diventasse, ossia la fusione fra gli apparati dei DS e della Margherita e poi un partito autoreferenziale, un po’ riformista un po’ populista, ma, soprattutto, preoccupato di salvaguardare prevalentemente il ceto dirigente proveniente per linea diretta dall’antico Pci.
Per arrivare ai fatti, basti ricordare la sciagurata compilazione delle liste compiuta da Walter Veltroni per le elezioni politiche del 2008. Dopo aver contribuito a far cadere il governo Prodi e, dunque, a soffocare il dibattito sulla costituzione del nuovo partito, il Pd ha scientificamente eliminato, in un modo o nell’altro, i maggiori rappresentanti di quell’area politica democratica, repubblicana e liberale alla quale Zito si richiama. Penso all’esclusione di Valerio Zanone, con il quale noi repubblicani cercavamo di costituire a livello nazionale, dal Piemonte alla Sicilia, un gruppo a mio modo di vedere utilissimo al Partito democratico.
Inventandosi astruse regole interne, quali quella di non candidare chi aveva già un certo numero di legislature (fatta eccezione, naturalmente, del gruppo dirigente ristretto), ci si è privati di uomini come Giuliano Amato, Antonio Maccanico e Valerio Zanone (giusto per ricordarne alcuni fra i più noti esponenti della mia cultura), chiaramente rappresentativi di quelle aree politiche che, per destino, si dovevano fondere nel Pd. Al loro posto sono stati candidati personaggi provenienti, come si dice, della società civile assolutamente insignificanti, a voler proteggere quelli del gruppo dirigente ristretto e in onore alla retorica del momento. Come dire: un po’ di fumo negli occhi con una sorta di candidature di “veline culturali” di sinistra.
A completare la frittata, il mancato accordo con i socialisti riformisti di Boselli. A questo punto, come perfino D’Alema ha sussurrato, il Partito democratico ha rischiato di diventare una sorta di caricatura del Partito d’Azione il quale, peraltro, non ha mai avuto velleità maggioritarie, semmai peccava di illuministica astrattezza. In queste condizioni, senza rappresentanza parlamentare, i Repubblicani Democratici hanno perso agibilità politica, come dicono i politologi. Insomma, gli è stata tolta la possibilità di interloquire in modo costruttivo e diretto con l’opinione pubblica e con una larga fetta di elettorato. Il che, lo dico perchà© ne sono convinto, ha finito con l’arrecare un danno significativo al Partito democratico e al centrosinistra in generale.
Non si tratta, dunque, di “sciagurata” scelta ma di scelta obbligata. Ciò non significa, naturalmente, che quell’area politica e culturale, non possa continuare a svolgere un ruolo negli equilibri nazionali e locali che si verranno a creare.