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Zone franche un’occasione per investire

Di Claudio Claudi
Direttore Dipartimento Progettazione urbana della Federico II

Da “Il Mattino” del 20 dicembre 2006

L’emendamento alla legge finanziaria presentato da Giuseppe Ossorio che prevede l'istituzione sia di ‘zone franche urbane’ sia di un fondo di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2008 e 2009 rappresenta per Napoli un’occasione da non perdere. Con l'individuazione delle zone franche urbane si punta a valorizzare e rafforzare la presenza e l'impiego di risorse produttive locali, come l'artigianato e le piccole imprese, attraverso un sistema di incentivi e agevolazioni fiscali.
Misure che dovrebbero sollecitare investimenti capaci di coniugare sostenibilità ambientale con riqualificazione sociale, rivitalizzazione di aree e quartieri degradati con opportunità di sviluppo e occupazione (senza la quale non può esserci sviluppo). Lo stanziamento di 50 milioni per il 2008 e di altri 50 per il 2009 può sembrare ben poca cosa se rapportato alla vastità del territorio su cui andrebbe utilizzato per apportarvi benefiche azioni propulsive. Un territorio, quello del centro storico di Napoli, che racchiude oltre 700 ettari (il centro storico pi√π grande d'Europa!) al cui interno vi sono oltre 300 complessi religiosi di cui quasi la metà chiusi e inutilizzati, che registra l'esistenza di 1,5 milioni di vani di cui 300mila di antica costruzione e di questi circa la metà in pessime condizioni statiche, igieniche e funzionali. Ma la logica alla base dell'emendamento Ossorio è quella di creare i presupposti non per un mero assistenzialismo ma per sollecitare le forze politiche, le istituzioni e la classe imprenditoriale ad attivare progettualità indispensabili per accedere al cofinanziamento di opere importanti e qualificate, cos√¨ come merita un tessuto edificato dichiarato dall'Unesco ‘patrimonio mondiale dell'umanità’.
Rispetto a questa sterminata estensione del centro storico (su cui non voglio polemizzare ma voglio solo sottolineare il non senso nel considerare gli interventi su Spaccanapoli alla stessa stregua di quelli su via Cilea o si piazzetta Arenella) occorre pensare alla definizione di aree omogenee (per valenze storico-artistiche, per tipologie urbane, per vocazioni) rispetto alle quali individuare codici di pratica e linee guida che, senza snaturare le caratteristiche delle aree, consentano interventi coerenti e condivisi. In questo senso le operazioni di riqualificazione non vanno viste soltanto come atti tecnici ma come portatrici di una grande valenza economica e, soprattutto, sociale. Basta pensare a come tali iniziative possano innescare processi per valorizzare le attività artigiane storicamente radicate sul nostro territorio, a formare mano d'opera qualificata, a creare forte incremento di opportunità occupazionali. Sta dunque alle istituzioni condividere questo programma per poi individuare le strategie per poterlo attuare ma stando ben attenti a non confondere il termine valorizzazione con quello di immobilismo, il termine tutela con quello di proibizionismo. Perché difesa dell'ambiente non può significare difesa ad oltranza dello ‘status quo’, ma una difesa che si effettua innovando, per valorizzare il preesistente mediante una conservazione attiva, in modo da rendere sempre vivo fisicamente e culturalmente il centro storico. E proprio nel senso di favorire questa vivacità e vitalità del centro storico vorrei concludere con una riflessione che riprende un'idea di Renato De Fusco: la realizzazione di una ‘cittadella degli studi’. Prendiamo la zona che va da Montesanto a via Marina a via Foria. Questa zona è particolarmente ricca di insediamenti universitari. Dei 100mila studenti della Federico II possiamo pensare che il 40% frequenti sedi dislocate nel centro storico. Bisogna poi aggiungere gli studenti dell'Orientale, del Parthenope e della Sun. In definitiva è ragionevole ipotizzare che almeno 10mila studenti fuori sede, ogni anno, si trovino ad affrontare seri problemi di accoglienza. Ma allora perché non pensare ad iniziative che vedano la sinergia tra dirigenza politica, rappresentanti delle istituzioni, classe imprenditoriale e gruppi finanziari che, a valle dell'individuazione di immobili non adibiti a residenze, magari fatiscenti, comunque degradati e inutilizzati, ne verifichi e ipotizzi un serio programma di riqualificazione per riconvertirli in strutture ricettive dotate dei servizi utili a garantire standard di vivibilità a costi accettabili? Potrebbe cos√¨ innescarsi un circolo virtuoso in cui le esigenze dei vari attori del processo, gli interessi degli erogatori dei servizi e dei relativi fruitori, le molteplici aspettative di salvaguardare la vitalità di un tessuto edificato di straordinario pregio, vengono tutte adeguatamente rappresentate e rispettate.