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Quattro domande sul “conclave”

Di Giuseppe Galasso

Pubblichiamo l’articolo di Giuseppe Galasso, apparso ieri domenica 14 gennaio, sul Corriere del Mezzogiorno; conveniamo con Galasso sulla necessità di risposte stringenti ai quattro questi posti, per la serietà dell’azione del Governo Nazionale e per la chiarezza delle effettive possibilità di nuove occasioni per il Mezzogiorno.

A molti partecipanti e commentatori del “conclave” di Caserta il topolino che ne ¬†è stato partorito è sembrato ancora più piccolo di quanto si potesse prevedere (si pensi alle dichiarazioni di Boselli e al commento di Panebianco sul Corriere della Sera: dichiarazioni e commento tutt’altro che isolati). Certo, chi ha cercato di seguire con attenzione un avvenimento tanto reclamizzato, non ha potuto farsi facilmente un’idea persuasiva di quanto a Caserta si è detto e deciso. Tra cabine di regia annunciate e disdette, scaloni trasformati in scalini e vari temi attesi e rinviati, a cominciare dalle pensioni, non poteva che essere così.
Prodi ha detto, invero, che quello casertano è solo il primo di altri “conclavi”, a Venezia e altrove, per dimostrare così che Roma è vicina alla gente e che il governo ascolta il paese lungo un itinerario da realizzare a tappe. Detto con tutto il rispetto, è una vera sciocchezza (che relega nel giusto, luogo dell’inane e del risibile l’esaltazione casertana e qualche dispetto napoletano per lo “storico” evento: tanto storico da essere fondato sul nulla e da dissolversi nel nulla nel giro di quarantott’ore; e il capo del governo lo lasci pure unico, facendo quel che deve fare il governo nella sede propria e più funzionale, cioè a Roma, e in tal modo, come si dice a Napoli, risparmiando, il che è sempre da fare, e comparendo, cioè facendo bella figura).
I cospicui fondi per il Sud sono stati, comunque, il punto più esaltato dal governo per la sua gita. Si tratta – si è detto – di 100 miliardi di euro per il periodo 2007-2013 (qualcosa come 200 mila miliardi di vecchie lire), alla media annua di un 14 miliardi (un po’ meno di 30 mila miliardi di lire).
La media annua è, però ingannevole, perché, in effetti, il grosso dei fondi previsti sarà disponibile solo dal 2009, mentre per ora si avrà (pare) piuttosto una riduzione delle disponibilità. Non è, tuttavia, questo il problema. La cifra di cui si parla è indubbiamente da apprezzare. Assume, inoltre, più rilievo perché la somma che il governo aveva a disposizione a favore delle aree cosiddette “svantaggiate” o “sottoutilizzate” era di 123 miliardi, e di essa se ne sono dati al Mezzogiorno i quattro quinti. Proprio per il rilievo della cosa, ci appare, però indispensabile qualche domanda:

  1. oltre il Mezzogiorno continentale e la Sicilia, l’area di intervento comprende anche la Sardegna e zone laziali e di qualche altra regione, così come per la Cassa per il Mezzogiorno?
  2. Si è detto che la somma indicata comprende i fondi destinabili allo scopo di qualsiasi provenienza (europea, nazionale, regionale). Ma di tali fondi cosa è nuovo e cosa c’era già? Si è discusso per decenni se la spesa per il Sud era aggiuntiva o sostitutiva. Nei fondi di cui ora si parla cosa è dato in più di quanto già, comunque, sarebbe stato assegnato al Sud anche senza un tale annuncio? È vero che si tratta di somme già previste a ciò dal governo Berlusconi? E, per quest’ultima questione, non si affetti nessun disdegno, perché ormai un po’ tutti (si veda il già ricordato Panebianco) dubitano molto del disastro finanziario imputato a quel governo e del merito di quello attuale nel recente aumento delle entrate fiscali.
  3. Si è parlato, a quanto si è sentito, anche di un centro unico di spesa. È vero? Anche qui una cabina di regia? Se non è vero, lo si dica subito, a scanso di ogni illusorio o interessato equivoco.
  4. Ugualmente necessario è che si precisino subito i settori di intervento. Anche qui sarebbe un errore considerare superflua o mal posta una tale questione e rimettersi alle proposte delle sedi abilitate a farne. Noi richiamiamo, infatti, all’opportunità che nella spesa si sia altamente selettivi, a partire da infrastrutture e servizi primari; e, ancor più, alla convenienza che ricevano una considerazione particolare i problemi dell’industria manifatturiera, come ormai da un bel po’ non accade, anche se poi, quando si devono addurre titoli di vitalità e di avanguardia dell’economia meridionale, è al settore industriale che puntualmente si ricorre. Il Sud necessita ancora di una buona dose di industria e di iniziative di grande dimensione. Naturalmente, parlando oggi di industria e di grande iniziativa, lo si fa in termini assai diversi da ieri o dall’altro ieri. Ma, senza considerare, come auspichiamo, l’industria, ogni discorso di sviluppo del Sud rischia di riuscire insufficiente o incongruo ben più di quanto si crede (e anche la Confindustria si dovrebbe impegnare un po’ di più su questo terreno).

Poche domande, come si vede, e ben lontane dal presumere di dire tutto, dettate, come sono, soltanto dallo sforzo di individuare qualcosa dell’essenziale di un problema così complesso come quello meridionale, del quale, nel riaffermare il rilievo in ogni discorso sull’Italia e superare la peregrina e dannosa negazione degli anni ’90, Caserta ha finito, comunque, col segnare un’altra e in pratica, decisiva tappa.